Nemico Pubblico

05/11/2009

di Michael Mann
con: Johnny Depp, Christian Bale, Giovanni Ribisi, Marion Cotillard, Leelee Sobieski, Billy Crudup, Stephen Dorff

Il filo conduttore dei film di Michael Mann, regista action di spessore ma molto sopravvalutato, è il duello che si instaura tra due uomini eccezionali, l'uno rappresentante il Bene e l'altro il Male, pur con mille sfumature che li rendono ambigui. I primi titoli che saltano in mente sono Collateral e Heat, Manhunter e Insider, ma anche l'avventuroso L’ultimo dei Moicani con Mann si trasformava in un'ossessiva caccia all'uomo e uno scontro virile.
E quale storico duello è più esaltante di quello tra il famigerato e fascinoso John Dillinger e il probo e cocciuto Melvin Purvis? Tanto più che il cinema se ne era occupato bene, ma poche volte (il vecchio “Lo sterminatore”, il bellissimo “Dillinger” di John Milius)
Per questo l'attesa verso “Public Enemies” (Il singolare del titolo italiano, “Nemico Pubblico”, banalizza) era alta, e per chi scrive, appassionata di gangster e film gangsteristici, lo era anche di più: a sedurci non era tanto la popolare figura di Dillinger che, per quanto spiritoso e gentiluomo, era pur sempre un rapinatore di banche, un assassino figlio di buona donna che si credeva un eroe western alla Jesse James fuori tempo massimo – quando, anziché galoppar via a cavallo, lo facevi già a bordo di Ford e Buick; quella che amiamo è la figura del povero Purvis, giustiziere senza fama, impiegato col dovere di eliminare il nemico pubblico n. 1 e la sua banda, che l'anno dopo aver raggiunto il suo obbiettivo si ritirò e sopravvisse a lungo senza uno scopo finché si suicidò, sparandosi – narra la leggenda – proprio con l'arma che aveva ucciso Dillinger.
Così, la lunga attesa è stata delusa. Manca questa ossessione, manca (salvo che nella scena clou del breve faccia a faccia tra i due avversari) un vero confronto tra i due eroi, mancano gli anni oscuri dell' “uomo che uccise John Dillinger”. Quel che c'è, è un tradizionale biopic in cui non ci viene risparmiato nulla (tranne,  grazie al cielo, l'infanzia!): gli inseguimenti, la storia d'amore, i gangster cattivi d'accordo con la polizia per farlo fuori, le sparatorie tanto emozionanti quanto poco sanguinose (meglio evitare divieti), persino il finalino strappalacrime. Insomma, non un duello psicologico, ma il buon vecchio “guardie e ladri”, per di più inneggiante il bandito bello e dannato (manco lo avesse diretto Arthur Penn...).
Va però detto che tutto ciò è fatto a regola d'arte. Che Mann sia un ottimo regista di scene d'azione non si discute; che gli attori siano bravi e al posto giusto nemmeno (Christian Bale sembra nato per il ruolo di “cavaliere oscuro”, Marion Cotillard padroneggia egregiamente l'accento del Midwest e Johnny Depp è finalmente tornato a essere l'interprete di classe, sensibile e trasformista, che era prima della deriva gigionesca ed eccessiva dei pirati dei Caraibi e dei film di Tim Burton); musica e fotografia sono perfette; ma il fiore all'occhiello, vera gioia per gli occhi, è la ricostruzione storica addirittura maniacale: abiti ed armi d'epoca, parole e gesti “giusti”, location ricostruite alla perfezione (il Biograph Theatre) o autentiche (i fori alle pareti del Little Bohemian sono quelli veri!). Colpo d'ala è, poi, il sottofinale, con le scene de “Le due strade”, melodramma gangsteristico visto da Dillinger prima di morire, che fanno da specchio alla vicenda del bandito, e che potrebbe essere la chiave di lettura dell'intero film.

Voto: 7

Elena Aguzzi

Chicago anni ’30. Nelle strade si riversano i disperati che hanno visto dissolversi in pochi istanti tutti i risparmi di una vita. Tra loro John Dillinger diventa presto un eroe, il simbolo della vendetta personale di chi a causa delle banche americane aveva perduto tutto. Michael Mann riesamina in “Nemico Pubblico” quest’epoca turbolenta, esplorando la complessa psiche del rapinatore di banche più famoso al mondo attraverso la magistrale interpretazione di Johnny Depp, che restituisce la durezza criminale del Dillinger in azione e il suo lato più umano quando è accanto alla fidanzata Billie Frechette (Marion Cotillard). Ma c’è anche chi in John Dillinger vedeva qualcos’altro. Per il direttore dell’FBI, Edgar Hoover (Billy Crudup), la caccia al rapinatore è l’unico mezzo per dare credibilità e prestigio al neonato braccio investigativo del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti. A guidare la squadra anti-Dillinger c’è Melvin Purvis, un agente determinato e ambizioso, che per scovarlo non si farà scrupoli ad adottare metodi anche poco ortodossi. Il Purvis di Christian Bale, dai lineamenti squadrati e dalle movenze quasi robotiche, mostra un uomo impenetrabile e poco sensibile, che si dirige spedito alla meta pur celando perplessità e sofferenze. Ma più Dillinger viene dipinto come il Nemico Pubblico Uno d’America, più cresce la sua popolarità tra il popolo. Presto, però, un’evasione dopo l’altra e gli scenari cambiano: i suoi amici e colleghi di sempre scoprono nuove fonti d’investimento illecite, capendo che i riflettori puntati su John per loro potrebbero essere un problema.
Mann non è nuovo agli action-thriller dell’epoca, ma il protagonista di “Nemico Pubblico” per lui ha una marcia in più: “Dillinger, probabilmente il miglior rapinatore di banche della storia americana, è durato 13 mesi. E’ stato messo in libertà a maggio 1933 e il 22 luglio 1934 è morto. Dillinger non è “uscito” di prigione, è esploso sul paesaggio. Ed era intenzionato ad avere tutto e a prenderselo subito”.
Stupenda la musica composta da Elliot Goldenthal, che tiene il ritmo nelle scene più spericolate e spesso suggerisce chi sono i buoni e chi i cattivi, andando oltre le apparenze.

Voto: 8

Barbara Maura

La storia di John Dillinger rapinatore di banche e criminale ricercato dal Federal Bureau of Investigation, che negli anni trenta mise a segno numerose rapine e dopo lunga caccia all'uomo fu assassinato grazie alla complicità di un'immigrata clandestina che ne vendette la vita in cambio di un permesso di soggiorno definitivo.

L'America di Obama, momentaneamente a corto di eroi, e con una visione trasversale del concetto di eroismo, rispolvera Dillinger. Anacronistico, anche per l'epoca, rapinatore di banche, che mai avrebbe derubato le persone, ma che con un certo gusto strappava qua e là gli elenchi di poveracci strozzati dai debiti. Oggi probabilmente sarebbe impegnato a far saltare le banche dati delle vittime dei tassi di interesse di mutui secolari.
Ma di certo non è a quello che pensava Mann quando ha messo in scena l'ennesima storia americana, di interesse ormai solo per loro, che da anni si ripiegano con un certo onanismo sui  fasti passati di una nazione non più tanto amata.
Mann, col suo stile preciso e a tratti magniloquente aveva senz'altro in mente di evocare un passato ambiguo, zeppo di eroi di frontiera, che spesso erano solo un po' meno buoni dei loro antagonisti, i quali li mettevano al tappeto soltanto grazie al lavoro di una vita, e a un'ossessione pari al feticismo che gli faceva dedicare alla caccia al cattivo tutto il tempo a disposizione, anche fuori da quello retribuito dallo stato. Mann usa tutta la sua abilità per tessere un racconto pulito e senza neanche troppo sangue, e per regalare ancora una volta un'emozione allo spettatore, reso complice della fascinazione verso un rapinatore gentiluomo, che finisce ammazzato dal suo amore per il cinema. Metacitazione di un senso altro da attribuire all'amore tout court che induce registi dotati a prendere scivoloni autocelebrativi, in nome dell'amore per il mezzo e per i riferimenti storici di una nazione in leggero declino dal punto di vista mediatico.
Ma tralasciando per un attimo la noia per le sorti di un altro americano famoso del passato, grazie al talento indiscusso di Mann si può qua e là ravvisare un certo grado, se non di coinvolgimento, almeno di sano interesse umano per una storia che lascia ben sperare dal punto di vista dello sdoganamento dei comportamenti devianti.
Dillinger entra ed esce dalle prigioni con la stessa faciltà con la quale rapina banche, e intanto trova pure il tempo di innamorarsi di una bella ragazza e rovinarle la vita con due sole occhiate. L'agente speciale Purvis ha la stessa passione e monomania del suo capo, J.Edgar Hoover e con quella combatte il crimine, anche quando ha le sembianze fascinose e ambigue di un Robin Hood fuori tempo massimo. La storia si svolge lentissima e sgranata davanti agli occhi un po' sonnacchiosi dello spettatore, che viene svegliato di tanto in tanto dai colpi di arma da fuoco generosamente offerti dai contendenti. Mann riesce miracolosamente ad ammantare di fascino una storia in sè poco incisiva e nello stesso momento si avvale di tutto il suo talento visivo per rendere patinata anche l'America dei primi anni trenta.
Un Johnny Depp, bravo certo, ma leggermente invasato delinea con passione un pò grossolana il rapinatore di banche e di cuori, che trascina con sè nel baratro dell'avventura fuorilegge una bella e convincente Marion Cotillard. La sua nemesi è l'agente speciale Purvis, un Christian Bale leggermente granitico, ma comunque efficace.
L'effetto è maestoso e leggermente soporifero, la parte che riguarda le rapine è coinvolgente quanto basta, ma l'aspetto della caccia ha in sè un elemento stantio, come un’ inutile ripetizione di mille altri film sul tema.
Tutto qua. Inutile cercare altro. Il massimo consentito dalle capacità di Mann e dalla ottima prova di tutto il cast non riesce del tutto a mascherare la sensazione di essere di fronte a un prodotto di grossa propaganda, sia per i valori un po' sbiaditi che per l'interesse generale del mondo esterno circa la storia e il passato di una nazione che contiene in sè un alto tasso di violenza, allora come oggi.

Voto: 6,5

Anna Maria Pelella