Tetro -Segreti di Famiglia

20/11/2009

di Francis Ford Coppola
con: Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Marilbel Verdł, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura

Salutiamo con gioia il ritorno sugli schermi di Francis Ford Coppola che con “Segreti di Famiglia” (“Tetro”) cancella il cattivo ricordo di “Un’altra giovinezza”, film con cui aveva spezzato la promessa di ritirarsi dal Cinema. Intendiamoci, siamo lontani da capolavori assoluti e irripetibili come “Apocalypse Now” e “Il Padrino”, ma questo suo ultimo film affascina e avvince con la passionalità della sua trama e con il suo folgorante bianco e nero.
Per recuperare la sua forza narrativa Coppola è ricorso al tema a lui più caro, il dramma famigliare, che aveva dominato la Saga del Padrino e che aveva raggiunto accenti di violenta tenerezza in “Rusty il Selvaggio”, anch’esso girato in un bianco e nero abbagliante. Come Rusty James, il diciottenne Benny adora il fratello sbandato per il cui abbandono ha a lungo sofferto. Lo ritrova in una Buenos Aires che appare quasi senza tempo (gli arredi scarni e anacronistici e il volto bohemièn del quartiere di La Boca tardano a rivelarci l’epoca della vicenda) e cerca con insistenza di spiegarsi il perché della sua partenza. Angelo Tetrocini ha cambiato nome ed è diventato Tetro, il suo passato è morto, nasconde in una valigia le pagine sconnesse di un romanzo incompiuto che parla della sua vita, dello stesso passato di cui il giovane Benny è all’insistente ricerca e al quale non trova risposte. Alle loro spalle l’ombra di un padre celebre, dominatore, negato. Senza legami né ricordi, se non quelli sparsi di un’infanzia accanto al fratello grande, legati alle sere al cinema (e qui il bianco e nero contrasta aggressivamente col colore dei flash back), si aggrappa al poco che conosce di quel fratello folle e disperato, del quale nutriva un ideale romantico, per ricostruire quella famiglia che non ha mai avuto. Meticolosamente ne ricompone i segreti, come i frammenti di quelle pagine indecifrabili che cerca di rimettere insieme: un incidente, un ospedale psichiatrico, un amore rubato, il dolore della luce negli occhi, il contrasto tra altri due fratelli – il padre e lo zio – uno genio e l’altro fallito. Mentre cerca di trovare un finale alla sua storia giunge alla scoperta del segreto più grande....
Alternando aggressività e dolcezza, la storia ricompone il suo puzzle sull’onda di quella che è la vera cifra stilistica di Coppola: il melodramma. Se la Saga del Padrino si concludeva all’Opera, qui il mélo vibra ancora nelle dolorose passioni, sottolineato dalle musiche, che alternano la milonga argentina a toccanti brani lirici (e l’oscuro padre che incombe dietro le loro vite è un acclamato direttore d’orchestra), citato nei titoli cinematografici (“Scarpette Rosse”), riecheggiando i drammi di Tennessee Williams e le regie di Kazan, e accostandosi per svariate associazioni di idee al cinema europeo di Almodovar (la fauna di artisti con cui s’incontrano, il doppio volto realtà-finzione scenica, i colpi di scena che disvelano la famiglia, il cambiare nome per cancellare il passato, l’aria spagnola che si respira, perfino la presenza di Carmen Maura).
Peccato solo che il punto debole risieda proprio nel gioco teatrale che dovrebbe fare da specchio alla loro storia. Gli inserti di regia teatrale sono oltremodo deboli e forzati e appesantiscono in modo inutile la vicenda, così come il lungo viaggio verso la Patagonia e l’episodio dell’iniziazione sessuale di Benny. Se un melodramma vive di lunghi respiri, qui il film lascia avvertire 20 minuti di troppo e l’inserimento di bizzarri personaggi si rivela un vano ed errato tentativo di alleggerire una storia che trae invece la sua potenza proprio dal ritmo serrato creato dal conflitto dei suoi protagonisti.
Memorabili il sofferto e rabbioso Vincent Gallo, ormai uso ai ruoli di outsider, Klaus Maria Brandauer nel doppio ruolo dei vecchi fratelli Tetrocini e la spagnola Maribel Verdù (“Y tu mama tambièn”). L’esordiente Alden Ehrenreich dà buona prova di sé.

Voto: 7,5

Gabriella Aguzzi

Il tema della famiglia, centrale nella filmografia di Coppola, torna prepotentemente in quest’ultima opera, non a caso da noi intitolata “Segreti di famiglia”. Il titolo originale, “Tetro”, dal cognome dei protagonisti, Tetrocini, pone subito in chiaro che si tratta di un film oscuro, misterioso, ombroso come il personaggio da cui deriva. Riguardo al tema principale del film, il pensiero corre subito alla trilogia sulla famiglia per antonomasia, vale a dire “Il padrino”, ma in “Tetro” i rimandi ai precedenti film di Coppola sono numerosi, legami cinematografici evidentemente non meno importanti e ossessivi di quelli familiari (e autobiografici). Tanto che in certi momenti sembra di vedere un “Rumble fish” immerso nelle atmosfere ancor più cupe di “Dracula”. Il tema della famiglia in “Tetro”, più ancora che negli altri film, sembra intimamente aggrovigliato a quelli del ricordo e dell’elaborazione del lutto. Il giovane Tetrocini, sbarcato da una nave in avaria nel porto di Buenos Aires, va a trovare il fratello, che si fa chiamare Tetro per la volontà di troncare ogni rapporto con la famiglia e, soprattutto, con l’odiato padre, acclamato ed egocentrico direttore d’orchestra. Tetro ha scritto un romanzo, che racconta le sue esperienze familiari passate (tra cui la tragica morte della madre in un incidente di macchina alla cui guida era proprio il giovane Tetro), tenuto nascosto ma che il fratello scopre e legge. Segue rottura e riconciliazione, successo del testo teatrale tratto dal romanzo e rivelazione finale. Non stupisce la freddezza della stampa e di certa critica (quella dei quotidiani, soprattutto), nei confronti dell’ultimo film del maestro americano. Sempre più abituati a un cinema che deve rimanere distante da asprezze, ambiguità e pretese d’autore, quasi tutti hanno maltrattato “Segreti di famiglia”, considerandolo pretenzioso, fumoso e irrisolto. Di questi tempi, però, quelli che potrebbero apparire difetti sono in realtà pregi, tanto più per chi conosce Coppola e sa della sua abituale tendenza a scelte marginali, che vanno in direzioni estreme e a volte contraddittorie. Ad esempio nel cercare atmosfere da film di genere, vedi l’uso di un bianco e nero da cinema noir e la scelta di un volto vagamente mostruoso come quello di Vincent Gallo, e lentezze e dialoghi inesorabilmente pedissequi, oltretutto contrappuntati da situazioni che possono apparire scontate e stereotipate  (le scene di sesso, il binomio genio e sregolatezza, la messa in scena come doppio della vita) e citazioni e riferimenti per nulla velati (dal reiterato, edipico “I racconti di Hoffmann” di Powell e Pressburger a “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton a “Quarto potere” di Welles), persino ingenui nella loro programmatica esibizione. Da vecchio amico di Bertolucci, Coppola condivide con il nostro regista la necessità di attuare un’elaborazione del lutto cinematografico, il che non significa rompere col passato ma saperlo analizzare per andare oltre. La famiglia del film in maniera trasparente simbolizza un groviglio di ossessioni visive di cui Coppola dà la netta impressione di volersi liberare, a cominciare ovviamente da quelle che egli stesso ha creato, che costituiscono in un certo senso una famiglia di immagini. Il padre che muore è la morte dell’amato/odiato cinema, e il “non guardare la luce” detto da Tetro al fratello (non sveliamo il reale rapporto familiare tra i due) sembra addirittura il consiglio che Coppola vorrebbe dare ai tanti giovani colleghi che vanno incontro alla propria (meritata, in molti casi) autodistruzione nello schiacciante rapporto con il Cinema, invece che cogliere i bagliori di verità (quelli sì illuminanti) che la vita può offrire a colui che li sa cogliere.  

Voto: 7

Roberto Frini