Bangkok Dangerous

01/02/2010

di Oxide e Danny Pang
con: Nicolas Cage, Charlie Young, Shahkrit Yamnarm

Storia di un killer che prende coscienza e riscatta con un gesto la sua fredda vita di impiegato del crimine. Il codice dell’assassino (com’è definito nell’esplicativo sottotitolo italiano) impone nessun contatto, nessun sentimento, nessun legame, nessuna traccia dietro di sé. Per anni Joe l’ha seguito alla lettera, e ciò ha fatto di lui un killer perfetto e inafferrabile. Ma Bangkok lo confonde, e così si lascia andare a confidenze che il suo codice vieta, prima con un giovane corriere che rende suo allievo, scorgendo in lui il riflesso della sua gioventù perduta, poi con una fragile sordomuta che gli apre l’orizzonte di una vita normale da lui sempre rifuggita. E questo segna la fine della sua vita di killer.
I fratelli Pang, come altri registi orientali prima di loro, s’imbarcano in una produzione occidentale (con tanto di star americana, in questo caso Nicolas Cage) rifacendo se stessi. Ma ben poco rimane del primo Bangkok Dangerous che segnò il loro folgorante esordio registico, tanto che più che di un remake è giusto parlare di fonte ispiratrice. I Pang attingono qua e là del film del ’99, ne traggono spunti e li mescolano, senza però ottenere la stessa forza originale e, come spesso accade ai registi orientali fuori dai confini dell’Oriente, senza trasmettere la stessa angoscia.
Restano eredi del Cinema di Hong Kong esasperando il linguaggio da videoclip che è da sempre la loro cifra stilistica e che traduce lo stordimento di una Bangokok caleidoscopica dall’anima nera, estranea al killer forestiero, ed avanzando inesorabili verso la sparatoria finale, resa dei conti a colpi di pistola che sta a conclusione di ogni gangster movie. E’ lo stesso smarrimento che isola la sordomuta Fon come la cieca protagonista del doloroso “The Eye”. La scelta di Nicolas Cage non è casuale, quasi i Pang volessero omaggiare John Woo e riprendere il killer di “Face Off” per dargli nuova dignità e dove là Cage giogioneggiava sopra le righe, qui si richiude dietro una maschera di scontroso ed ostinato silenzio, silenzio che, paradossalmente, si spezza all’incontro con la ragazza muta. Un percorso di redenzione raccontato dalle immagini anziché dalla retorica dei dialoghi, trappola in cui si sarebbe caduti se americana fosse stata anche la regia oltre che la produzione.
Vi è infine l’elogio dell’amicizia virile, tema cardine del Cinema gangster di Hong Kong, che però avrebbe potuto aprire più spiragli narrativi mentre resta relegato quasi a sottotrama. E poi Kong e Joe non sono Dumbo e Topolino di “The Killer” e i Pang non sono John Woo. In questo thriller cupo e teso permane l’impressione che troppi temi siano solo abbozzati per lasciar posto ad un esercizio di stile.

Voto: 6,5

Gabriella Aguzzi