Agorā

23/04/2010

di Alejandro Amenābar
con: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac

Ciò che subito colpisce, in Agorà, è apprendere che, nell’Alessandria del Quarto Secolo dopo Cristo, l’insegnamento della filosofia e dell’astronomia fosse nelle mani di una donna, Ipazia, persona forte e dalle idee libere, brillante scienziata e filosofa, che per prima ebbe straordinarie intuizioni sul movimento terrestre e dei pianeti confermate dalla Scienza oltre mille anni dopo. Se dunque il film ha il merito di riportare alla luce un’eccezionale figura ancora oggi avvolta dalla leggenda, che fu travolta dalla crisi di un mondo e che il fanatismo intollerante condannò come eretica, e insieme raccontare con sdegno la distruzione di un’era ad opera di fazioni religiose diverse, il tutto si risolve ahimè in un tradizionale filmone di stampo hollywoodiano, che ne ricalca tutti i luoghi comuni e ha tutto lo svolgimento di un orpelloso biopic.
Non ci saremmo aspettati uno scivolone così convenzionale da Alejandro Amenàbar, che ci aveva lasciati sconvolti e commossi con “Mare dentro”. Tentato dalla spettacolarità di una produzione internazionale a grosso budget, dirige un peplum con troppe ambizioni: si scaglia contro l’intolleranza religiosa (di forte impatto la scena della distruzione della Biblioteca di Alessandria), incuriosito e affascinato dalla figura di Ipazia ne ispeziona le scoperte fornendoci una continua lezione sulla portata dei suoi studi, ne fa un’eroina romantica combattuta tra passione e sete di conoscenza portandola al centro di un teso triangolo amoroso, vuole raccontare la storia di una donna, di una città, di una civiltà, di un pianeta. Troppo. E troppo perfetto (tutti sembrano usciti dal parrucchiere e dalla tintoria anche nei momenti di peggior disordine nelle strade).  E privo di originalità narrativa.
La natura di Amenàbar lo porta a virare verso il melodramma e a tessere attorno ad Ipazia una vicenda di passioni che la vedono contesa tra un suo allievo divenuto poi Prefetto di Alessandria e lo schiavo Davo convertitosi al Cristianesimo. Ipazia, simbolo di tolleranza, animo nobile e gentile, resta fedele alla sua ossessione per la Scienza, in un mondo in cui tutto precipita inesorabile verso la caduta e il sogno di una convivenza pacifica tra religioni è infranto.
Non mancano i momenti crudi né quelli di commozione, benché sepolti da effetti ridondanti.

Voto: 6

Gabriella Aguzzi