Buried

14/10/2010

di Rodrigo CortÚs
con: Ryan Reynolds

A dir poco disorientante, piacevolmente sconcertante e, soprattutto, molto molto originale, è Buried – Sepolto, film indipendente diretto da Rodrigo Cortés, nei cinema da venerdì 15 ottobre.
Thriller completamente psicologico, basato sull' attentissima -e, bisogna specificarlo, mai manieristica- abilità tecnica del regista, che trova in Ryan Reynolds un impeccabile interprete, Buried è assolutamente lungi dal cedere alle tentazioni del classico thriller americano, caratterizzato da costi elevati ed effetti speciali triti e ritriti che ormai non fanno più paura a nessuno. 94 minuti di suspense, di claustrofobia, di ansia, “un intero universo all'interno di una cassa”, sempre restando tre metri sotto terra, soltanto in compagnia del protagonista, Paul, camionista americano sequestrato da terroristi iracheni, che, con un accendino, un cellulare ed una matita, deve riuscire a capire perchè si trovi nella bara e soprattutto come uscirne. Un'ora e mezza in cui lo spettatore si sente completamente coinvolto nella vicenda, in cui sperimenta sulla propria pelle la confusione, il terrore, l'ansia, il panico, la speranza, la frustrazione che Ryan Reynolds riesce a comunicare senza mai sforare in un pomposo narcisismo istrionico, che per un ruolo del genere è difficilmente evitabile; sembra quasi di essere dentro quella cassa, di sentire l'ossigeno mancare, di soffrire la ristrettezza di movimento, il caldo soffocante. “Un attore che con minimi gesti riesce a far mostra di un immenso bagaglio di emozioni e con un senso del tempo che non vedevo dai tempi di Cary Grant”, dichiara Cortés, che con Reynolds ha stretto una personale amicizia durante le riprese che, forse, si trasformerà anche in un sodalizio. Inizialmente scettico sulla riuscita cinematografica di Buried, la cui scenografia sembrava più adatta ad un romanzo che ad un film per evidenti impedimenti tecnici, l'attore ha infine accettato questa sfida. Nonostante le difficoltà incontrate durante le riprese, attacchi di panico e fatica fisica, l'immedesimazione dell'interprete nel personaggio è assolutamente impeccabile – talmente impeccabile che Reynolds è tornato a Los Angeles ancora grodante di sabbia e con le mani distrutte dai pugni alla cassa -.
Cortés, dimostrando che nel cinema nulla è impossibile, servendosi di sette bare diverse e sfoderando la sua perfetta conoscenza delle tecniche di ripresa e di montaggio, è riuscito a realizzare un progetto da cui tutti erano affascinati ma che nessuno aveva il coraggio di intraprendere.
Ma non solo tecnica è ciò che contraddistingue l'ottima direzione del regista esordiente spagnolo. Buried, sotto l'impalcatura di una impostazione thriller, diffonde, con i sarcastici e pungenti toni di una “commedia kafkiana” -così la definisce Cortés- un profondo contenuto sociale e psicologico. Toccando temi attualissimi come l'avversione per le azioni militari, il terrorismo, si vuole veicolare il concetto dell'impotenza di un uomo, drammaticamente scaravetato di fronte alla consapevolezza della propria morte, rispetto alla mediocrità ed al disinteresse utilitaristico incarnati da un'intetta burocrazia, capace solo di chiudersi nella propria ottusa formalità anche in situazioni disperate.

Voto: 8

Chiara Di Ilio

Certo è un film angosciante. Ma non pensate al solito film «di paura» con finale consolatorio.
Certo Buried è un film difficile. Lo è per come la storia è raccontata, ma anche per quanto racconta e per i temi e le considerazioni che solleva. Il protagonista (un notevole Ryan Reynolds) è un camionista americano in Iraq per fare il suo lavoro che lo fa guadagnare bene. Preso dagli iracheni e considerato una spia, viene seppellito in una bara di legno sotto il deserto. Noi lo vediamo sempre e solo dentro la cassa, ma, armato di accendino, matita, cellulare, lo vediamo chiamare gli americani che lo hanno mandato lì come se si trattasse di un lavoro abituale, lo vediamo fare chiamate sempre più difficili e lo vediamo capire come tutti lo stanno abbandonando.
Questo non è il solito film che deve comunicare angoscia: quello che vuole comunicare sono riflessioni ben più importanti. E il finale è perfetto. Ma, lo ripetiamo, non è un film facile. Non aspettatevi di vivere semplicemente un’ora e mezza di paura.
Da notare che nella pubblicità e nella presentazione del film l’attenzione finora è stata posta sull’aspetto claustrofobico e su come il protagonista riuscirà a uscire da questa situazione, trascurando invece i tanti interrogativi che il protagonista e dunque il film pongono

Voto: 7

Valeria Prina

Quando c’è il talento, un’idea forte e la mano giusta per realizzarla, non occorrono tanti mezzi e un grande budget per consegnare un film memorabile. “Buried” dello spagnolo Rodrigo Cortés, interamente girato all’interno di una bara, con la sola luce di un accendino e di un cellulare e scavando solo sull’intensità del viso di un unico protagonista, è il film che ha incantato Sundance e che si annuncia tra i più interessanti della Stagione. Perché è un film che trasmette autentica angoscia dalla prima inquadratura, il buio rotto dal respiro affannato e disperato dell’uomo che si risveglia, al finale da brivido. Angoscia che il pubblico avverte e condivide quasi fosse anche lui chiuso in quella bara, in quell’ora e mezza di tensione, di frustrazione, di orrore che viviamo minuto per minuto accanto all’uomo che si batte per salvarsi, soffocando man mano che si esauriscono l’ossigeno, la batteria e la speranza. E la claustrofobia e il terrore si accompagnano con un’angoscia ancora più feroce, quella dell’abbandono, della futilità di ogni tentativo di salvezza. Le voci indifferenti che rispondono alle chiamate, il gelo di segreterie telefoniche e di interlocutori distratti, l’egoismo e la gabbia burocratica che gli si parano davanti come un muro invalicabile sono crudeli quanto i sequestratori che lo hanno sepolto vivo (la scena del licenziamento arriva come un pugno nello stomaco) e la situazione nella sua assurda follia arriva a rasentare lo humor nero, tanto il nostro disagio cresce fino all’insopportabile.
Ryan Reynolds sostiene nella sua fisicità tutta la situazione, una prova d’attore dura come poche, con il film interamente concentrato sulla sua disperazione. La sua gamma di emozioni, dal panico allo sforzo di mantenere la lucidità, la sceneggiatura impeccabile di Chris Sparling e il gioco di luci ed ombre in quello spazio senza via d’uscita sono gli ingredienti che portano il film di Cortès dalle parti del capolavoro, perché si può fare un grande film con poco e un piccolo film con inutile dispendio di effetti speciali.
Una corsa contro il tempo che si conclude con un finale sconvolgente. Un film duro, geniale, agghiacciante.

Voto: 8

Gabriella Aguzzi