Valhalla Rising

18/06/2011

di Nicolas Winding Refn
con: Mads Mikkelsen, Maarten Stevenson, Gordon Brown, Andrew Flanagan, Gary Lewis, Gary McCormack, Alexander Morton

Davvero arduo trovare qualche pregio, in questo film, che non sia anche un difetto, oppure il contrario. Se stiamo dando l’impressione di essere confusi, sappiate che è proprio così, ed anche dopo la seconda visione di Valhalla Rising, tutt’altro che chiarificatrice, siamo ancora nella fitta nebbia. Fra le tante uscite home video, abbiamo deciso di prendere questa in esame non perché svetti su altre, anzi, ma perché, fra le altre, sembra non abbia una collocazione. Come gli scienziati di fronte ai finti alieni nell’Area 51, noi proprio non abbiamo idea di cosa ci troviamo davanti, con la differenza che non stiamo fingendo. La storia è semplicissima: One Eye, un feroce guerriero (senza un occhio, se vi è sfuggito) dal passato inesistente, fugge dai suoi schiavisti e si unisce ad un gruppo di vichinghi cattolici, pronti a partire per difendere la Terra Santa. Sono in pochi, e non si vede come possano fare la differenza, ma, nelle rare occasioni in cui parlano, scopriamo che sono pure intellettivamente molto al di sotto della media, dunque un gran vantaggio per i turchi. Forse consapevoli di fare miglior figura da zitti, i protagonisti favellano pochissimo, e One Eye non parla proprio, ma sembra comunicare telepaticamente con un ragazzino, unico dotato di cervello, che viaggia con lui. Presa la via del mare, “dei remi” fecero “ali al folle volo”, ma ecco innalzarsi sulla loro modesta imbarcazione una fitta nebbia. Manca solo il Vecchio Marinaio di Coleridge. Dopo giorni e  giorni di bonaccia, dopo alcuni morti per mancanza di cibo ed acqua, i superstiti avvistano terra, ma non è quella santa, e che abbiano sbagliato rotta, dato il QI della loro anziana guida, non sorprende nessuno. Il saggio che dirige la congrega non si perde d’animo: ovunque si trovi, quel luogo deve essere evangelizzato. Da qui in poi, è solo un trip.
Fino ad ora unico tentativo di film epico-psichedelico, dobbiamo senza dubbio riconoscere a Renf il coraggio di aver girato, con i propri mezzi, una pellicola che frantuma la tradizione, proponendo un misticismo “da acido” vicino alle patologiche sensazioni alterate della modernità, e ammettiamo di provare per lui simpatia, ma supponiamo che il suo prodotto sia così connesso ad una personale ed incomunicabile sensibilità, da risultare, se non incomprensibile, del tutto inutile per altri. Forte il dubbio che possa avere anche un minimo di successo, è un brutto film che incuriosisce per la stranezza della sua bruttezza, e perdonateci la rima. Ciò detto, chi non dovesse sentirsi di noleggiarlo, stia pur certo di non perdersi molto. Ma anche no.

Danimarca 2009
Lingue: Danese, Italiano, Inglese
93 minuti

Voto: N/A

Carlo Baroni

C’è del marcio in Danimarca, nel caso specifico in “Valhalla Rising”, ultima opera di Nicolas Winding Refn, caso da manuale di ambizione malriposta abbinata ad un’abissale vacuità espressiva. Risultano pertanto inspiegabili i lamenti che si levano un po’ da tutta la rete per la presunta sottovalutazione critica patita in Italia dal regista danese, che già ci rallegrò in passato con “Bronson” e con la riuscita trilogia di “Pusher”. Questa volta Winding Refn sceglie numi tutelari un po’ troppo elevati per le sue ridotte possibilità. I modelli sono alti, anche troppo, e tutti regolarmente disattesi. Non è sufficiente tirare in ballo Werner Herzog, Tarkovskij o “Apocalypse Now” per garantirsi la medesima riuscita delle opere di riferimento, né serve ambire al metafisico o al simbolico (s’immagina rigorosamente scritti in maiuscolo) se poi si rimane impantanati in una sterile supponenza.
“Valhalla Rising” è diviso in sei capitoli dalle pompose denominazioni, ed è palese che ironia e senso del ridicolo siano del tutto assenti dai nebulosi orizzonti di Winding Refn. Ma esaminiamo con ordine che cosa offre la casa. Nel primo capitolo (Wrath) facciamo conoscenza con il protagonista, che, fatto schiavo da una tribù vichinga, è costretto a battersi all’ultimo sangue con i suoi omologhi per rallegrare gli astanti. Dato che la tribù è composta da quattro gatti e un bambino (neanche l’ombra di una donna) e che per le brumose colline nordiche (ma è la Scozia) non s’intravede anima viva, i passatempi devono essere infatti assai scarsi. C’è da chiedersi, semmai, dove la suddetta tribù si procuri i prigionieri, ma su questo il regista preferisce glissare.
Il protagonista, oltre a non proferire parola, è orbo. Sarà forse un riferimento a Odino/Wotan e alla mitologia nordica, ci si interroga, dato anche il titolo del film? Ma il regista ha trascurato di ripassare il suo Dumézil, e si scopre che intendeva invece riferirsi allo Jena Plissken di “Fuga da New York”.
Nel secondo capitolo (Silent Warrior) lo schiavo si libera dai ceppi, sbudella con gusto i suoi carcerieri e, seguito dal bambino, si imbatte in un gruppo di cavalieri cristiani i quali, oltre a massacrare i locali per sventolare il vessillo del loro Dio, cosa mai passata di moda, invitano il guerriero ad unirsi a loro per raggiungere Gerusalemme e liberare la Terra Santa. L’unica nota positiva è che l’uomo guadagna un nome, One-Eye, affibbiatogli dal bambino. Nel capitolo successivo (Men of God), il regista soccombe ad un’epifania di qualche tipo e decide di buttarla sul lisergico-psichedelico, memore dell’odissea di Dave Bowman verso Giove. E allora, forte di una scenografia volutamente irrealistica, si sbizzarisce con subliminali inquadrature virate in rosso, mentre la medievale Nave dei Folli langue immobile per la bonaccia. Dopo alcune farneticazioni di second’ordine, la barchetta approda, non si sa come, nelle Americhe (ma è sempre la Scozia). Senza troppa immaginazione, interamente riversata nell’impegnativa sceneggiatura, il quarto capitolo è intitolato infatti “The Holy Land”. Appena sbarcati, uno dei crociati s’inoltra nella foresta per convertire i nativi. In seguito, una freccia abbatte uno dei cavalieri mentre la barca naviga sulle acque di un fiume, come in un “Aguirre Furore di Dio” dei poveri, e il gruppetto si avvede di aver sbagliato rotta di qualche migliaio di chilometri. Dopo una pseudo comunione effettuata con una bevanda imprecisata, probabilmente a base di peyote, ognuno dà di matto.
Nel penultimo capitolo (Hell) l’uomo riappare, nudo e con il corpo coperto di terra. Andato per convertire, è tornato convertito, un po’ come l’innaffiatore innaffiato dei Lumière, sostenendo di poter leggere i pensieri di One-Eye e accusandolo di volerli condurre verso la morte. I presunti portatori della parola di Dio soccombono alla follia e al caos, massacrandosi gli uni con gli altri o tentando di uccidere One-Eye. Nel quinto capitolo (The Sacrifice), One-Eye, il bambino e due superstiti si allontanano fino a raggiungere una scogliera. Qui vengono circondati da alcuni aborigeni maldisposti che, incuranti dell’insistita artisticità dei contrasti cromatici e dei controluce, massacrano il protagonista a colpi di mazza, risparmiando il bambino. Nell’ultima inquadratura One-Eye (forse) risorge, ma stavolta è orbato dell’altro occhio.
Questo pretenzioso vaniloquio ricicla senza pudore scampoli di autori ben più dotati di Nicolas Winding Refn. Immaginate un Herzog senza il titanismo “Sturm und Drang” dei suoi eroi o la sua corrusca sensibilità nel filmare la natura, un Terrence Malick svuotato di senso, “Stalker” senza la densità tematica e la scabra poesia di Tarkovskij, “Apocalypse Now” senza “Cuore di Tenebra”, e avrete un assaggio dell’interesse rivestito da “Valhalla Rising”. La figura di One-Eye coagula suggestioni diverse senza costrutto; la parziale cecità è segno ingombrante, sia in senso psicanalitico che antropologico, ma l’autore non sembra interessato ad approfondire il concetto, preferendo mettere in scena il suo onanistico viaggio nell’inconscio o, come si diceva nella fantascienza degli anni ’70, nello “spazio interno”. Winding Refn scopre che la fede ottunde le coscienze e che la creazione artistica si origina da un atto di violenza (sai che novità), e mette in pratica quanto teorizzato infliggendo violentemente questo film allo spettatore. Non che questo significhi che l’autore sia un cattivo regista, tutt’altro, solo accecato (come One-Eye) da un mix composto in parti uguali da autoindulgenza e presunzione. Il protagonista Mads Mikkelsen (Casino Royale) è adeguatamente monolitico, mentre la colonna sonora tritura echi dei Popol Vuh e dell’elettronica di un trentennio fa. Incomprensibile la considerazione riservata a Winding Refn, quando più meritevoli danesi quali Simon Staho o Ole Bornedal rimangono nell’ombra. Nella certezza che molti grideranno al capolavoro, si suggerisce per contrappasso una visione di “Erik il Vichingo”.

Voto: 4,5

Nicola Picchi