The Wrestler

12/07/2009

di Darren Aronofsky
con: Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood

Drammatico
USA 2008, 109 minuti
Lucky Red

“Questo è l’unico posto dove non mi faccio male, al mondo non gliene frega un cazzo di me”
 
A miei tempi c’era un tale di nome Hulk Hogan, forse alcuni di voi lo ricordano (ammesso che alcuni di voi leggano questo articolo). Il sabato pomeriggio, a scuola, aspettavamo le venti e trenta della sera per vederlo combattere. Eravamo ragazzini comuni, i nostri voti andavano dal quattro al sette scarso, ed io non contribuivo di certo ad alzare la media. Eravamo ragazzini diversi da quelli di oggi, che hanno tutti nove e dieci, a sentire i loro genitori, e vien voglia che finiscano le scuole solo per dare un taglio a questa millanteria tanto tediosamente e fastidiosamente ripetuta da molti orgogliosi padri e madri ad ogni quadrimestre. Aspettiamoci un mondo pieno di geni, dunque, ma all’epoca era tutto un altro discorso, e il nostro eroe era Hulk Hogan, un bestione dai capelli biondi molto arretrati sulle tempie e gli occhi blu da folle. Magari non dava l’idea di essere una cima e, del resto, neppure noi lo eravamo, però rappresentava il bene, un bene combattivo, guerriero, che si difendeva e che difendeva, se ce n’era bisogno, e non stava a prenderle cercando di buttare tutto sulla logica del dialogo politicamente corretto. Poche storie: era, a suo modo, una sorta di paladino della giustizia, perché a scuola, oltre ai brutti voti, ne prendevamo tante dai cattivoni più grandi, e proprio questo incarnava Hulk Hogan: la possibilità di essere buoni e rispettati al contempo. Un concetto strano, perfino agli inizi degli anni novanta. Ma “gli anni novanta fanno schifo”, come giustamente dice Randy “The Ram” Robinson, e proprio a metà degli anni novanta Hulk Hogan sparì dagli schermi, almeno da quelli italiani, e di lui non si seppe più nulla. Ho da qualche parte una cassetta (supporto pleistocenico) sulla quale registrai l’incontro fra Hulk ed Hercules Hernandez, il suo nemico di sempre. I due si erano messi d’accordo per fare in modo che l’eroe ce la facesse di un soffio a mantenere il titolo. Bel match. Anche Randy “The Ram” era un wrestler idolatrato dai giovani, ma il tempo passa e con esso la giovinezza, e con la giovinezza passano anche gli idoli, che magari si riducono a vendere affettati e formaggi dietro il bancone di uno squallido supermarket. E così ti accorgi di averne un bel po’, di anni, e che durano poche cose: la station wagon di media cilindrata che ti sei comprato per la famiglia, Madonna e la foto sulla patente. Perché, in fin dei conti, questo racconta lo splendido film di Darren Aronofsky: l’impossibilità di restare quello che si è, che si vorrebbe essere per sempre ma che si smette di essere anche più presto del previsto. Complice un Mickey Rourke da Oscar, la pellicola rintraccia un vecchio film con il medesimo protagonista nei panni di un pugile perdente, spalleggiato da uno strepitoso Christopher Walken, se possibile ancora più perdente; la storia di tanti falliti che tentano di trovarsi sullo stesso piano ma che, alla fine, sono destinati alla solitudine, forse perché hanno spinto un po’ troppo sull’acceleratore, o forse perché questo significa essere dei perdenti: restare soli e dimenticati. Il film era Homeboy, e non se lo ricorda nessuno. Se non altro, Randy “The Ram” conobbe un periodo di relativa gloria, ma ora è costretto ad esibirsi davanti ai suoi tifosi superstiti, sempre meno numerosi, fino al giorno in cui, dopo un incontro surreale e patetico, viene colto da un infarto. Per Randy è la fine, ma non se ne accorge subito. Prima tenta di ricucire la sua vita, rintraccia la figlia, cerca di stabilire con lei quel legame che non c’è mai stato. Sente un trasporto sempre più forte verso una bella spogliarellista a fine carriera (Marisa Tomei) e si trova un lavoro a dir poco inadatto ad uno come lui. Ma è tutto inutile, perché cos’è un combattente senza un cuore che gli permetta di combattere? “The Wrestler” è la storia di un uomo, ma è anche la storia di un vecchio mondo che non ha più un luogo dove esistere, che tenta di preservarsi nella memoria ma che, in definitiva, nessuno è interessato ad archiviare. Inoltre, è difficile che i perdenti si sostengano a vicenda, altrimenti smetterebbero di essere perdenti, o magari sarebbero solo perdenti in buona compagnia, comunque non succede. Impossibile per l’anziano e acciaccato lottatore (che poi neppure quello è, semmai un acrobata cascatore con velleità recitative da esibire sul ring) ritrovare un contatto con la figlia, impossibile che nasca l’amore fra lui e la ballerina di night club, perché la famiglia del dimenticato eroe è il poco pubblico che gli resta. Un lottatore ha bisogno di un nemico, e, fortunatamente, almeno quello non può mancargli. Ayatollah è ancora disposto a mettersi d’accordo sulle mosse e ad incontrarlo per l’ultima volta. Se non ricordo male, il salto dalle corde sull’avversario per schienarlo si chiama “volo dell’angelo”. Ecco il gesto estremo del Mito, più volte aiutato dal finto avversario ad andarsene preservando la pelle. Ma a cosa servirebbe? La sua vita era già finita con quel rottame di cuore. Un ultimo volo e addio Randy “The Ram” Robinson, addio a quello che rappresentava e ad un mondo che Darren Aronofsky guarda e ritrae con struggente nostalgia. E se non vi ha commosso il sacrificio del gigante buono ci penserà l’ennesimo capolavoro di Bruce “The Boss” Springsteen durante i titoli di coda. Perché meriterà pure qualche lacrima una storia che parla un po’ di tutti, o almeno di molti.

Voto: 10

Carlo Baroni