Il Racconto del Mese: Katrina

12/04/2012

Katrina camminava veloce dietro gli occhiali scuri. Vide un uomo seduto su una panchina che teneva in mano un rotolo di carta legato con un nastro di seta. Prese il rotolo senza rallentare e lo sciolse, quando si voltò, l’uomo non c’era più. Sul foglio di carta lesse: “Mercedes nera, il bersaglio ha una benda sull’occhio.” Katrina si slacciò la giacca del tailleur, in una fondina ascellare portava una pistola di medio calibro. A cento metri da lei c’erano alcune macchine parcheggiate in ordine sparso all’interno di un vasto spiazzo. Da lì si diramavano le strade che conducevano verso il centro. Katrina vide un uomo alto, magro, dall’età indefinibile, vestito con un giubbotto in pelle scura. Sull’occhio sinistro portava una benda nera. Prima che l’uomo salisse sulla Mercedes, Katrina era a cinquanta passi da lui, ed estrasse la sua Sig. “Kratovich!” Gridò. L’uomo con la benda sull’occhio fece appena in tempo a voltarsi. Katrina sparò. Due colpi calibro nove millimetri. Katrina strinse i denti in un ghigno di rabbia. Il primo colpo infranse il finestrino della Mercedes, il secondo si conficcò nella portiera. Entrambi mancarono il bersaglio per pochissimi centimetri. Katrina non aveva mai sbagliato. L’uomo con la benda sull’occhio si gettò al posto di guida, probabilmente fra il primo e il secondo colpo, nemmeno lui avrebbe saputo dirlo, accese il motore e partì senza sporgere la testa dal sedile. Le ruote sibilarono a lungo sull’asfalto e si alzò un denso fumo bianco. Intanto, altri uomini guardavano inorriditi la scena. Alcuni salivano di corsa sulle loro auto, alcuni tentavano di scappare. Katrina ne spinse via uno che le copriva la visuale. Prese la mira con maggiore, umiliante calma. Questa volta il proiettile andò a destinazione. La gomma anteriore destra della Mercedes esplose con un botto sordo. La macchina, lanciata a velocità folle, sbandò e finì la sua corsa contro un dissuasore di cemento che divideva le due corsie della medesima strada. Katrina aveva i muscoli tesi sotto il suo abito primaverile grigio. Comunque andassero le cose, aveva sbagliato. “Kratovich!” Ringhiò con più rabbia di prima, e fece fuoco di nuovo. Una serie di sette colpi in successione. Uno spazzò via lo specchietto retrovisore, gli altri entrarono nel lunotto e trafissero il sedile di guida. Attese, e fu un altro errore. Era troppo sicura di sé, era troppo carica di rabbia. L’uomo con la benda sull’occhio doveva essersi raccolto sotto il volante, perchè uscì dall’abitacolo catapultandosi con inaudita agilità dalla portiera del passeggero. Non lo fece di proposito, si trovò per caso dietro una donna che urlava. Katrina, in una frazione di secondo, pensò seriamente di abbattere anche lei. Aveva voglia di sparare, avrebbe ucciso tutti, un furore cieco la pervadeva. Ma non sparò. Attese. “Ho sbagliato.” Continuava a ripetersi. “Comunque vada, ho sbagliato”. L’uomo con una benda sull’occhio, allora, fece una cosa stranissima. Invece di cingere la donna urlante con un braccio e di servirsene come scudo, preferì ignorarla. Si gettò verso una grata di metallo sul marciapiede, riuscì a sollevarla, sparì al suo interno. La grata ricadde con un violento clangore e due scintille brillarono sul suo reticolato. Due colpi di Katrina sparati troppo tardi. Katrina gridò, poi corse verso la grata, non commise l’errore di sollevarla subito. Da sotto, da uno spazio buio, giunse la prima reazione del bersaglio. Una pallottola sibilò nell’aria, abbastanza distante dal corpo di Katrina, e andò a perdersi chissà dove. Poi si udì il rumore di passi in fuga. Katrina puntò la sua Sig. Non c’era più nessuno lì sotto. Afferrò la grata con una mano, la sollevò. Anche lei saltò nel buio. Dovette flettere appena le gambe per atterrare senza distorcersi le caviglie, un salto da poco. Prima ancora di concluderlo, si era già strappata dal volto gli occhiali da sole. Appena sopra si udivano le prime sirene della polizia. Non aveva tempo. Qualcuno avrebbe indicato con la mano. Avrebbe detto agli uomini della polizia: sono là sotto, sono scomparsi là sotto. Davanti a se vide un lungo corridoio quasi completamente immerso nelle tenebre. Cominciò a correre. Temeva l’esistenza di vicoli laterali, temeva che il bersaglio si fosse nascosto da qualche parte e le stesse tendendo un agguato, ma c’era solo quel corridoio, lungo, molto lungo. Non contò i secondi spesi per correre, non furono pochi. Il corridoio terminava con una botola dentro la quale si tuffava una scala di ferro ancorata al cemento e coperta di ruggine. Katrina si tolse la giacca del tailleur e la gettò via. Aveva una camicetta bianca senza maniche, sentì subito il freddo dell’umido sulla pelle. La sua camicetta bianca era un bersaglio accecante dentro quel buio quasi assoluto, e si maledisse per questo, ma davvero non poteva immaginare. Prese dalla tasca dei pantaloni una torcia a led del tipo militare, la strinse nei denti e scese la scala tenendosi con una mano sola. Con l’altra puntava la pistola verso il basso. Si aspettava, da un momento all’altro, che Kratovich tentasse di colpirla mentre era instabile e con una visuale ridotta, ma Kratovich doveva essere già lontano. Probabilmente non aveva una fonte di luce. Saltò gli ultimi gradini, impugnò la torcia e perlustrò il perimetro. Una stanza, di pochi metri quadrati. Una porta di lamiera chiusa, l’unica uscita. Spalancò la porta e si nascose dietro di essa. Attese tre secondi. Si sporse per vedere. Kratovich sparò. Colpì la lamiera all’altezza dell’occhio di Katrina. “Bastardo!” Gridò. Fece fuoco con cinque colpi, gli ultimi. Espulse il caricatore, ne infilò uno di quelli che portava alla cintura, fece scattare il carrello. Era ancora pronta. Non aveva paura, la paura mai. Non aveva il tempo di provare paura. C’ erano troppe cose da considerare. Il suo bersaglio, invece, lui sì che aveva paura. Era veloce, aveva una mira discreta, ma sparava un colpo alla volta e poi scappava. Non si fermava neanche per vedere se il colpo fosse andato a segno. Katrina non aveva paura benchè odiasse il buio. L’aveva sempre odiato, fin da piccola. Portava una torcia con se anche per uscire a cena. Quella sua mania, forse, avrebbe fatto la differenza. Un topo si fermò a fiutarle la caviglia. Lo scacciò con un calcio. Ancora un corridoio, più lungo del precedente, senza vie laterali. Questa volta lo percorse piano, radente ad una parete. Sentiva il muschio gelido fra i mattoni bagnarle il braccio. Dal soffitto gocciolava acqua putrida che talvolta finiva nei suoi capelli neri. Se li scostò dalla fronte con un gesto nervoso della mano. Avrebbe voluto strapparseli. Era troppo arrabbiata, doveva calmarsi. Non le era mai capitato un fallimento simile, non aveva mai mancato un bersaglio tanto semplice. Non metteva neanche lontanamente in dubbio il fatto che, alla fine, lo avrebbe ucciso, ma questo non diminuiva le sue colpe. Sentì il bisogno di fare male a quell’uomo. Non lo odiava, ma voleva comunque che soffrisse. Non lo avrebbe ucciso con una sola pallottola. Da bambina, in orfanotrofio, aveva quasi accecato una sua compagna di giochi. E non ricordava il perché. Ricordava solo che le aveva gettato negli occhi una manciata di ghiaia, e poi l’aveva colpita alla tempia. Bastava e avanzava per renderla cieca o per ucciderla. La furia che provava, a volte, era più forte della sua capacità di controllo. Il suo limite. Forse il suo unico limite. Questo spiegava perché un codardo l’avesse fregata. Un codardo condannato a morte certa, è vero, ma, al momento, era ancora vivo. I codardi pensano. I codardi hanno un solo punto di forza: pensano, e pensano sempre. Scacciò un altro topo, anche se gli avrebbe volentieri sparato. Il corridoio terminava con un’altra botola e lo stesso tipo di scala che aveva visto ancorata alla prima. Usò la stessa tecnica di discesa. Kratovich non la stava aspettando nemmeno questa volta. Rimase sorpresa. E furiosa. Era sicura che, nel caso contrario, gli avrebbe centrato l’occhio che ancora funzionava. No, invece no. La spalla destra, per levargli quella maledetta pistola di mano. Poi si sarebbe divertita. Sapeva divertirsi, quando lo voleva. E adesso lo voleva, lo voleva davvero. Quel figlio di puttana, quel vigliacco bastardo la stava trascinando fino all’inferno. C’era una stanza simile a quella precedente, al termine della scala, e una porta di lamiera, una vecchia porta di lamiera che sembrava chiusa. Sparò alla porta, la trafisse con tre colpi, poi la aprì e puntò la torcia davanti a se. Topi. Un corridoio buio pieno di topi. Strinse i denti e trattenne un’imprecazione. Ormai la sua camicetta era intrisa d’acqua sporca e le braccia erano lucide. I capelli, non molto lunghi, le si appiccicavano fastidiosamente al volto. Doveva soffrire per il calvario che le stava facendo passare. Il bersaglio non era più solo un bersaglio. Adesso era un nemico. Gli perdonava il fatto di rispondere al fuoco, non ce l’aveva con lui perché cercava di ucciderla. Era la regola. Se una ti spara, la scampi per caso e dopo vuoi vivere, devi colpirla prima che ricarichi. Lo odiava per quel tanfo mefitico da fogna di merda, per tutto quel buio e quell’umido che la stava penetrando. Lo incolpava anche per essersi salvato, questo sì ed era ingiusto, da parte sua. Lo odiava soprattutto per essersi salvato. Dove impari certe cose, ad uccidere, per esempio, se manchi un bersaglio per tre volte consecutive ti spezzano il dito indice con uno schiaccianoci. Poi ti steccano per bene, ti chiudono in una stanza con poca luce e aspettano che tu guarisca. E va avanti così, finchè non lo manchi più quel bersaglio fottuto. Katrina avanzò fino ad una porta, incurante dei topi che cercavano di rosicchiarle i tacchi delle scarpe. Era una porta che avrebbe fermato i colpi, troppo spessa e pesante. Situazione pericolosa. Vantaggio enorme per l’uomo con la benda sull’occhio. Ma aveva una fonte di luce? Se fumava sì, altrimenti, forse, no. Ecco un’altra cosa che la faceva infuriare. Chi scappa ha sempre un vantaggio: conosce quello che sta davanti, e può tenderti delle trappole. Era sul punto di lasciarci la pelle proprio qualche minuto fa, a causa del maledetto vantaggio di cui gode chi scappa. Prese fiato, tirò la porta con forza, la aprì più velocemente che potè, vi si nascose subito dietro e lasciò sporgere la pistola. Si fece vedere per un secondo, poi si nascose ancora. Rimase in silenzio. Rumore di passi. Lontani, molto lontani. Passi che correvano. Percorse tutto il corridoio dietro la porta gridando, e, alla fine, c’era un’altra porta. La colpì con la mano aperta, gridò ancora. Un topo ebbe la malaugurata idea di pizzicarle l’orlo dei pantaloni. Lo schiacciò. Sentì un viscido bagnato sotto la suola, e il rumore come di piccole asticelle che si spezzavano. Poi alcuni sbuffi d’aria, gli organi del topo che si comprimevano, e infine la sensazione di sabbia immersa nel fango. Schiacciò e schiacciò, finchè del topo non rimase che una poltiglia nerastra. Si concesse un sospiro e si poggiò con la schiena alla porta di metallo massiccio. Un formicolio le salì fino al ventre, e sentì una gradevole sensazione di calore più in basso. Adesso era ancora invasa dall’odio, ma il sangue le ribolliva nelle vene, e questo non era un male. Non poteva fare a meno di pensare a cosa gli avrebbe fatto. Al modo in cui avrebbe ucciso quel sacco di merda codardo. Era come quei topi schifosi. Il suo coltello a serramanico lo avrebbe ucciso. Se spari ad una persona è come fare il tiro al bersaglio. Se le tagli lentamente la gola, dopo averla ferita, senti l’odore del sangue. Lei conosceva bene il sangue. Era stato il suo sangue a sentire, la prima volta. Aveva un odore insignificante. Non le interessava quello che le facevano durante i suoi periodi di reclusione, nemmeno se un ciccione lardoso la montava per mezz’ora e la schizzava di sperma dopo averle detto: “Sto venendo per te, piccola”, no, quello non le interessava. Non era un problema poi tanto grande se aveva perso così la sua verginità. Il suo primo uomo, un uomo che aveva davvero avuto, le era parso che avesse un odore stupendo. Non ricordava come si chiamasse, non ricordava che faccia avesse, ricordava il suo odore. E quando gli si era messa sopra, una cosa totalmente nuova per lei, e non aveva potuto fare a meno di aprirgli una piccola ferita sul collo, mordendolo, allora sì che si era sentita percorrere da qualcosa di molto simile al dolore. Una forza profonda e oscura si liberava dal suo ventre, la faceva esplodere, contrarre, le bloccava i muscoli e le stringeva la gola. Era un fuoco malvagio, quello che la bruciava dentro, e poi, sulla lingua, il sapore sublime del sangue. Ebbe dei pensieri atroci, in quel momento, ma seppe controllarsi. Non le importava nulla di lui, ma l’odore e il sapore… E la sua paura. Una paura sottile, appena accennata, ma che cresceva. Si stava nutrendo di lui, si immaginava di risucchiarlo. Dalla vagina, dalla bocca. Era completamente suo e soffriva. Adesso sì, lui stava sentendo male, oltre che paura. Fu questo a darle il suo primo, indimenticabile orgasmo. Nelle volte successive, non provò più le stesse sensazioni, non con la stessa intensità, ma le avrebbe provate ancora quando avesse ucciso quel lurido cane che si nascondeva sempre più nel profondo. Katrina rilasciò un respiro traballante, come se una morsa le stesse stringendo i polmoni. Mise la pistola nella cintura e si passò entrambe le mani fra i capelli fradici e sporchi di fango. Doveva calmarsi se non voleva commettere altri stupidi errori. Il suo uomo forse aveva trovato un’uscita, o si era perso, ma l’istinto le diceva che qualcosa, nella sua mente, gli avrebbe detto di scendere ancora. Lei seguiva l’istinto da sempre, non conosceva altra strategia. Quell’uomo con un occhio solo non aveva cercato subito uno scontro a fuoco, la sua prima idea era stata di rintanarsi. Avrebbe continuato a farlo. Lei lo sentiva. E allora, aprì la porta.
Lui era lì, immobile, il braccio che reggeva la pistola gli tremava leggermente, era sudato oltre che sporco, respirava come un pazzo, il cuore gli batteva allo stremo. Non aveva trovato Katrina impreparata come sperava, lei non era tanto stupida da compiere anche solo un passo senza avere davanti a se la sua Sig Sauer. Ma allora per quale motivo non aveva sparato, mentre la porta si stava aprendo? Per un attimo, in effetti, lei si era esposta. Katrina era una statua di ghiaccio, la mano non le oscillava neppure un po’. Non era più il caso di contare gli errori che aveva commesso quel giorno, adesso era la fine. Katrina sapeva che in mezzo a quei topi e a quel fango, dentro quel buio fetido, il suo uomo sarebbe morto, per il semplice fatto che non avrebbe mai sparato. Tuttavia, sparargli a quella distanza, mentre le puntava addosso una pistola, seppur tremante, era molto pericoloso. Colpirlo alla spalla era un gioco da ragazzi, ma probabilmente il suo sistema nervoso avrebbe ritratto il dito che teneva sul grilletto della sua Glock. Andava a finire che sarebbero morti entrambi, magari, in quel letamaio, sudici. Sarebbero stati il cibo per i topi. I topi che ora arrivavano a frotte, invadevano il corridoio come se stessero scappando da qualcosa. L’uomo con l’occhio bendato ansimava, gettava rapidissimi sguardi a terra, muoveva i piedi per allontanarli. Katrina non batteva ciglio. Adesso lasciava che le rosicchiassero le scarpe e l’orlo dei calzoni. Se l’avessero morsa, con ogni probabilità non l’avrebbe sentito. L’uomo con l’occhio bendato non riusciva a stare fermo. Si era messo in trappola da solo, l’idiota, aveva messo in trappola tutti e due, ma sarebbe caduto prima. I suoi nervi stavano cedendo. Katrina sorrise. Un sorriso così malvagio da essere stupendo. “Perché? – gli domandò – Perché non hai continuato a scappare? Adesso ti ucciderò.” L’uomo con l’occhio bendato ormai ballava fra i topi e quasi non pensava più a dove puntava l’arma. Katrina si leccò le labbra, assaporò il momento e quello che sarebbe seguito. “Dimmi perché.” Allora l’uomo abbassò la pistola. “Perché non potevo. Uccidimi!” “oh, no… Non così.” “E allora andiamo via!” Katrina avanzò di un passo, lui però non si fece indietro. Katrina non faceva caso alle centinaia di topi che si ammassavano sul pavimento come pustole marce sulla schiena di un lebbroso. “Tu da qui non esci.” Gli disse. E avanzò ancora. L’uomo con l’occhio bendato fece due passi indietro e cadde dentro qualcosa. Katrina abbassò subito la pistola alla nuova altezza del bersaglio. Del suo uomo. Rimase sorpresa, non aveva visto alcun dislivello. “Tirami fuori!” Gridò l’uomo con un occhio solo. Ma i topi stavano cominciando a ricoprirlo. All’improvviso, Katrina si svegliò dal suo stato di grazia e si accorse che nemmeno in una fogna sarebbe stata concepibile una simile marea di roditori. Ormai, le arrivavano alle ginocchia. “Uccidimi!” Gridò l’uomo con l’occhio bendato, mentre alcuni topi si stavano arrampicando sulla sua faccia. Katrina, che non aveva mai provato nessun sentimento che fosse simile alla pietà, si concesse ancora un attimo per osservare. Avrebbe dovuto scappare, lo sapeva, ma la curiosità era più forte. “Uccidimi…” Disse il suo uomo, e cominciò subito a dimenare le braccia nello sciame di topi che lo circondava come un gorgo. Stava cercando la sua pistola. Probabilmente, pensò Katrina, si sarebbe ucciso lui. Poi cominciò ad urlare. Ormai era completamente ricoperto di pelo grigio e marrone, era un mostro di code guizzanti e di piccolissimi denti che scavavano, e scavavano. Le urla si fecero atroci. Era come fosse avvolto dalle fiamme. Kratovich, o quello che restava di lui, si rimise in piedi, oppure uscì dal tombino in cui era caduto, vacillò con le braccia protese. Zampillavano da lui fontanelle di sangue, il sangue macchiava il pelo dei topi, le loro code nude si dimenavano in rivoli rosso scuro sempre più copiosi. Katrina decise che era il momento di scappare. Qualunque cosa stesse accadendo, avrebbe preso anche lei. Non potè chiudere la porta, il fiume di topi era incontenibile, dunque corse come nel fango fino alla porta precedente. Le urla dell’uomo con l’occhio bendato echeggiavano nei tunnel e stavano diventando diverse. Katrina non avrebbe sprecato una sola pallottola per alleviare le sue sofferenze, dunque traversò l’ultimo corridoio, raggiunse la stanza, salì le scale ruggini e si trovò al piano superiore, al sicuro. Lì sopra, solo qualche topolino che la osservava, ma senza cattive intenzioni. A dire il vero, nemmeno quelli che stavano sbranando Kratovich erano sembrati ostili verso di lei. Si fece volare via le scarpe, si toccò le caviglie. Neanche un morso. Le urla continuavano, ma non erano più quelle di Kratovich. “Fanculo.” Disse, e puntò la torcia elettrica dentro la botola. C’era lo stesso, incessante fiume di topi, ma anche qualcosa che si avvicinava, e grugniva, ed era pesante. Katrina impugnò la pistola che aveva lasciato a terra e poggiò il polso destro sopra la mano che teneva la torcia. Ripensò alle parole di Kratovich: “Perché non potevo…” Non poteva andare più lontano. Perché non poteva andare più lontano? I Topi? E le urla, che non erano più urla, ma qualcosa di simile ad un convulso ansimare. Erano gemiti, grida strozzate, ruggiti bestiali e profondi ma di piacere. Un piacere disumano, incontenibile. E poi, nel buio, in quella fogna madida di fango e di sterco, una voce conosciuta, ma più profonda, più atroce, se possibile. Una voce che disse: “Sto venendo per te, piccola…” Per la prima volta nella sua vita, Katrina comprese cosa fosse la paura. E per la prima volta dovette tenere la pistola con due mani per sparare alla palla gelatinosa, debordante, unta di grasso rappreso nel pelo dei topi, che sghignazzava e stava salendo dalla scala arrugginita. Katrina sparò, e sparò, Katrina svuotò l’intero caricatore ma poi si mise ad urlare, un dolore lancinante la prese fra le gambe, la fece rivoltare a terra come se qualcosa la stesse mangiando dentro. Un pensiero, il più orribile di tutti, ma anche una consapevolezza, e Katrina, mentre si strappava di dosso i pantaloni e le mutandine si mise a piangere. Le lacrime le straziavano gli occhi come fossero state di vetro. E quando allargò le gambe e vide quella coda nuda dimenarsi e poi sparire con un guizzo fra i peli del pube si strinse la pelle dell’addome e ci conficcò dentro le unghie e volle strapparselo, dilaniarlo, morire squartata pur di estirpare la cosa orrenda che la stava scavando. Ma il dolore era troppo forte, un lago di sangue la circondava. Mamma. Urlò. E ancora, e ancora. Si prese la testa fra le mani, un grido lacerante le ferì la gola prima che perdesse i sensi.
Quando si riprese, forse era notte. Faceva freddo, la pelle delle braccia era ancora bagnata ma i capelli si stavano incrostando, come la sua camicetta. Ricordò. Si mise in piedi, stava per urlare ancora ma non c’era sangue sul pavimento, non c’erano più topi e le ferite sull’addome che si era inflitte stavano infettandosi. Si toccò la vagina, non aveva mai perso sangue. Emise un gemito, il cuore si fermò un istante e poi riprese il suo battito. Rapido, violento ma regolare. Il suo istinto le disse di raccogliere la pistola, anche se era scarica. Adesso non ci pensava, voleva qualcosa che la riportasse alla realtà. Le ci volle tutta la forza di cui era capace per affacciarsi alla botola e puntare un raggio violaceo di luce in quella tenebra. Non c’era più il fiume di topi, non c’era più quell’orrida cosa di pustole e sangue che saliva le scale, c’era solo il corpo crivellato di colpi di quello che, un tempo, era stato Kratovich. E ancora dimostrò a se stessa di essere d’acciaio quando scese i gradini sospesi della scala per avvicinarsi al cadavere del suo nemico. Nessun morso, solo i colpi al petto e uno alla gola. Un lago di sangue, quello sì, e lei ci camminò dentro. Ma, forse, aveva provato tutta la paura che poteva quando fece solo un salto all’indietro nel momento in cui la testa di Kratovich si voltò verso di lei e aprì il suo unico occhio. Era lo stesso Kratovich che aveva mancato, che aveva visto scappare, eppure non era lui. Non era Kratovich che aveva mosso la testa, ma qualcosa d’ altro, qualcosa che sapeva vedere solo lei. Qualcosa di vivo, di reale, ma in lei, solo in lei, da tempo, da decenni. Katrina gli chiese: “Che cosa sei.” E il simulacro dell’uomo che era stato Kratovich rispose, con voce che sapeva di terra: “Vivo nei deboli e negli umiliati.”

Carlo Baroni