Il racconto del mese: L'Urlo dello Stadio

07/03/2012

NOTA: questo racconto si svolge nel mondo del calcio, ma fatti e personaggi sono frutto di pura immaginazione, pertanto è volutamente privo di qualsiasi riferimento a squadre, calciatori, date, partite e campionati

“.... il giocatore sarà costretto ad un’assenza dai campi di calcio di almeno un anno. La lesione è più grave di quanto era apparsa e sarà indispensabile l’intervento chirurgico. I medici non si pronunciano, ma la preoccupazione serpeggia. Che sia giunta ad un arresto la carriera....”
Terry spense con rabbia il televisore e si passò le mani sulla faccia. L’avrebbe voluto scagliare dalla finestra quel televisore, ma non avrebbe cambiato le cose.
Si sdraiò sul divano, sempre con le mani premute contro la faccia. Voleva risentire il caldo della doccia scorrere sulla nuca, sui capelli, sul collo, lungo la schiena... Si accorse che la sua faccia, sotto le dita, era bagnata, e bruciava. Capì che erano lacrime. Non piangeva più da quando il mister lo aveva allontanato dalla squadra e aveva dovuto vederla vincere il Campionato senza di lui. La sua squadra. Se in  un’intervista gli avessero domandato chi aveva mai amato veramente avrebbe detto sicuramente: la mia squadra. Se l’era preparata così bene quella risposta, solo che non glielo avevano chiesto mai.
Dopo essersi asciugato gli occhi con la manica, così ancora steso sul divano, guardò oltre i vetri. I mattoni rossi, il cavalcavia, i palazzi nuovi che schiacciavano le vecchie case con le porte blu. E oltre i muri di mattoni, il cavalcavia, i palazzi, c’era il campo dei suoi primi allenamenti, dove era cominciato tutto.

 “Ciao, io mi chiamo Frankie, e tu?” Il ragazzo gli stava tendendo la mano e sorrideva. Tendeva la mano in modo elegante, come un vero gentleman, eppure il gesto non era stonato anche se era vestito in calzoncini corti. Sorrideva e il sorriso lo illuminava, gli sorridevano perfino gli occhi. C’era come un’aura di simpatia che emanava da lui – Terry se ne era accorto subito, prima ancora che si presentassero – alla maniera del campo magnetico che circonda i supereroi e per questo tutti facevano come lui diceva, ma senza che s’imponesse mai. Chissà cosa l’aveva spinto, forse la naturale gentilezza, a rivolgere la parola al ragazzino biondo che palleggiava tutto solo.
La sola consolazione, se vivi nella città più grigia d’Inghilterra, è che puoi tifare per la squadra più bella d’Inghilterra. Era stato lo zio Ray a insegnargli questa passione e Terry, che non aveva mai voluto imparare niente dal suo stuolo di parenti, questo l’aveva imparato subito, prima ancora di imparare a camminare. Quando diceva che anche lui sarebbe diventato un campione come quelli in televisione lo stuolo di parenti scuoteva la testa e solo lo zio Ray, che era considerato il pazzo della famiglia e un ubriacone, lo incoraggiava. Lo zio Ray sapeva a memoria tutti i risultati della sua squadra: di tutte le partite di tutti i campionati e anche tutti i marcatori. Era una specie di prodigio, peccato che sapesse fare bene solo quello, diceva la zia Mary sua moglie. Al pub, dopo che era andato a ritirare il sussidio di disoccupazione, si divertivano a sfidarlo e a scommetterci sopra. Gli dicevano una data a caso e lo zio Ray partiva con il risultato. Tornava sempre a casa dopo aver vinto qualche pinta di birra, ubriaco e contento. A Terry piaceva quello zio, gli piaceva dal giorno del suo primo compleanno, quando se l’era caricato in spalla e l’aveva portato allo stadio.
Poi lo zio Ray aveva cominciato ad accompagnarlo di nascosto, dopo la scuola, dietro la rete metallica da cui si poteva vedere allenarsi loro, i campioni. E ad accompagnarlo anche al di là della rete metallica, dove ci si allenava sul serio. “Perché tu hai un piedino fatato e con quel piedino là andrai lontano, li so riconoscere al fiuto, io, i campioni”. “Io non voglio andare lontano, io voglio giocare qui”. “Era una metafora, lo sai cosa sono le metafore?”. Lo zio Ray gli piaceva, ma non quando cominciava a parlare per fargli lezione e a disperdersi. Lui aveva già la testa sul campo di allenamento, dove avrebbe cominciato domani. Dove avrebbe conosciuto Frankie.

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Era irlandese da parte di madre e quando finiva con l’azzuffarsi con qualcuno nel fango dava sempre la colpa a quella sua parte irlandese. Anche quando, alla sua prima partita ufficiale, si era preso 5 giornate di squalifica per aver preso a calci a gioco fermo quello che aveva steso Terry, Frankie aveva detto che era stata la sua metà irlandese a farglielo fare, ma l’aveva detto con fierezza.
Aveva deciso da subito di prendere sotto la sua protezione quel biondino timido, e se eri sotto la protezione di Frankie guardavano anche te con rispetto. Anche con le ragazze funzionavano in coppia, come sul campo di calcio. Il biondino gracile e il brunetto atletico. Era bello vederli insieme, ma era ancora più bello vederli in campo: Terry forniva l’assist e Frankie andava sempre in rete.
La sera che mise a segno 4 gol Frankie volle festeggiare. Mandò un ragazzo più grande nel pub a prendere le birre. “Sei sicuro che possiamo berle? – Terry era perplesso – Non per l’età, se è per quello me ne sbatto, è che noi siamo atleti, giusto?” “Certo. E campioni”. Frankie gli strizzò l’occhio e sfoderò uno dei suoi sorrisi più belli. Sotto quello sguardo Terry alzò il bicchiere e lo mandò giù d’un colpo. Toccò a Frankie caricarselo in spalla e accompagnarlo a casa. Terry biascicava qualcosa sul loro futuro, quando avrebbero giocato insieme in prima squadra. Così Frankie non ebbe il coraggio di dirgli del selezionatore che era venuto a vederli e che voleva portarselo via in Spagna. Glielo avrebbe detto, ma non quella sera. “Sempre amici, Frankie? Facciamo il giuramento come nei romanzi? Il giuramento col sangue”. Forse Terry non aveva mai bevuto una birra in vita sua se gli bastava una pinta per rendersi ridicolo a quella maniera. Forse gli avevano insegnato a non bere perché non facesse la fine di quel suo zio Ray, pensava Frankie. “Sempre amici. Giuriamolo”. La strada aveva odore di piscio, e faceva freddo. Doveva esserci il sole anche d’inverno in Spagna, continuava a pensare Frankie. Il sole, il calcio spagnolo, la paella, il mare, le donne bellissime e là non si giocava anche il giorno di Natale. “Sempre amici” ripetè distratto, mettendo la sua mano su quella di Terry. Doveva trovare il modo giusto per dirglielo, o ci sarebbe rimasto male. Ma no, Terry era generoso, sarebbe stato contento per lui, per quella grande occasione.
“Auguri” gli gridò Terry da lontano, dopo che si furono salutati. Auguri?, pensò Frankie, e come poteva saperlo già? Gli leggeva forse nella testa? Poi si ricordò che il giorno dopo avrebbe compiuto 15 anni.

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Salì sulla bilancia, nudo. Il peso era ok, eppure non gli era mai piaciuto il suo corpo, così magro, così bianco, così inglese. Con quelle gambe sottili non sembrava neppure un atleta, un campione. Il fatto era che non era per niente un campione, e mai lo sarebbe stato, inutile continuare a usare quella parola. Il fatto era che tutto stava andando di merda.
Sì, aveva giocato in prima squadra alla fine. Aveva sentito il boato dello stadio, ma non era il suo nome che urlavano. Era entrato nei dieci minuti finali, quando ormai non c’era più niente da fare, e si era trovato a correr dietro all’attaccante lanciato a rete. Già, perché il mister lo aveva pure arretrato in difesa. Senza più Frankie al fianco non aveva a chi lanciare gli assist, così il mister aveva avuto la pensata di metterlo a giocare in un ruolo che non era il suo. Poi l’attaccante era andato di nuovo in fuga e questa volta lui l’aveva fermato. Rigore ed espulsione. Aveva sognato tutta la vita il suo esordio in prima squadra, ed era stata una partita di schifo, una di quelle il cui risultato lo zio Ray non avrebbe mai voluto ricordare, povero zio Ray!
Gli venne voglia di telefonare a Frankie per sfogarsi e Frankie avrebbe certo trovato le parole giuste, gli avrebbe detto che non si giudica tutta la vita da una partita – perché di fatto a lui sembrava che tutta la sua vita stesse andando a puttane dopo quei 10 minuti d’inferno – ma Frankie doveva giocare quella sera, stava andando a meraviglia là in Spagna, dove lo adoravano già tutti. Terry si teneva aggiornato perché i giornali scrivevano sempre qualcosa di lui, non solo per come andava sul campo di calcio, ma anche per le nuove fidanzate che impazzivano d’amore per lui. Gli aveva promesso che sarebbe tornato presto, ma erano già passati quattro anni. Però doveva tornare, almeno per fargli da testimone. Già, neppure questo era riuscito a dirgli, che si sarebbe sposato. Sapeva che con una donna al fianco si acquista più tranquillità in campo e Annie era così tranquilla. Lo era anche ai tempi in cui andavano a scuola insieme, era paziente, lo conosceva bene. Frankie l’avrebbe definita noiosa, ma Frankie non era lì, e non era lui a doverla sposare, lui se ne stava in quella cazzo di Spagna a mietere gloria, con le sue decine di fidanzate, perché uno che molla una squadra figuriamoci se può essere fedele a una donna!

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Quella notte aveva sognato Sally, chissà perché. Era seduta sul muretto dove sedeva sempre a enumerare a memoria le vittorie della sua squadra e a squadrarlo con quel sorriso innamorato e un po’ storto e con la maglietta sudata che le mostrava in trasparenza i seni. Avrebbe potuto fare a gara con lo zio di Terry per come conosceva tutti i risultati e alle partite si sgolava fino a diventare afona.
Di tutte le donne che aveva incontrato, tutte le fotomodelle e le starlettes che gli avevano inventato come fidanzate – e almeno due o tre erano davvero splendide – nessuna gli era entrata in testa come Sally, con la sua bocca larga e i capelli rossicci sempre nascosti sotto il berretto. Facevano tutte finta di capirci di calcio, ma poi appena lui si voltava parlavano di moda o altre cazzate. Chissà che fine aveva fatto Sally, si chiedeva a volte. Aveva sentito che si era sposata (sposata Sally!), magari portava i bambini allo stadio, era pronto a scommetterci che l’avrebbe fatto, se non era cambiata troppo anche lei come tutti quanti.
Forse l’aveva sognata perché stava per tornare in Inghilterra. Finito il capitolo spagnolo: gli avevano offerto un contratto da capogiro, più quello che avrebbe guadagnato con lo sponsor per abbigliamenti sportivi, era ora di tornare. Solo che dopo sette anni aveva finito col diventare spagnolo dentro e nell’Inghilterra che lo stava aspettando a braccia aperte si sarebbe sentito un estraneo. Assomigliava perfino più a uno spagnolo che a un inglese, scuro di capelli com’era, pensava in spagnolo, sognava in spagnolo, cosa ci tornava a fare là? Non avrebbe riconosciuto la gente, non avrebbe ritrovato gli amici, che si erano sparpagliati per strade diverse, era cambiato anche il mister, si era dimenticato le abitudini, non sentiva la voce di casa. C’era il pubblico, sì, il pubblico che chiamava il suo nome, che puntava su di lui per vincere il Campionato, ed era l’idea di tornare da star che lo eccitava. C’era il pubblico e c’era Terry. Anche lui, però, che scemo!, cosa gli era venuto in mente di sposarsi? E con quella sciacquetta dal muso cavallino, che pensava solo in quale asilo mandare il figlio... che delusione che era stato per lui! Pensava che avesse più aspirazioni, e infatti non era mai arrivato in alto. Si fermò a pensare quanto fossero diversi. Terry sarebbe anche morto per la sua squadra, ma lui, nonostante i titoli dei giornali che urlavano del grande ritorno, non era più capace di sentirla sua, solo perché ci si era allenato da ragazzino. A voler guardare veramente in faccia le cose, si sentiva più mercenario e traditore adesso di quando se ne era andato via.
Segnò subito tre gol nella prima partita. E il pubblico andò in estasi.

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Era stato così felice di vederlo tornare. Frankie gli aveva messo un braccio attorno alle spalle e aveva sfoderato il suo bel sorriso. “Adesso li stenderemo tutti!” gli aveva detto come prima cosa. E tutte le malinconie se ne erano andate.
Era stato così felice di dargli l’assist vincente, la prima vera partita che avevano giocato insieme, la più bella partita della sua vita. Era corso sotto la curva per stringerlo in un abbraccio, l’ululato dello stadio sopra le loro teste, ed era stato uno di quegli attimi per cui vale la pena vivere.
La più bella partita e il giorno più bello della sua vita, l’aveva pure dichiarato ai microfoni. “Credevo che il giorno più bello fosse quello in cui è nato nostro figlio” gli aveva detto a casa Annie, che aveva la specialità di rovinare tutto. Si era sbagliato sul suo conto, non capiva niente di lui, dopo tutto gli anni che si conoscevano. Quando Terry era invitato a qualche cerimonia Annie se ne restava a casa a guardarlo in televisione, ammesso che non girasse addirittura su un altro canale. Ma gli era piaciuta proprio perché era semplice, e quindi era colpa di lui che adesso voleva due cose diverse. Non aveva mai sentito questa insoddisfazione fino al ritorno di Frankie, era stato allora che avevano cominciato ad aprirglisi gli occhi.
Così, mentre il suo matrimonio andava piano piano a rotoli, cominciò ad andare a rotoli anche la carriera, che a dire il vero non era mai decollata. Avrebbe dovuto fermarsi tutto lì, in quella partita magica, come in un fotogramma, con lo stadio che cantava sopra loro due. Invece le cose erano andate avanti e si erano incastrate male. Non era colpa di niente né di nessuno, semplicemente non funzionava più. Sbagliava una partita dietro l’altra, in qualunque posizione lo volesse il mister. Così aveva cominciato a metterlo in campo sempre di meno e così aveva sempre meno tempo per dimostrare quanto valesse. E con più rabbia e ansia andava in campo più mancava la prova. Allora si deprimeva e si innervosiva, e da nervoso si faceva espellere, così i giornali gli davano addosso e lui si deprimeva ancora di più. Una stagione no.
All’opposto Frankie stava attraversando un momento d’oro. Era diventato il nuovo idolo e stava trascinando la squadra verso lo Scudetto. Terry cercava incredulo di capirne il segreto. Frankie saltava gli allenamenti, faceva parlare di sé sulle copertine dei giornali, andava in discoteca, usciva con donne diverse, poi scendeva in campo e faceva faville. Come se avesse bevuto una pozione magica che lo rendeva inattaccabile. Lui, che ci aveva messo tutto l’impegno e l’anima da quando aveva 10 anni, sembrava votato alla mediocrità. Frankie aveva mollato tutto per sette anni e il pubblico lo adorava, le magliette con il nome di Terry erano quelle che restavano invendute nei negozi. Alla fine dovette ammettere – cosa che sapeva bene già da molto tempo – che lo zio Ray si era sbagliato, non era lui ad avere il piedino fatato ma Frankie, puoi anche diventare un buon giocatore, a volte anche più che bravo, ma con il dono o ci nasci o niente.
Così non restò neanche molto sorpreso quando con il mercato di metà campionato fu dato in prestito ad un’altra squadra. Quello che lo rodeva e lo amareggiava era il non poter finire la Stagione. Era la Stagione d’oro, quella dello Scudetto, e lui non poteva viverla, dopo aver atteso tutto quel tempo. Guardò i loro successi da lontano, uno dietro l’altro, magnifici, inesorabili. Con la bocca ancora più amara alla consapevolezza che lui sarebbe stato solo d’intralcio in quella cavalcata vincente. Con la gioia per la sua squadra – perché sarebbe stata sempre e solo quella la sua squadra, da quando lo zio Ray l’aveva portato in spalla allo stadio – che andava a mescolarsi alla rabbia e alla voglia di vederli fallire.
Il giorno dello Scudetto andò ad ubriacarsi in un pub. Intorno a lui tutti facevano festa, avvolti nelle bandiere. Qualcuno lo riconobbe e gli offrì da bere. Terry cantò con loro e poi gli venne da piangere. Poi gli suonò il telefono e riconobbe Frankie. “Campioni!” gridò la sua voce che era sempre limpida e squillante. Si sentivano dietro i cori dei compagni, probabilmente erano tutti in mutande a cantare negli spogliatoi. “Volevo festeggiare anche con te, Terry”. Un singulto di gioia gli salì in gola, mescolandosi al pianto di poco prima. Con tutto quello che era successo Frankie aveva pensato a lui. “Dove sei?” “In un pub”. “Terry che beve in un pub? Non ci posso credere. Ci voleva proprio uno Scudetto per festeggiare”. Non aveva il coraggio di dirgli che non era lì per festeggiare ma per dimenticare perché quello Scudetto non era suo. O forse Frankie lo sapeva benissimo e stava parlando per pietà. Qualcuno nel pub lo stava osservando “E’ Frankie” disse Terry ai tifosi e quelli non ci potevano credere. Gli strapparono quasi di mano il telefono, perché tutti volevano parlare col campione, salutarlo, dirgli quanto lo amavano. Il telefono passò di mano in mano fino a sparire in fondo al pub. E Terry ebbe la sensazione che anche Frankie si sarebbe allontanato da lui e che lo avrebbe perso.

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Quando vide i risultati del sorteggio per gli abbinamenti di Coppa gli venne quasi da ridere. Incontrarsi con quella squadra era uguale ad aver già passato il turno. E naturalmente Terry era finito a giocare in quella squadra. Povero Terry, non c’era niente che gli andasse bene quell’anno, aveva perfino divorziato. Non che separarsi da Faccia-da-cavallo fosse una gran disgrazia, ma lui sembrava essersela presa male. A Frankie dispiaceva per il suo amico, per tutte le cose che gli erano andate storte, ma un po’ lo irritava anche pensare a lui, perché una persona deve proprio mettercela tutta per essere così sfigata. In due anni aveva cambiato tre squadre e come se ne andava quelle cominciavano magicamente a vincere. E all’esordio con la terza squadra, quella dove avrebbe potuto brillare un po’, si era rotto una caviglia appena entrato in campo, facendo tutto da sé, tra l’altro. Frankie aveva pensato di mandargli un messaggio di incoraggiamento, ma poi erano saliti sull’aereo per la partita di Champions e la cosa gli era passata di mente. E scrivergli tre giorni dopo, quando erano due anni che non lo sentiva, gli era sembrato un po’ ipocrita. Comunque adesso Terry era tornato a giocare e si sarebbero scontrati. La cosa lo divertiva quasi. Conoscevano i segreti l’uno dell’altro e adesso si trovavano a sfidarsi in squadre avversarie. Beh, sfidarsi era una parola grossa. Gli avevano insegnato a non sottovalutare nessuno, ma di Terry non riusciva ad avere paura. Se lo ricordava sempre la prima volta che lo aveva visto e gli aveva fatto l’impressione di un pulcino impaurito. Assomigliava anche a un pulcino, così piccolo e biondo. Sentì una vampata d’affetto e di nostalgia e subito dopo si sentì nuovamente irritato. Lo aveva aiutato, ma a un certo punto doveva imparare a camminare sulle sue gambe. Doveva capirla che lui non ci era tagliato e già doveva ringraziare tutti i Santi del Paradiso se era arrivato in prima squadra e ci era rimasto quasi tre anni, anche se partendo sempre dalla panchina e giocando una partita sì e due no.
“Sempre amici, giuriamolo”. Quant’era buffo quella sera, Terry! Gli venne da sorridere ricordandolo. Forse non aveva tenuto una gran fede a quel giuramento, magari avrebbe potuto fare di più per lui, come convincere il mister a tenerlo ancora fino alla fine della Stagione, ma mantenere le promesse non era la sua specialità. Oh, ma che cazzo, adesso stava anche a perdere tempo coi sensi di colpa! E’ come quando i tifosi ti danno addosso dandoti del traditore perché ti vendono ad un’altra squadra. Tutti giocano in una squadra e poi in un’altra, è il calcio, son passati i tempi in cui uno restava nella stessa squadra per vent’anni, finché non gli spuntavano la pancia e i capelli bianchi. Invece no, i tifosi che fino al giorno prima si tatuavano addosso il tuo nome andavano a bruciare gli striscioni e a sputarti addosso. Non che a lui questo fosse capitato, anche lì era passato indenne, immune: in Spagna c’era ancora gente che lo adorava dopo tre anni che se ne era andato. Ma Will, per esempio, era diventato improvvisamente un negro di merda solo perché non aveva rinnovato il contratto. Chissà come l’avrebbero presa se fosse andato davvero a giocare in Italia come gli avevano proposto, si chiese Frankie, chissà se sarebbe uscito intatto anche da lì.
Si era talmente abituato all’adorazione del mondo da non aver più fatto caso all’adorazione di Terry.

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Aveva visto un film western su Jesse James, aveva giocato un po’ alla playstation, aveva cercato di dormire senza riuscirci e poi si era preparato all’incontro. Il grande incontro: lui e Frankie uno contro l’altro, per la prima volta.
Si erano visti a bordo campo. “Come ti va?” Sperava che non gli chiedesse come andava a lui. “Potrebbero candidarmi al Pallone d’Oro, se li porto alla Champions”. Eh no, questo l’aveva detto per umiliarlo. Non era la frase di chi vuol condividere una gioia, era la frase stupida, stronza di chi vuol competere fino all’ultimo, come se ci fosse bisogno di competere con lui. E quel sorriso – sempre bellissimo – non era il sorriso di chi è felice, ma di chi dice: guardami, io ho il mondo ai miei piedi e tu no. Di chi non può fare a meno di mostrare che ha vinto anche questa volta.
Poi la partita ebbe inizio.
Lo stadio urlava sopra di loro, non li aveva mai sentiti urlare così forte, i suoni erano centuplicati. Non aveva mai giocato da avversario lì, Terry ebbe come l’impressione di vedere il mondo alla rovescia.
Aveva piovuto fino a un’ora prima e l’erba si era come trasformata in fango. Non correvi più: scivolavi. Allora doveva scivolare anche Frankie, o sarebbe rimasto immacolato come un angelo, sfidando ogni legge fisica e ogni logica? Quando gli vide addosso le prime macchie Terry gioì. Allora era umano anche lui. Scivolando nel fango Frankie segnò la prima rete. Lo stadio impazzì.
Aveva anche la faccia spruzzata di fango, vide Terry. Ma continuava a brillargli quel sorriso radioso che gli aveva dato tanta sicurezza e per cui adesso avrebbe voluto prenderlo a schiaffi in mezzo al campo. Andò avanti furiosamente, palla al piede e la testa bassa come un toro, i boati del suo stadio contro di lui, le orecchie tagliate da quei boati, dal fischio dell’arbitro che lo fermava per un fallo, dalla voce esasperata del mister che gli urlava di stare nella sua posizione. Andò avanti lo stesso fino a prendersi un’ammonizione. Si girò e guardò Frankie con sfida.
La pioggia ricominciò a cadere tagliente. La solita pioggia inglese di merda. Che non lavava via l’abbronzatura di Frankie dopo i sette anni passati al sole della Spagna. E adesso sarebbe andato al sole dell’Italia. Credeva che non lo sapesse? Credeva che fosse un idiota?
“Dove cazzo stai con la testa?” gli gridò il mister quando gli passò vicino a bordo campo. Terry alzò il braccio come se dovesse allontanare un insetto. Tu prova a sostituirmi, provaci e ti strangolo, gli disse con gli occhi. Questa era la sua partita. E non aveva mai sentito tanta rabbia dentro.
Questa volta andò a scontrarsi in pieno con Frankie, per l’impatto caddero entrambi. Frankie allungò la mano perché si rialzasse, lui scacciò di nuovo quell’insetto immaginario e guardò in su lo stadio che lo fissava per condannarlo, come si faceva con i gladiatori. “Smettila, sei solo patetico” gli sibilò allora Frankie tra i denti. Questa volta Terry lo guardò con odio.
Probabilmente qualche cronista televisivo imbecille stava berciando qualcosa su cosa potessero essersi detti ed era andato a ripescare pezzi della loro storia. “Coglione. Patetico coglione” ripetè Frankie tra sé come Terry si fu girato. Terry tornò indietro, minaccioso. Gli venne in mente quando gli era andato incontro per abbracciarlo dopo quel gol meraviglioso. Se due compagni non lo avessero bloccato sarebbe stata seconda ammonizione.
Lo stadio divenne un unico rimbombo come se dovesse esplodere e la pioggia gli riempiva gli occhi. Gli sembrava che la sua testa non ce la facesse più a contenere  tutte quelle voci. Individuò il pallone dall’altra parte del campo.
“Allora ti vuoi dare una calmata?” gli disse il mister nell’intervallo. No, non voleva. Era stato calmo troppo, 25 anni, tutta la vita. Aveva perfino sposato una donna calma. Adesso voleva sentirla la rabbia, sentirla crescere come una cosa viva, da toccare. Strinse i pugni perché aumentasse, per caricarsi come un motore. Quando tornò in campo l’urlo dello stadio gli sembrò una cosa lontana, irreale.
Al quinto minuto del secondo tempo Igor, il russo, segnò il gol del pareggio. Frankie rispose subito, ma prese in pieno la traversa. Al di là di tutto l’odio per un breve attimo Terry lo guardò incantato, in mezzo all’area di rigore. Aveva davvero un piede magico, era bellissimo quando saltava fuori dalla mischia e andava dritto a rete, era qualcosa di più degli altri. La traversa tremava ancora.
Poi avvenne l’incredibile e la squadra di Frankie fu sotto di un gol. Lo stadio divenne muto, come se vi fosse calato sopra un incantesimo.
Terry sentì in bocca un sapore che non conosceva. Il sapore del trionfo. Ed era meraviglioso.
Ce la potevano fare. Avevano dato tutti per scontato che sarebbero stati umiliati e invece ad umiliare erano loro. Era ancora possibile. Se Frankie non fosse balzato fuori per scagliarsi a rete. Solo quello, e poi il miracolo era possibile. I secondi correvano.
Al 91° Frankie uscì dalla pioggia come un angelo vendicatore, il pallone che gli roteava tra i piedi. Solo Terry si scagliò tra lui e l’area di rigore prima che potesse raggiungerla, a fermare la sua corsa impazzita. Il fango schizzava dappertutto e lui entrò in scivolata. Non cercò il pallone, cercò il suo piede, il piede fatato, e lo centrò in pieno mentre l’urlo tornava ad esplodere nella sua testa. Era fatta.
Frankie era a terra, il sorriso era diventato una smorfia, si torceva con quel suo piede magico tra le mani mentre i barellieri accorrevano. Era finita. Per sempre. “Per sempre” disse Terry rilasciando i pugni.
Non riuscì ad incrociare lo sguardo di Frankie mentre lo portavano fuori dal campo. Non poteva. Guardò invece in alto, quello che era stato il suo stadio. L’odio non si era fermato. Ce lo aveva dentro, tutto. L’aveva rivoltato contro se stesso ed era odio misto a schifo, il peggiore. Sentì ancora l’urlo sopra la sua testa e questa volta era per lui. L’avrebbe sentito per tutta la vita. Era l’odio dello stadio.

Gabriella Aguzzi