Il racconto del mese: La Daga di Sirius

03/01/2011


Il Caste si ricordava solo che ci si doveva ritrovare al Trozzi dopo le tre. Samu, il Pedra e Gippo dovevano essere già là. Qualcosa in fretta, si era detto, perché Gippo alle cinque doveva esser già a caricare le casse di frutta e voleva dormire almeno mezz’ora. “Perché non si decide a dire a suo padre che è stufo di quel lavoro del cazzo?” si disse il Caste tastandosi ancora dappertutto. Niente. Nessuna ferita. Chissà in quale schifezza era andato a metter le mani se quel sangue non era il suo. Probabilmente aveva messo sotto una nutria, ti saltano sempre sotto le ruote quelle bestie deficienti. Il Caste risalì in macchina. Non aveva nessuna voglia della pizza del Trozzi dopo tutto quello che aveva vomitato, ma non gli piaceva paccare gli amici. “Tanto domani è sabato e dormo fino alle due, non come quel disgraziato del Gippo”.
Tirava un freddo da neve sul piazzale del Trozzi e il Caste si sentiva morire con addosso quelle scarpe da fighetto che si era messo per andare a casa del Marchese. Stefano Marazzi – il Marchese come lo chiamavano loro per sfotterlo – aveva una casa da paura con tanto di piscina sul retro e gli affreschi di qualcuno del Settecento nell’ingresso e a lui non andava di fare la figura del pezzente se al Marazzi padre fosse saltato ancora in mente di comparire sulle scale e borbottare “bene, bene, bene” prima di ritirare nello studio la sua testa da gufo.
La luce al neon del Trozzi gli si sparò in piena faccia. “Con dieci danni aggravati dovevi già esser morto, ringrazia il Master che è stato buono” lo salutò il Pedra che stava discutendo col Gippo. “Così si crea un precedente, perché, o stabiliamo che decidono i dadi, e allora sei morto e punto, o allora decide il Master, ma allora è inutile che ti sbatti tanto se poi lui ti salva il culo comunque. O no?” “No, il regolamento dice espressamente che il Master ha facoltà di decidere” ribatteva il Pedra ormai tutto rosso perché non gli andava essere messo in discussione e si aspettava anzi un grazie per essere un Master magnanimo. Il Samu stranamente non partecipava alla discussione e se ne stava in silenzio con una faccia stravolta. Ci avevano dato tutti dentro col whisky quella sera perché da quando il Marchese aveva proposto di giocare da lui il venerdì sera giravano le bottiglie più buone e i vassoi di stuzzichini lasciati da sua madre (una strafiga anche a 50 anni, chissenefrega se era per la chirurgia plastica!). Insomma, era tutto diverso dall’anno prima che si quotavano 5 euro a testa per le birre per trovarsi a casa di Franz, e solo di mercoledì che era la sua sera libera. Il Samu, però, l’alcol lo reggeva da Dio, e la faccia che aveva adesso, peggio che se all’Inter avessero soffiato lo Scudetto, proprio non la si spiegava. Il Caste non si era ancora abituato a chiamarlo Samu. Ci si era sempre divisi tra quelli che Samuele Dordoni lo avevano solo chiamato Dordo, ed erano i compagni di classe, gli amici di sempre, i quasi fratelli, e quelli che lo avevano conosciuto dopo e per loro era semplicemente Samu. Ma da quando Eto’o era venuto all’Inter a lui quel nome era piaciuto di più e adesso lo si doveva chiamare tutti così.
“Con questo, però, non intendo giustificare Franz” precisò Gippo che aveva sempre paura di essere frainteso. “Dite che si è incazzato davvero? – domandò il Pedra – Perché l’ho chiamato al cell ma non mi rispondeva” “E tu perché lo hai chiamato?” “Per sapere se ci raggiungeva” “Cazzi suoi – fece il Gippo riprendendo il giubbotto e pensando che il Pedra lo aveva davvero rotto, a voler sempre andare d’accordo con tutti – Oh io vado, che voglio dormire almeno mezz’ora”. Una ventata gelida entrò dalla porta a vetri come una frustata. “Si è comportato di merda. Cazzi suoi” ripeté scomparendo nel primo banco di nebbia.
Era stato un autunno caldo fino alla settimana prima e al Caste sarebbe piaciuto a volte andare al fine settimana al mare con la ragazza, ma poi la stronza lo aveva mollato e se non ci fosse stato il Samu con lui, e Franz, e i venerdì sera a casa del Marchese, sarebbe uscito di testa. Si affrettò verso l’auto e non vedeva l’ora di entrarci perché gli si stavano congelando i piedi, ma Samu lo aveva seguito. “Tutto bene, Jacopo?” “Non mi chiamare Jacopo, cazzo, lo sai che lo odio!” “Sì, ma stai bene?” “Insomma....” Stava battendo i piedi e si sentiva uno straccio. “Se devo guidare io... poi la tua auto l’andiamo a riprendere domani” “No, tranqui, ce la faccio. Mi sparo 40 minuti di doccia e poi mi fiondo in branda”. Il Samu doveva esser lui quello che aveva bisogno d’esser riaccompagnato perché arrivato alla sua auto barcollò, si lasciò andare seduto a terra contro la portiera e si mise a piangere con la fronte sulle ginocchia. “Dordo... Samu, vuoi stare da me?” Lui fece un gesto come per scacciare una mosca inesistente e si asciugò veloce gli occhi con la manica “E’ tutto ok”.
Quella notte il Caste fece un sogno. Era ancora a scuola e doveva dare gli esami di maturità. “Castellari Jacopo, con 10 danni aggravati lei non dovrebbe neppure essere qui” gli diceva il professore con addosso una divisa da poliziotto. Poi c’era qualcuno che tentava di strangolarlo e c’erano delle nutrie che saltavano sotto le sue ruote. Nutrie gigantesche, antropomorfe, esseri umane con pelo, muso e zampe. Si risvegliò fradicio di sudore anche se la stanza era semigelata.


“E’ il batterista degli Shark, chiede se qualcuno sa qualcosa di Franz” disse il Marchese staccando dall’orecchio lo smart phone nuovo di pacca. Il Consonni li aveva chiamati incazzatissimo perché Franz non si era fatto vedere al concerto. Dopo tutto lo sbattimento che si era fatto perché quello aveva preteso che sulle locandine ci fosse scritto “Matteo Franzoni alla chitarra” e non erano quelle locandine che ti fai col pdf e le appiccichi su una vetrina, erano locandine vere, e fortuna che lo zio del Consonni lavorava in tipografia, ma erano costate comunque. Dopo che erano andati in culo ai lupi nel bresciano, 50 chilometri andare e 50 tornare, con tutte le spese della benzina. Però sotto sotto il Consonni era anche preoccupato. Franz era capace anche di essersi addormentato col gas aperto, svitato com’era.
“Almeno se salta in aria non ci rompe più i coglioni il venerdì sera” fece il Gippo. Il Marchese li aveva portati in un bar di fighetti, uno di quelli che fanno i cocktail con l’assenzio e la polvere d’oro, e il Gippo stava cercando qualcosa sotto i 12 euro. “Che è sempre lì a tirare in ballo il regolamento quando giocano gli altri, ma quando tocca a lui se ne sbatte del regolamento”. Il Gippo era fissato col discorso del regolamento.
“Ma quello è niente, il problema è che poi va avanti tutta la sera e pretende di avere ragione – fece il Pedra – e se proprio la volete sapere tutta è stato per questo che ho salvato il culo al personaggio del Caste. Lo aveva già ammazzato una volta e lui si era appena sbattuto a rifarsi tutto il background. E poi, solo perché ha sculato coi dadi, doveva ammazzarlo ancora?”. Franz se la prendeva sempre coi personaggi del Caste, come quando dopo la scuola a Risiko attaccava sempre i suoi carrarmati. “Ma non doveva venire a farsi il piercing con te?” Il Caste alzò le spalle. “Tanto per scopiazzarmi. No, poi non s’è visto”. “Però non si può dirgli di starsene a casa – continuò il Pedra che si era già pentito di averne parlato male – In fondo si è licenziato dallo Scoglio per poter giocare di ruolo il venerdì sera”. “Si è licenziato dallo Scoglio perché voleva suonare il sabato con gli Shark” replicò il Marchese e quando parlava lui l’argomento era chiuso.
Dopo tutto quel parlare del Franz, il Caste fece un altro sogno orrendo. Franz era rivoltato per terra come la bambina dell’Esorcista e sbatteva le braccia e le gambe. Ne aveva otto e si dibatteva come un ragno dando testate nel pavimento.
Al mattino il Caste era incazzato con sua madre. Era ormai rassegnato che lei, con la sua mania dell’ordine, mettesse sempre le mani tra le sue cose, ma la daga di Sirius sapeva benissimo che non doveva toccarla. Quel pugnale comprato a Grazzano quando aveva 13 anni – di fatto era un pugnale anche se lui insisteva a chiamarlo daga – era stato la sua prima arma in un live e c’erano pochi oggetti a cui teneva come la daga di Sirius. Se lo portava sempre dietro e a casa lo riponeva sul primo scaffale e nessuno poteva toccarlo senza il suo permesso. Poteva benissimo ricomprarne uno uguale, ma non era quello. “No, adesso mi dici dove l’hai nascosto”. Sua madre continuava a spolverare imperterrita i DVD uno dopo l’altro. “Cazzo, è sempre stato qui e adesso non c’è più”. La giornata era continuata ancora più storta perché Samu aveva annunciato che non sarebbe più venuto a giocare dal Marchese e quello si era anche offeso, giustamente. Erano andati in delegazione da Manga Store e Samu fingeva di essere impegnatissimo a servire un ragazzino. Il Caste, Pedra e Gippo si erano messi sulla porta come delle guardie e appena quello se ne era andato avevano fatto irruzione. “Cos’è questa storia che abbandoni la campagna?”. Samu tergiversava e guardava il Caste negli occhi, come aspettasse che la risposta venisse da lui. “No, adesso ci spieghi. Abbiamo lasciato perdere il mercoledì perché c’è l’Inter in Champions, e va bene, il venerdì è meglio per tutti, ok. Perché adesso invece non va più bene? Siamo stanchi di accontentarti e se ci fai incazzare il Marchese saltano le riunioni a casa sua, salta il whisky, salta tutto”. “Mi sono stufato, non si può? Voi potete continuare anche senza di me” “Beh, non è corretto, vaffanculo, non è corretto!” Avevano sbattuto la porta. “Pizza allo Scoglio?” propose il Pedra a Gippo, come a dire che di quell’argomento non voleva più parlare così come non voleva più avere a che fare con un traditore. “No, dal Trozzi. Dal Trozzi è più buona” “Ma il Trozzi le fa solo al trancio” “Sì, ma sono meglio”. Si allontanarono presi dalla nuova discussione lasciando col Samu solo il Caste, zitto, depresso. “E tu? – gli domandò il Samu – tu ce la fai ad andare avanti?” “E perché dovrei smettere?” “Sei un pezzo di stronzo, esci pure, non abbiamo più niente da dirci”. E il Caste restò lì a chiedersi che cosa volesse dire, e perché gli si fosse rivoltato contro così, proprio lui, se fosse d’improvviso diventato matto o se fosse lui lo stronzo. Però non gli venne niente da dire, sentiva solo un miscuglio di tristezza e di rabbia, una specie di vuoto nello stomaco.


Qualche volta, quando era stanco o nervoso, il Caste si faceva una camminata a passo veloce lungo il fiume. Inizialmente le sue intenzioni erano quelle di correre per qualche chilometro, ma presto aveva lasciato perdere così come aveva lasciato perdere arti marziali. Però camminare lungo il fiume lo rilassava sempre ed era un’abitudine che era rimasta. E poi lungo il fiume aveva seminato i ricordi più belli delle sue estati. Gli tornava in mente la Dany con la spallina che le cadeva fino a scoprirle un pezzo di seno e che gli sorrideva incoraggiante, fino ad essere lei a fare la prima mossa e a incollare la bocca alla sua mentre con le mani armeggiava rapida con la sua cerniera, e la risentiva morbida e cedevole sotto di lui, convinto che anche per lei quello che stavano facendo fosse una cosa speciale. Poi rivedeva il campo dove col Samu e gli altri avevano fatto l’accampamento celtico, e naturalmente aveva piovuto tutto il tempo, e avevano bevuto sidro caldo tutta la notte per potersi scaldare. Questi ricordi erano ancora più belli, perché le ragazze vanno e vengono e a volte ci provano a cambiarti la vita (come era successo al Pedra che per un anno intero aveva smesso di giocare di ruolo perché la sua ragazza non voleva), mentre quello che dividi con gli amici ti rimane per sempre. Laggiù era dove il Gippo si era finto morto per due ore mentre loro si davano battaglia poco più avanti, finché una coppia ci era inciampata dentro e aveva chiamato il pronto soccorso, allora il Gippo si era rialzato come uno zombi e la tipa si era messa a urlare. Gli veniva da ridere ancora adesso e se l’era sognato anche la notte prima il Gippo che si rialzava, solo che il sogno poi diventava spaventoso. Dietro di lui si era rialzato anche Franz e poi tanti altri senza faccia, a centinaia, finché lungo il fiume era tutta una moltitudine di zombi schifosi che avanzavano perdendo pezzi di braccia. Chissà perché aveva trasformato in un sogno orrendo una cosa così divertente, si chiese il Caste fissando l’acqua. Non era mai stato azzurro quel fiume, aveva sempre avuto il colore del fango. Ma a lui piaceva così, fin da quando a 14 anni veniva a giocarci col Dordo (allora era Dordo e basta) e col Franz, che faceva il mezzorco barbaro e anche allora attaccava sempre lui. Già, quei due li conosceva da una vita, non come Gippo e il Pedra, che dopo la pizza del Trozzi se ne andavano ognuno per conto suo, o come il Marchese che presto sarebbe andato a fare un Master in America e tanti saluti. Il Samu come Narratore era formidabile e senza di lui non sarebbe esistito neppure il gruppo, ma il Caste voleva bene anche a quel rompicoglioni di Franz anche se aveva quell’abitudine stupida di prendersela coi suoi personaggi, non aveva mai capito se per competizione o semplicemente perché credeva di essere spiritoso. Quel matto del Franz che era andato a vivere da solo e poi non sapeva come pagare l’affitto. Quel matto del Franz che una volta li aveva quasi convinti a fare una finta rapina.
Era arrivato sotto il ponte dove una volta la polizia aveva fermato il Gippo che se ne andava in giro con una mannaia grondante sangue. Aveva avuto un bel spiegare che stavano facendo un live, quelli non capivano neppure di cosa parlasse, il più sveglio tra loro credeva si trattasse di un concerto. Il Samu si era precipitato in Commissariato con addosso ancora il costume da Nosferatu, aveva promesso che la prossima volta avrebbero chiesto i permessi al Comune e li aveva convinti a lasciar perdere, incantandoli con una lunga spiegazione sui differenti Clan. “Più tre in Carisma” aveva poi detto tutto trionfante e avevano festeggiato allo Scoglio con una bevuta, col Franz, che allora serviva ai tavoli, che chiedeva con insistenza di raccontare ancora tutto dal principio, invidioso per essersi perso la scena.
Il Caste si lasciò andare seduto lungo i pilastri del ponte e si mise a piangere sulle proprie ginocchia così come aveva visto piangere Samu nel parcheggio del Trozzi. Aveva la sensazione che da qualche parte il fiume si fosse portato via qualcosa a lui infinitamente caro, insieme alla sua giovinezza e alla possibilità di essere ancora felice.

 

Dopo la telefona del Consonni arrivò quella della madre di Franz. “Jacopo... non si trova più Matteo”. Erano quattro giorni che Franz non le telefonava e lei e il suo compagno stavano andando in panico. Il Caste non era ancora sveglio del tutto, sedette sul letto, si arruffò i capelli, si guardò i piedi nudi, cercò di dire qualcosa di sensato. “Ma no, signora, stia calma, vedrà, lo sa che Matteo – stava per dire è svirgolato di brutto, ma si corresse – ogni tanto fa queste cose” “Ma se neppure voi sapete dirmi...” le si ruppe la voce. “Ha provato a chiamare i carabinieri?” disse il Caste e subito si pentì, perché così invece di calmarla l’aveva allarmata di più.
Andò a farsi una doccia e si sentiva un dolore addosso, dentro, lo stesso dolore che lo aveva preso ieri al fiume. Le parole del Samu gli avevano fatto male, anche perché erano così senza ragione. Non voleva passare per finocchio, ma aveva una gran voglia di entrare al Manga Store e spiegarsi, magari farsi una bella litigata ma poi tornare amici. E poi ormai era praticamente certo che a Franz era capitato qualcosa di brutto. E da qualche parte dentro di lui questa certezza c’era sempre stata, ancora prima che telefonasse il Consonni. Ma magari era solo stressato, dormiva malissimo, faceva sempre dei sogni schifosi. Anche questa notte. C’era il Samu che girava avvolto in un mantello, col cappuccio in testa e una vanga sulla spalla, come quando aveva interpretato la Morte Nera. Poi si era voltato verso di lui e con la pala gli aveva tagliato di netto la testa e quel colpo lo aveva svegliato insieme alla telefonata della madre di Franz.
A sera non ce la fece più ed andò al Manga Store. Però non voleva parlargli subito di quello che lo angustiava davvero, così la prese larga. Cominciò a dirgli della daga di Sirius e che non sapeva dove fosse finita. “L’ho gettata nel fiume, a sei chilometri da qui, non la troveranno mai” gli rispose il Samu. E al Caste sembrò di essere in uno dei suoi incubi notturni, quando le cose diventano strane, e s’aspettò che qualcosa lo svegliasse.
“Ma perché l’hai fatto?” provò a insistere, per tornare nel mondo reale.
“Cazzo, Jacopo, non siamo in un live di Vampiri. Nessuno ti ha resettato la memoria, non sei sotto Dominazione. Possibile che non ti ricordi un cazzo di quella sera?!”
Certo che ricordava. Ricordava la voce di Franz, stupida, tagliente, insopportabile, che continuava a lamentarsi perché lui aveva ucciso il suo personaggio, gli aveva dato dieci danni aggravati, e invece il Master aveva deciso di salvarlo e non si gioca così, stavano tutti dalla sua parte, ma lui, Franz, aveva giocato leale, aveva vinto, lo aveva ucciso.
“Mi aveva ucciso” ripeté il Caste, come se con quella frase potesse spiegare tutto.

Il cadavere di Matteo Franzoni fu ritrovato sei mesi dopo nel campo dove il Samu lo aveva sepolto. La cosa non stupì nessuno perché tutti lo avevano già accettato come morto. Dopo il funerale che ognuno aveva svolto nel suo intimo, mesi prima, ci fu quello vero. Il Marchese donò una corona bellissima e gli Sharks tennero un concerto alla sua memoria, con un ragazzetto timido che imbracciava la chitarra al suo posto e si sentiva tremendamente a disagio.
Ci furono due inchieste, la prima quando la madre denunciò la scomparsa e la seconda quando fu trovato il cadavere. Gli amici del Franz furono guardati tutti con sospetto. Perché se fossero stati degli aggressori sconosciuti non avrebbeo perso tempo a nascondere il corpo. Ma siccome Franz si era impegolato con un mezzo spacciatore i sospetti si spostarono da altre parti col risultato che la verità non venne mai fuori. Ci fu davvero, come nel sogno, un poliziotto che lo apostrofò “Castellari Jacopo....” ma a lui non sembrò neppure di mentire dicendo che non sapeva nulla, perché in effetti era così. Anche se poi, col tempo, dei pezzi di memoria tornarono, sparsi, proprio come quando ti provi a ricostruire i sogni. Messi insieme non bastavano a colmare quello spazio vuoto che si era creato da quando aveva cercato di far star zitto Franz e le sue idiozie a quando aveva vomitato il whisky sul bordo del fosso. Ma in quello spazio vagavano degli spettri: Franz che sbiancava con gli occhi rivoltati all’insù, Franz che guardava sbalordito la daga di Sirius conficcata nella pancia, Franz che si dibatteva per terra come un ragno gigantesco e scomposto, Franz che si rimetteva in piedi come uno zombi, faceva due passi e poi crollava di nuovo. C’erano anche delle voci, la sua che ripeteva “dai Franz, rialzati, piantala di fare il cretino” e quella di Samu che gli diceva “dalla a me, la daga, dalla a me, penso a tutto io” e ogni volta quella voce lo strappava fuori dall’incubo. Ormai quella scena l’aveva rimessa insieme tante di quelle volte che aveva finito con l’aggiungerci anche pezzi che non c’erano. Pensava che c’era sempre qualcuno che gli salvava il culo, anche nella vita vera, altrimenti, se Samu non si fosse trovato lì, ora lo avrebbero messo dietro le sbarre e si sarebbero inghiottiti la chiave.
A volte si recava lungo il greto del fiume, per vedere se da qualche parte sul fondo luccicasse la daga di Sirius, come a cercare la conferma di essere un mostro. Poi si convinse che forse col tempo con quel dubbio avrebbe anche potuto convivere.
Il Caste chiese il trasferimento nella speranza che lo aiutasse a rappezzare le cose nella sua testa. Samu andò a stare dalle parti di Parma e il giorno del suo matrimonio fu tentato di chiamare il Caste, ma invece riattaccò prima che rispondesse e non lo rivide più. Il Pedra e il Gippo trovarono un nuovo gruppo con cui giocare di ruolo il venerdì sera.

Gabriella Aguzzi