Il racconto del mese: La Fata dalla coda di legno

04/12/2012

Oren piangeva sempre se non c’era sua madre. Vivevano soli, in una piccola casa, in mezzo a un bosco, poco distanti da un villaggio. La gente del villaggio non era così buona come la mamma sosteneva, e Oren questo lo sapeva bene. Lui sapeva, infatti, che la gente del villaggio preferiva evitare sua madre, perché dicevano, al villaggio, e Oren questo lo aveva sentito dire, dicevano sempre e sottovoce, in disparte, quando pensavano di non essere sentiti, che sua madre era una strega. “Lyanna è una strega!” dicevano “Lei è gentile con noi, ma farebbe meglio a starsene chiusa in casa, altrimenti…” E non aggiungevano altro. Oren non sapeva bene cosa volessero dire con “altrimenti”, ma intuiva che non era nulla di buono. La gente del villaggio era cattiva, e nessuno dei bambini delle altre famiglie voleva giocare con lui. Oren non sapeva il perché. Oren non sapeva molte cose. Non sapeva neppure chi fosse suo padre. Ricordava che un giorno stava giocando con la sua mamma, e quello era il primo ricordo della sua vita, e da allora non aveva fatto altro se non giocare con la sua mamma, da soli, in casa o nel bosco. E il bosco era magnifico, pieno di creature meravigliose e piante dai fiori così belli e luminosi che sembravano di cristallo colorato. Il bosco era quanto di più bello Oren potesse sperare di vedere. Anche se la mamma diceva sempre al bambino di non avvicinarsi mai, per nessuna ragione, mai e poi mai, alla Pianta delle Fate. Oren era soltanto un bambino, ma capiva che la pianta delle fate non era come le altre piante. Era grigia, nodosa, contorta. I suoi rami sembravano artigli sospesi nell’aria, la sua corteccia emanava un profumo dolciastro di violetta. A Oren quella pianta non piaceva, e non aveva nessun problema ad obbedire a sua madre. Anzi, a Oren quella pianta metteva i brividi. Una di quelle piante spuntava proprio a pochi metri dal loro steccato. Oren aveva chiesto alla mamma perché nessuno venisse ad abbatterla, o perché loro stessi non la abbattevano, ma la mamma gli aveva risposto che era un atto molto grave abbattere una Pianta delle Fate. La Pianta delle Fate non era malvagia, però era pericolosa, e bisognava sapere come trattarla. Oren pensava che non fosse necessario fare nulla con le piante, perché vivevano e basta. Non la Pianta delle Fate, gli rispose sua madre. La Pianta delle Fate è diversa da tutte le altre. Non cattiva, ma pericolosa.
Vennero giorni freddi nel bosco, e gli alberi si coprirono di neve. Al mercato del villaggio tutti evitavano sia Lyanna che suo figlio, soprattutto adesso, con l’inverno e il buio che incombeva sin dalle prime ore del pomeriggio, ma Oren non si curava degli sguardi maligni che le vecchie rivolgevano loro, e neppure delle risatine crudeli degli altri bimbi, che li guardavano arrivare e poi scappavano. Oren non voleva altro che la sua mamma. Ma, in quei giorni, Lyanna non era allegra e giocosa come al solito. Sembrava sempre sofferente, stanca. La sua pelle, un tempo candida e vellutata, si era coperta di un sinistro colore giallognolo. I suoi occhi, una volta verdi come l’erba di un prato, adesso erano opachi, acquosi. C’erano notti in cui Lyanna si lamentava nel sonno, piangeva e mugolava come se qualcuno la stesse torturando, e nella sua stanzetta, Oren si copriva le orecchie con il cuscino per non sentirla, perché quando faceva così le metteva tanta paura. Arrivò il tempo in cui la mamma prese in braccio il bambino e lo mise a sedere sulle sue ginocchia. Fece una fatica terribile a sollevarlo da terra, e ansimò a lungo. Oren vide come la pelle della madre fosse screpolata, invecchiata, arida. La guardò negli occhi ed ebbe un sussulto perché quasi non la riconobbe. “Oren, - disse la donna – stai diventando un ragazzo. Io non potrò vivere per sempre. Presto sarai solo, ed è giusto che tu vada al villaggio, a farti degli amici, a trovare qualcuno che si preoccupi per te. Vai al villaggio, in questi giorni che precedono il Natale.” A quelle parole, Oren scoppiò a piangere. “No, mamma! – gridava – Io non voglio conoscere la gente cattiva del villaggio! Io voglio stare con te, per sempre!” La mamma allora non parlava. Restava ad ansimare, con gli occhi sempre più opachi e la voce che si faceva ogni giorno più roca. E allora anche lei piangeva, e stringeva suo figlio a se.
Una notte, Oren fu colto da un terrore profondo perché sua madre si mise ad urlare. O forse no. Non proprio ad urlare. Sembrava che stesse recitando qualche strana parola a voce molto alta. Oren si coprì la faccia con il cuscino e, all’improvviso, le grida cessarono. Oren rimase a lungo sotto le coperte calde, ma poi vide un’ombra passare davanti alla finestra. Allora si alzò, si avvicinò ai vetri battuti piano da una neve leggera, e scorse una figura incappucciata arrancare nel giardino, con fatica, lentamente, fermandosi ad ogni passo, diretta verso i rami della Pianta delle Fate che oltrepassavano lo steccato. Quando la figura incappucciata si voltò, come se avesse intuito di essere spiata, Oren non vide sua madre, ma il suo simulacro. Un volto verdastro, senza espressione, scavato fino all’osso, con due occhi spalancati senza colore. Oren non avrebbe mai saputo descrivere la paura che provò. Corse sotto le coperte e pianse, forse di terrore, forse di tristezza, ammesso che le due cose siano mai state disgiunte.
Oren non ricordò quanto rimase nascosto dalle coperte. Forse tutta la notte, forse buona parte del mattino, forse, alla fine, la stanchezza ebbe la meglio su di lui. Ma i rumori in cucina lo misero in allarme. Si tolse il sonno dagli occhi, si alzò, corse in cucina e vide sua madre, intenta a preparare la colazione, con i lunghi capelli biondi sciolti, la camicia di cotone sotto lo scialle di lana e la lunga gonna di velluto che portava sempre. “Mamma!” gridò esterrefatto. Lyanna allargò le braccia ed il bambino le corse incontro. La abbracciò. Mancava poco al Natale, il villaggio si preparava alla festa, sua madre era tornata bella come la ricordava. Oren la strinse a lungo, piangendo dalla felicità. Anche sua madre piangeva. Restavano stretti, e Oren diceva che sarebbero stati sempre, sempre, sempre insieme. E non fece troppo caso a quello che vide oltre la spalla di sua madre, traverso la finestra della cucina che dava sul giardino, o, per meglio dire, a quello che non vide. Perché la Pianta delle Fate, vicina allo steccato, era scomparsa. Qualcuno, forse, era venuto ad abbatterla, ma che importanza poteva avere, adesso che sua madre stava di nuovo bene? Lyanna posò a terra Oren con la stessa facilità con cui l’aveva sollevato. “Staremo sempre insieme, vero mamma?” Le domandò ancora, saltellando verso di lei. E sentì la sua voce, la voce di sua madre. Una voce che era indubbiamente quella di sua madre, ma allo stesso tempo non lo era. Una voce rauca, che sapeva di terra. Che diceva cose dolci, ma con un suono diverso, tetro. Oren fece due passi indietro, confuso, sbigottito. “Mamma, - disse – davvero stai bene?” “Ma certo, tesoro. – rispose la madre – Adesso sto bene, sono guarita, e nessuno ci dividerà mai.” Tornò ad occuparsi della colazione, e fu allora che Oren la vide. Quella cosa che usciva dalla gonna di sua madre. Quella cosa che lì non doveva stare, che si muoveva piano credendo di essere nascosta dalla gonna. Quella cosa che sembrava addirittura una radice, e invece era una coda di legno.

Carlo Baroni