Il racconto del mese: Last Summer Blues

18/08/2009

Si soffocava nella stanza. Il corpo di Jonathan scottava contro il suo e il loro sudore si mescolava, eccitandolo. “Aspetta, apro la finestra” disse Larry e nell’istante in cui si distaccò da quelle braccia forti già gli mancava il suo abbraccio, e il contatto della sua pelle. Non capì perché aveva parlato sussurrando, ma c’era qualcosa di magico e fragile in quel pomeriggio assolato che aveva paura di rompere. Scivolò in piedi sul letto e aprì i vetri, ma entrò solo un’altra ondata di caldo con i rumori rotti dell’estate: il torrente sotto casa, le cicale impazzite, qualcuno che tagliava l’erba più lontano. Tornò nelle braccia di Jonathan e gli sorrise, i capelli biondi incollati dal sudore alla fronte e alle guance. “Ma dov’eri tutto questo tempo? Dov’eri nascosto che non sapevo nemmeno che esistessi?” disse ridendo e il suo corpo ebbe un fremito anche se faceva caldo. “Mi piaci quando ridi” disse Jonathan sussurrando anche lui. Glielo avevano già detto. Larry aveva un modo di ridere tutto suo, gettando indietro i capelli e illuminandosi tutto, come investito da un riflettore; solo negli occhi grigi, sottili come due fessure, non se ne andava la malinconia. S’immaginò che Jonathan avrebbe potuto cancellargliela per sempre, Jonathan di cui non conosceva altro che il corpo forte e nervoso e la violenza dell’abbraccio. “Dai, stringimi più forte”. Le unghie di lui gli si piantarono nella pelle, Larry quasi urlò. Gettò di nuovo indietro i capelli biondi, serrandosi i pugni sulle tempie. Jonathan si alzò in piedi, l’erezione ancora evidente. Era quasi sera ormai e un volo di falene entrò dalla finestra aperta sbattendo contro i muri. Il rumore della falciatrice si era fermato e il tramonto infuocava la stanza come se vi avessero appiccato un incendio. Larry si stava infilando nella t-shirt nera, il tramonto lo colpiva in pieno, riflettendosi nel grigio dei suoi occhi. “No, aspetta, resta così” disse Jonathan cingendolo di nuovo, ma con più dolcezza. E lo prese ancora.

Dei ragazzi che Larry portava a casa il suo preferito era Dan. Le piacevano quei corpi di adolescenti sul punto di diventare uomini, la tensione nervosa dei muscoli sotto la t-shirt che svelava un lembo di pelle e il disegno nitido delle ossa.  Jenny, o la vecchia Jenny come la chiamavano perché era di sette anni maggiore del fratello, o la dottoressa Jenny per i consigli che dispensava gratuitamente, compensata dalla soddisfazione di mettere la mano su quei muscoli giovani e caldi, non faceva mai domande sulla vita di Larry e sull’andamento caotico dei suoi orari, ma avrebbe voluto sapere di più di Dan e di dove e come si fossero incontrati. Così restava a guardare il ragazzo chino sui libri, le spalle inarcate quel tanto da farle fremere e il collo nudo e bianco fin dove i capelli spuntavano dritti e ispidi, cortissimi, a contatto con quelli lunghi e biondi dell’amico, le loro tempie che si sfioravano. Fantasticava su Dan, i suoi pensieri, le sue passioni, anche se c’era poco da fantasticare su un ragazzo che aveva appena finito il liceo, così subito dopo correva a fantasticare su quel corpo nervoso e appena scolpito, ancora gracile, e quel guizzare di muscoli sotto la maglietta alla minima emozione. E lei, al suo secondo sciagurato divorzio, era anche lei un fremito. Era tornata a vivere in casa con il fratello, due genitori distratti, una nonna rincoglionita, una casa dove ognuno si faceva i cazzi suoi, e la sera era tornata a frequentare i vecchi amici, ai quali si era unito anche Dan. Le era bastato parlargli due volte per accorgersi di come fosse disperatamente innamorato di Larry. Ma Larry se ne fregava di tutto e di tutti, sembrava voler essere l’unico ad avere la prerogativa di soffrire.

“Alan, dove ti sei cacciato? Dai, vieni fuori, scemo. Stavamo scherzando”. Silenzio. Solo il casino pazzesco che facevano milioni di cicale. “Alan, basta, non sei divertente, ti stiamo chiamando da due ore”. “Fred, prova tu a cercarlo”. “Perché io?” “L’Autorità della Legge”. Fred si avviò incespicando nei campi di grano, domandandosi se rientrava nei compiti di un poliziotto cercare un ragazzetto scemo che si era nascosto per capriccio. E poi aveva altro per la testa. Prima di tutto Marian, che gli metteva le corna a ripetizione. A che serve avere una fidanzata brutta come una rana se poi ti fa cornuto lo stesso? E infatti non aveva percorso nemmeno mezzo miglio che li aveva visti lì avvinghiati, Marian e Steve, lei che gli mordeva quell’orrendo tatuaggio col ragno che aveva sul collo. Era diventato rosso e si era ritirato sul margine della strada, sempre incespicando, come fingendo di aver sbagliato strada, come se fosse stato lui quello indiscreto.
“Che ci fai da queste parti, Fred?”. Larry lo stava squadrando, ironico, la camicia aperta e la sigaretta quasi spenta. “E tu che ci fai, Larry?” Un’alzata di spalle. “Aspetto”. “Non finire nei casini, Larry”. “Cos’è? Vuoi arrestarmi per vagabondaggio? Mettimi le manette che magari mi piace” “Non fare lo stronzo, Larry”. “No, sei tu lo stronzo. Non puoi farti trattare così da una donna, è umiliante”. “Beh, se è per quello tu ti sei messo al riparo”.
Era nervoso, e incazzato. Non bastava far la figura del fesso che si sente in colpa per aver scoperto la fidanzata con quell’idiota tatuato di Steve, adesso ci si metteva anche quel frocetto a sfotterlo. Una nuvola passò sopra il sole per pochi secondi, poi tutto tornò ad essere illuminato da quella luce infuocata: la strada, i ciottoli, i campi di grano e Larry che lo stava fissando ancora con quel sorriso che tirava gli schiaffi. Quel sorriso bellissimo.

S’innamorava periodicamente, era fatta così. Sempre con furia, per sprazzi brevissimi, per uomini che non poteva avere a volte solo per la vergogna di confessare i suoi sentimenti, per il terrore che ne ridessero, sempre quando pensava che non le sarebbe più capitato. Allora Elizabeth chiudeva gli occhi e lasciava che lui, il lui del momento, abitasse tutti i suoi pensieri, che l’ondata la investisse e ne assaporava il perduto sapore, l’emozione adrenalinica, e che poi altrettanto improvvisamente passasse, una mattina qualunque, lasciando il piattume della marea appena ritratta.
Era stato Larry a far scoccare la scintilla. Lo aveva visto per la prima volta infagottato in un maglione troppo grande, ma la sua bellezza l’aveva appena sfiorata. Poi, tre mesi dopo, era arrivata la tempesta e neppure lei sapeva cosa l’avesse scatenata, se una frase detta da Larry per caso, il vento caldo di una sera, quella in cui aveva parlato di Jonathan a lei unica fra tutti, o quel modo che aveva di gettare indietro la testa e ridere, coi capelli biondi che così facendo gli arrivavano a metà della schiena e la faccia che si illuminava tutta come centrata da un raggio di sole, o se invece erano stati gli occhi grigi che si facevano piccoli come fessure quando si perdeva in un pensiero lontano. Allora tornava a immaginarselo infagottato nel maglione, un po’ incurvato nelle spalle, nascondendo le forme che poi gli aveva scoperto l’estate, e lo trovava adorabile. Restava tutto il giorno con lo sguardo fisso alla porta della caffetteria, ad aspettare che quella porta si aprisse, sobbalzando ogni volta che sbatteva, incazzata con ogni persona che entrava e non era lui o che si sedeva al suo tavolo d’angolo. Sapeva che con la fine di quelle giornate torride se ne sarebbe andata anche la voglia di Larry con tutto quanto assomigliava all’amore, così come la fine di ogni stagione spazza via le malattie. Sapeva che non sarebbe riuscita ad averlo neppure per un’ora e addirittura che il Larry a cui pensava con tanta insistenza non assomigliava neppure al vero Larry, ma la notte accarezzava le lenzuola illudendosi di accarezzare il suo corpo, su cui scorrevano altre mani, e lasciava che il sudore dell’estate si mescolasse a quello del desiderio.
Stavano così, tutti, nei loro letti, gli occhi sbarrati, incrociandosi nei pensieri senza saperlo. Jenny si sentiva bruciare per Dan, Larry per Joanthan, Elizabeth per Larry, ma forse era soltanto l’estate che bruciava man mano che aumentavano i giorni trascorsi dall’ultima pioggia.
Steve si sentiva bruciare addosso i tatuaggi – che idea del cazzo farsi tatuare un altro teschio! – e pensava a quella cretina di Linda che voleva che si tatuasse addosso il suo nome. Già e poi chi lo cancella quando ci lasceremo voleva incastrami la scema, pensava Steve. Torna da me torna da me ti prego non sarò più gelosa mai mai più te lo giuro ma ritorna, pensava Linda, la testa affondata nel cuscino a soffocare il pianto. Cazzo quanto piange quella scema sembra di essere ad un funerale a star con lei, pensava Steve.
Anche Elizabeth diceva che Steve era sprecato per quella ragazza deprimente, senza togliere che fosse un vero stronzo. In quanto a lei piangeva solo al cinema, nella vita non ne era mai capace.

Aveva già rubato in tre supermercati e si sentiva stanco. Così sedette sul marciapiede e si rollò una canna, non avendo altro da guardare che le macchie di umidità intorno al tombino. Si contemplò l’ultimo tatuaggio, allargando e stringendo il pugno: una vera figata. Però non c’era gusto a far tutto questo da solo, i tatuaggi, i furti nei drugstore, le scazzottate, le canne. All’inizio erano in quattro, lui, Larry, Fred e Jeff l’Irlandese. Avevano anche formato una banda che era durata poco perché non c’era nessuno con cui prendersela. Poi Fred era diventato addirittura uno sbirro, ma non era una grave perdita, era sempre stato una mezza sega, si vede che si sentiva qualcuno dentro una divisa. Larry non era neanche da contare, quello era sempre stato su un altro pianeta. Il tradimento che non aveva mandato giù era quello di Jeff. Il più duro di tutti, sempre a rombare sulla sua Harley Davidson, il più pazzo, il più spericolato, il suo amico di sempre. Steve e Jeff: gli inseparabili. Beh, una mattina, tutto candido e sorridente, aveva detto “Ragazzi, io entro in seminario”. Ed era scomparso. Adesso era da qualche parte a redimere anime perse come la sua e quella di Larry. Da non crederci!
Steve soffiò via il fumo e si stiracchiò. “Mi fai fare un tiro?” “Alan, per la puttana, hai 15 anni!” “E tu quando hai cominciato a farti le canne?” “A 13” “Ecco” “Sì, Alan, ma tu non sei come me. Tu scrivi storie. Non ti scopi le ragazze degli amici. Non rapini i supermercati. Insomma, non mi va che diventi come noi”.
Era una di quelle sere in cui a Steve prendeva la botta di malinconia. Pensava a Larry e a come non avevano più niente da dirsi perché non c’era gusto a parlargli di ragazze. Pensava a Linda e a come era stato stronzo con lei, ma non poteva farci niente, sapeva già che lo sarebbe stato anche domani. Pensava alla sua chitarra elettrica e se c’era qualcosa che poteva riuscire bene pure a lui. Aveva deciso di sbronzarsi, ma quella sera era partita male e doveva andare tutto storto. Di lì a poco Fred lo arrestò per il furto al supermercato in Oak Street. Steve si divincolò, ma diede una gran bracciata nell’aria, e forse voleva colpire solo le ombre che lo perseguitavano. Allora gridò, ma gli uscì un mezzo singhiozzo “Cazzo, Fred, pensavo fossimo amici!” “Io faccio solo il mio dovere”. E sotto quel sorrisetto da onesto coglione faticava a nascondersi un mezzo trionfo.

“Non hai più rivisto Jonathan?” Un cenno di no con la testa, un lampo di malinconia a stringere gli occhi grigi. “Era davvero così bello?” Un cenno di sì, una ciocca di capelli che gli cadeva sugli occhi. ‘Anche tu sei bellissimo’ voleva dirgli Elizabeth, ma non lo disse e lanciò un sasso in mezzo al greto disseccato. Il riverbero di quel fiume spoglio quasi li stordiva, come tutta quella desolazione a perdita d’occhio. “Ma adesso hai Dan, non sei solo”. “Già, Dan...” disse Larry distratto, come ricordandosi di un dettaglio senza importanza. ‘E poi ci sono anch’io’ voleva dirgli Elizabeth, ma naturalmente non lo disse. Fingendosi stanca si appoggiò alle ginocchia spigolose di lui, godendo di quell’unico contatto che gli poteva rubare. In fondo le bastava quell’intimità complice che si stava creando tra loro. Larry la fissò mentre fingeva di dormire: piccoletta, tutta rannicchiata, il corpo simile a quello di un ragazzo. Lo facevano sorridere quei tentativi di sembrar tale anche nel modo di pettinarsi e di vestire, mentre gli piacevano i suoi occhi: grandi, azzurri e rotondi che occupavano quasi metà di quella faccetta puntuta.
D’improvviso Larry rise “Mia sorella è proprio una scema” “Perché?” “Perché vuole portarsi a letto Dan. Cazzo, è ridicola. Se cerca un altro uomo – perché è quello che cerca, è inutile che dica che non ne vuole più sapere – deve proprio ronzare attorno ai ragazzi di suo fratello? E’ grottesco”. Elizabeth non disse niente. Avrebbe dovuto dire che la capiva alla perfezione. “A meno che non voglia vendicarsi di quella volta che mi son scopato suo marito” aggiunse Larry come se stesse dicendo un’altra banalità, sempre giocando con i sassi del fiume. “Hai fatto cosa?” Elizabeth lo stava guardando come se avesse visto sporcarsi un quadro, rompersi un giocattolo. Come faceva ad amare Larry adesso, dopo la bastardata che aveva appena confessato? “Il primo marito. Jenny ne ha avuti due o tre, è sempre sposata con qualcuno” specificò Larry indifferente. Elizabeth si alzò in piedi “Andiamo al cinema” disse. Aveva una voglia confusa di piangere, quindi doveva cercare un bel film strappalacrime. Dopo sarebbe stata meglio.

C’erano anni in cui le stelle cadenti si inseguivano nel cielo come saette. Ma in quell’estate torrida, su quell’angolo di pianura, il cielo sembrava riflettere l’asfalto anche la notte, era una lastra lucida, immobile e incolore. Eppure lo si spiava ogni sera come in un gioco ostinato, riuniti attorno al greto asciutto del fiume, sempre lo stesso posto e sempre la stessa speranza, quasi un rituale, in attesa di una stella cadente da accompagnare ad un desiderio. I desideri si intrecciavano tra loro, ma nessuno era mai nel desiderio dell’altro, ognuno incastrato con la persona sbagliata. Jenny desiderava Dan, e Dan desiderava che Larry fosse dolce con lui, Linda desiderava che Steve fosse come quegli innamorati romantici di cui leggeva nei romanzi tascabili quando stava in negozio, nelle pause tra uno shampoo e l’altro, e Marian desiderava vedere se Steve si era tatuato anche sotto le mutande, Elizabeth desiderava Larry, e Larry vagava un po’ nei desideri di tutti con la malinconia dei suoi occhi grigi, mentre desiderava Jonathan che non era tra loro.
A Steve veniva duro in continuazione, temeva addirittura di essere malato. Gli era successo perfino con Elizabeth, quando gli si era appoggiata alla schiena per versargli il caffé e lui le aveva sbirciato nella scollatura, anche se era piatta come un’autostrada. Allora l’aveva raggiunta nel retro della caffetteria e l’aveva spinta contro il muro, infilandole la lingua in bocca e la mano nella camiciola a quadretti, in cerca di qualcosa da toccare, eccitandosi di più al pensiero che Linda era seduta poco più in là, temendo che quel suo piccolo corpo sgraziato facesse crick sotto la forza del suo abbraccio. Elizabeth fu sopraffatta dallo stupore che qualcuno potesse trovare attraente quel suo corpo ossuto che lei odiava e fu solo per questo che si lasciò andare a quell’abbraccio improvviso, grata a Steve, incurante del fatto che lui certamente avrebbe poi riso con gli amici di ogni suo trasalimento. Così per qualche giorno l’immagine di Steve si sovrappose a quella di Larry nei suoi pensieri e li amò alternativamente.
Verso la fine dell’estate Jenny se ne andò per sposare il marito n. 3, un commerciante del Missouri. Partì con la voglia per Dan non soddisfatta, paragonando mentalmente il suo corpo di ragazzo con quello goffo e bonario del fidanzato. Steve propose di scommettere su quanto sarebbe durato quel matrimonio.
Elizabeth scrutava sempre la porta della caffetteria, la malattia estiva stava durando più del previsto. A volte Larry entrava con uomini diversi. Lei li scrutava prendendo le ordinazioni, ma capiva subito che nessuno di loro era Jonathan, lo capiva dallo sguardo di Larry. Altrimenti sarebbe stato radioso, come colpito in pieno da un raggio di sole.

Non era mai come con Jonathan, non lo sarebbe mai più stato. Era Jonathan che cercava nelle notti calde, nell’attesa a quell’angolo di strada polveroso, nel contatto con corpi sconosciuti. E in quelle notti Larry era solo. E chi se ne frega di essere nei pensieri di tutti, che tutti si domandassero ‘dov’è Larry stasera?’, chi se ne frega se c’era sempre questa solitudine ingombrante, martellante, greve, e la voglia di non essere capito... Non era nemmeno amore, no, non aveva mai amato Jonathan, era solo la voglia di ripetere l’emozione di un pomeriggio d’estate, l’estasi forse, perché certe alchimie magiche possono essere chiamate così. E sono tali proprio perché non si ripetono e proprio perché non si ripetono diventano ossessioni. Aveva incontrato altri uomini che glielo avevano ricordato, per poco più di un’ora, ma poi qualcosa aveva fatto crick e l’ombra di Jonathan se ne era andata in frantumi. Chissà se forse stasera, stanotte, con questo caldo e questa polvere che soffocano....
“Dove vai anche stasera?” “Cazzo, Alan, non starmi sempre tra le palle” “Cosa sono quei lividi, Larry? Come te li sei fatti?” “Non sono cose che si spiegano a un bambino. Dai, ti sei perso gli altri?” Un po’ gli dispiaceva di aver parlato così, ma ormai aveva girato l’angolo, un refolo d’aria che gli gonfiava la camicia scoprendo l’ombelico. Un po’ gli dispiaceva, ma che cazzo!, nessuno lo capiva, figuriamoci se lo capiva un piccolo rompicoglioni apprensivo di 15 anni!

La telefonata arrivò una mattina. Avevano trovato il cadavere di Larry in un fossato a tre miglia dal paese. Aveva cercato l’ombra di Jonathan una volta di troppo, ma nessuno seppe mai come andarono le cose, doveva essere stato un uomo di passaggio, non uno del posto, perché non lo trovarono mai.
Era stato Fred a scoprire il corpo nel suo giro di ronda, fece la chiamata in centrale, poi si ritirò sul lato della strada perché stava per dare di stomaco. Diede le dimissioni due anni dopo perché non ce la faceva più, si vedeva sempre davanti agli occhi il cadavere di Larry.
Lo avevano pugnalato in tre punti, sembravano quasi ricami floreali sopra la camicia e i capelli biondi si erano ingrumati di sangue all’altezza del collo. “Non se li sporcava mai” disse Elizabeth e intanto si domandava perché riuscisse a piangere al cinema e non adesso, perché la scena fosse più irreale e distante di quella in un film. Steve invece piangeva, seduto al bordo del fossato, strappandone l’erba con rabbia furiosa, e intanto ripeteva “Cazzo, Larry, questo non dovevi farmelo!”
“E’ ancora bellissimo” disse Dan e gli tremarono le spalle, poi il suo corpo magro e nervoso fu scosso tutto da un singulto. Si accorse, lo capì in quel momento, che Larry era stato per lui quello che Janathan era stato per Larry e non lo aveva mai neppure saputo. Non aveva fatto in tempo a dirglielo.

Dopo la morte di Larry le nostre vite si dispersero come schegge di vetro. Poi la grandine si portò via l’ultimo caldo di quell’estate e tutto quello che noi eravamo stati nel breve tempo in cui le nostre strade si incrociarono. E se il destino ha voluto che negli anni in qualche modo si ricongiungessero è stato solo per concederci frasi di convenienza “Ho letto il tuo libro, Alan” “Sai, ho due figli, non ho mai tempo...” “Ci dovremo rivedere tutti, qualche volta...”.
Ho voluto raccontare i miei amici così come mi piace ricordarli, o inventarli, così come ritornano a me ogni volta che l’estate riprende a soffocare, e ogni volta li immagino con un tratto nuovo disegnato dalla mia fantasia di scrittore, e allora mi accorgo che non sono che fantasmi. Avevo 15 anni nell’estate dell’83. Non ho fatto in tempo ad essere giovane. Non lo sono stato mai.

Gabriella Aguzzi