Il racconto del mese: Lo sguardo oscuro

Mi chiamo Hallan Rose. In origine, però, Rose era il mio secondo nome. I miei genitori avevano due desideri: non restare soli, e che il loro primogenito fosse femmina. Due sogni, due nomi, se non si realizzano entrambi. Tuttavia, hanno preferito lasciare me da solo, e chissà, magari per punirmi di non essere quello che avevano invano chiesto al cielo. Dopo l’incidente, ho cercato di non ricordare nulla di loro, sono andato all’anagrafe e ho cancellato il mio cognome. Non è importante che lo si sappia perché, in fin dei conti, non esiste più, come non esistono più le persone a cui devo la vita. La vita… Non sapevo si trattasse di una condanna invece che di un regalo, e non lo sapevano nemmeno i miei. Erano felici, in fin dei conti. Mi sono sempre domandato come facessero. Non hanno avuto il tempo di insegnarmelo. Adesso, credo, sarebbero ancora più felici di sentire molti chiamarmi semplicemente Rose. Non signor Rose, non Hallan Rose. Rose e basta, come il nome della figlia che non hanno mai avuto.
Alcuni credono che il mio lavoro sia affascinante, avventuroso, ricco di esperienze e di amori. Bogart è, per il mio lavoro, come Aristotele per la filosofia: l’ha condizionato a priori e per sempre. Fare l’investigatore privato significa, soprattutto, lunghissimi appostamenti dietro i finestrini appannati, acidità di stomaco, sudore rappreso sotto la giacca, gola arida per le troppe sigarette, un’infinità di multe per divieto di sosta, ore ed ore a scartabellare vecchi documenti, gomme al fluoro quando è impossibile lavarsi i denti per tutto il giorno e sostituire spesso il rullino della macchina fotografica. Sì, infatti, uso ancora una vecchia fotocamera non digitale perché mi piace sviluppare le immagini. Vedere che compaiono a poco a poco nel liquido di reazione. E’ come la verità che viene a galla, lentamente, o un sogno, un desiderio. Ma non funziona quasi mai così. In genere, si tratta di sogni spezzati, di figure che rovineranno vite e storie. Perché questo io faccio: rovino la vita di chi è felice. Loro non lo sanno, io li guardo, li seguo, li registro, li catalogo, rubo gli attimi di intimità che si concedono per riportarli al mondo reale, per dire: signori, la favola è finita, si torna indietro, e non come prima. Pensavi di essere ancora felice come un bambino? Non si può restare bambini per sempre, non si può giocare per sempre, non c’è più una madre che ti perdona.

Credo sarebbe meglio non sapere. Mi domando per quale motivo la gente voglia ad ogni costo la verità. Tutti nascondiamo qualcosa, tutti abbiamo un lato oscuro che non dovrebbe essere condiviso con altri. Conoscere il lato oscuro significa non riconoscere più chi ti sta di fronte. Come vedere un volto da lontano che sembra perfetto, bellissimo, e poi avvicinarsi e scorgere qualche lieve imperfezione, alcune sottili rughe agli angoli degli occhi, la pelle non così liscia, le labbra screpolate, i capelli leggermente spettinati e aridi, ed ecco, l’idea smette di esistere. Mi sono sempre domandato in quale luogo si possa trovare davvero, l’idea. Una realtà che non deluda, che non sia più realtà. Non c’è, lo so benissimo, e comunque il mio compito sarebbe annientarla. Sono come l’alba. Ma non uno di quei mattini che rendono dorate le onde del mare e argentea la spiaggia. Uno scialbo mattino d’autunno, denso di nuvole e di aria fredda. Come il mattino della mia città, come il mattino che vedono gli impiegati, gli operai, i benzinai, i pendolari, traverso i vetri del treno. Quella distesa di anonimi e futuri dimenticati dalla quale io traggo linfa vitale. Sono l’uomo cattivo che uccide i poeti. Inizio guardandoli quando è ancora buio, o al tramonto, e poi li colpisco a morte con il teleobiettivo. E ad un tratto succede qualcosa che divide la tua vita in un prima e in un dopo, ovvero prima di quell’evento e dopo quell’evento, fra tanti altri eventi senza significato. Non esisteva, l’idea, prima che incontrassi Clair. Miss Clair White, che arrivò nel mio ufficio senza nemmeno esistere, sotto forma di una piccola fotografia da tenere nel portafogli. Fu quello il primo incontro con lei, me lo offrì Jack White, un uomo di mezza età ben vestito con i capelli grigi e radi, baffetti, magro, l’aria sofferente. Gli permisi di fumare, così da accendermene una anch’io. La gente ha smesso di capire che certi discorsi vanno affrontati soltanto durante una sigaretta o un bicchiere di bourbon, altrimenti non hanno senso, come un campo di fiori senza profumo, o un’aquila che non sa volare. Persi un paio di parole dopo aver visto la fotografia. Clair. Mi capitò fra le mani in una fase della vita che non significava niente. Indosso aveva soltanto una maglietta scura senza maniche, non portava orologi o bracciali, niente gioielli, e si passava le mani fra i capelli neri mentre guardava in alto, sorridendo. Era un attimo di pura bellezza, su quel pezzo di carta. Ma poi, mi venne in mente, da vicino non sarai così. Anche tu avrai i tuoi incubi, le tue paure, anche tu sari corrosa dalla rabbia, sarai contaminata dal sesso. Anche tu sei qui, sulla mia scrivania, perché hai peccato. E il peccato non si cancella, Clair, non si può lavare via come una macchia. E’ indelebile, rimane per sempre. Certo, e allora perché non riuscivo a staccare lo sguardo dalla foto? C’era qualcosa, nell’immagine che avevo davanti, a rendermela intollerabile e irresistibile al tempo stesso. Jack White non mi parlò a lungo, e non volle mostrare più di tanto i suoi sentimenti, anche se io potevo immaginarmeli fin troppo bene. Era un uomo gentile, dai modi educati, sebbene un po’ troppo melodrammatici. Però, gli avrei detto prima che mi salutasse stringendomi cautamente la mano, perché hai osato tanto? Come potevi sperare che rimanesse da te. Da te che, in fin dei conti, sei solo un uomo normale fra tanti uomini così, indefinibilmente normali. Come hai osato anche solo pensare di averla per sempre? Ci vogliono anni ed anni di silenzio e di attesa per conoscere ogni curva, ogni forma, ogni meravigliosa angolazione di quel corpo troppo perfetto per uno che si spalma un dopobarba in gel scadente, di quelli che trovi sui banconi del supermercato nel reparto cosmetici. Era troppa la bellezza per chi se ne va da sotto la mia finestra con un’auto giapponese normale, di un grigio metallizzato normale, magari con un motore mille e otto turbodiesel, verso una direzione assolutamente normale. Hai toccato le stelle solo per capire quanto sei piccolo e freddo al loro confronto. Eppure, forse ti ha amato, ti ha desiderato, chi può dirlo? E’ stata tua, un tempo. E invece no. Neanche questa pallida consolazione. La Clair della foto non era mai stata sua, e non lo sarebbe stata mai, nemmeno se avesse avuto mille anni per aspettare che tornasse. Una donna, non più una ragazza. Una donna meravigliosa, la donna perfetta, quella che ho sempre sognato di cercare e di spiare. In compagnia del suo amante, neanche a dirlo più giovane, molto più giovane. Ma non capisci, signor Jack White, che pagandomi in anticipo l’hai persa due volte, perché ora ci sono anch’io, e non soltanto quello che te l’ha portata via?

Cercai di fare ordine fra i miei pensieri. Dopotutto, potevo sbagliarmi. Forse non c’era nulla di così straordinario in lei. Talvolta ti colpisce un particolare che diventa assoluto: la posizione di una mano, il modo di portare i capelli. Niente favole, niente dei, un caso come un altro, e anche semplice. In fin dei conti, dovevo soltanto portare la testimonianza del peccato di Clair. Ecco un altro tutto preso dalla verità, Jack White, il signor White. E poi che avrebbe fatto? Si sarebbe messo il cuore in pace, si sarebbe vendicato? Sarebbe accaduto qualcosa di tragico, dopo? Era mio dovere far sì che non me ne fregasse niente.

Chiamatela coincidenza, chiamatela sorte, sta di fatto che spiare Clair si dimostrò assai più semplice del previsto, e in un certo modo quasi bizzarro. Dopo una rapida indagine avevo scoperto in quale casa la donna si appartava col suo amante, un monolocale di proprietà del marito lasciato lì a far da tana agli scarafaggi per chissà quanto tempo, e romanticamente ripristinato a funzioni ludiche. Proprio di fronte sorgeva in tutta la sua imponenza un albergo da tre stelle piuttosto velleitario, tipico di chi cerca di darsi un certo tono senza poterselo permettere, mobilia quasi elegante, pavimenti quasi puliti e, ci avrei scommesso, stanze moderne e minimaliste. Il bello del minimalismo sta nel fatto che è trendy e costa poco, una scelta che molti abbracciano con allegata una filosofia altrettanto semplice. Ma non mi aspettavo di trovare una stanza libera proprio di fronte alla finestra della mia vittima. Non me ne accorsi, com’è ovvio, e immaginatevi la sorpresa nell’istante in cui spalancai le imposte del mio modesto balconcino. Pensai che sarebbe stato saggio, in ogni caso, appostarmi lì. Potevo spiarli dal bar accanto all’albergo e poi seguirli sapendo che, presto o tardi, in quel buco sarebbero tornati. Un vero toccasana per il mio dolore alla schiena potersi prendere qualche minuto di pausa su un letto comodo, fra il tempo che passava dal loro ingresso nel rifugio alla loro uscita. Un po’ di relax e una doccia ci stavano comodamente, dato che erano metodici quanto pochi altri mi era capitato di incontrare: tre ore di privacy e poi in giro, come se nulla fosse.
Non prendevano alcuna precauzione e sembrava quasi… Ad un tratto mi sembrò davvero che, ma datemi pure del pazzo, volessero essere spiati. Una sera non avevo voglia di tornarmene a casa, dall’altra parte della città, e pensai che sarebbe stato stupido sprecare l’affitto di una stanza, tanto più che nel mio pretenzioso hotel avevo portato vestiti di ricambio e roba per radersi, per lavarsi. Mi gettai sul letto con la schiena trafitta da mille chiodi e la gamba destra che bruciava. Maledissi il giorno in cui avevo assunto quella schifosa postura da opossum alla scrivania. Avevo proprio bisogno di una bella doccia e di un sonno ritemprante, un lungo sonno magari senza incubi.
Per la prima volta nella mia vita, mentre attendevo che il cellulare trovasse campo, lasciai la sigaretta nel posacenere in attesa che si consumasse. Fu allora che feci un doloroso scatto per rimettermi in piedi, e d’istinto iniziai a pizzicarmi il labbro superiore con la mano destra. Non potevo fare a meno di guardare le imposte chiuse, e le luci notturne che da esse filtravano disegnandosi sul soffitto. Non avevo il batticuore, ma un ritmo accelerato sì. Analizzai tutte le circostanze. Quella foto, prima di tutto, quella foto splendida che il signor Jack White aveva avuto la cortesia di mostrarmi. Una mosca fuori stagione prese a ronzare attorno alla lampada accesa del comodino. L’ombra dei suoi cerchi divenne gigantesca sui riflessi del soffitto, e richiamò la mia attenzione. Un cerchio e una pausa, un cerchio e una pausa. Per quanto poteva andare avanti così, per tutta la sua vita? Non ricordavo di avere aperto l’acqua nella doccia, la trovai bollente, la spensi. Il bagno era immerso in una nebbia di vapori che odoravano come il mentolo della mia schiuma da barba. Lo specchio era opacizzato, impossibile vedervi la mia immagine riflessa. Si respirava a fatica in quella stanza con le piastrelle di un blu intenso, ma l’aria rarefatta mi aiutò a pensare. Da quanto tempo stavo seguendo Clair? Da quanto tempo avevo preso in affitto quella stanza, guarda caso, proprio davanti alla sua? C’era una possibilità su cento, su mille, di trovare una circostanza tanto favorevole? Clair, lì davanti, spesso con le tende spalancate, come se stesse invitando anche me ad entrare. Era concepibile una simile fortuna? Mi era mai capitato nulla di tanto semplice? Gli altri investigatori, quelli che fanno il mio stesso lavoro… Gli appostamenti in auto erano lunghi, certo, ma alla fine non sbagliavo mai. Tutte le multe che avevo stracciato, facendo il duro davanti a una mustang, perché nessuno era mai venuto a reclamarle? Ci sono tempi burocratici ma… Da quanti anni facevo il mio lavoro? D’un tratto, trovai le pareti del bagno, quelle tappezzate di bianco e azzurro della camera, la scrivania, il comodino, il letto e il lampadario spaventosamente familiari. Era come se non fossi mai esistito al di fuori di lì. E anche Jack White, magrolino, alto, con gli occhi chiarissimi, quegli stessi occhi che erano stati di mia madre, i baffetti bianchi, i radi capelli sopra la fronte spaziosa, non mi era nuovo, lo avevo già visto. Chissà quante persone erano passate dal mio ufficio con requisiti somatici simili, ovvero non particolarmente inconsueti, fatto salvo per gli iridi a me tanto familiari, i primi che avevo visto, i primi che mi avevano cullato, i primi che avevano pianto perché non ero una... Tante persone, tantissime, tante che non ne ricordavo neppure una. Mi accesi una sigaretta, la spensi subito. Il suo sapore mi parve amaro, troppo forte. Dovevo bere qualcosa di fresco, magari solo acqua. Ne trovai un poco dentro la bottiglietta che avevo posato sulla scrivania, accanto alla mia fotocamera. Fu mentre avvitavo il tappo della bottiglietta che mi accorsi di un particolare. Ero certo di aver scattato almeno venti fotografie, quel pomeriggio, di Clair e del suo amante che entravano nell’appartamento. Il display della macchina mostrava che il rullino non era stato utilizzato. Dovetti sedermi. Toccai la camicia quasi completamente sbottonata che avevo addosso, mi tastai nelle tasche, corsi di nuovo in bagno per guardarmi allo specchio. Niente, tutto normale. La foto di Clair… Non era nel taschino della giacca, non era nel portafogli, non era né sul tavolo né sul comodino. La cercai ovunque, ci misi più di mezz’ora per convincermi che non c’era. Mi balenarono nella testa tutti i volti che avevo immortalato. Fu come essere travolti da un getto di aria calda dopo aver provato freddo per lungo tempo. Il vuoto. Non ricordavo i nomi, non ricordavo le espressioni, non ricordavo le circostanze. La porta della stanza era chiusa, forse sarebbe stato meglio uscire e distrarsi con una passeggiata, ma per qualche strano motivo non osavo aprirla. Sentivo di far parte della stanza, di essere la stanza da sempre. Come un regno planare in mezzo alle stelle di una galassia sconosciuta. Io ero quel luogo piccolo e vaporoso, quel luogo ero io. Niente nella testa, niente fuori, nel mondo. Continuavo a pensare a Jack White, alle sue spalle strette, al suo corpo magro, magrissimo e curvo, quell’aria compassionevole da persona umile, schiva. Era soggezione o disprezzo, il modo in cui mi guardava? Lo immaginai ridere di me, delle mie stupide ricerche, della mia stupida vita. Ridere, ridere a crepapelle appena fuori dal mio ufficio. Ridere e disprezzarmi per quello che ero sempre stato. Una nullità, un perdente, uno che non doveva neanche nascere. Corsi alla finestra e la aprii. Non mi importava più nulla della fotocamera, non mi importava più niente di tutte le migliaia di foto che forse non avevo mai scattato. Mi importava solo di rivedere quegli occhi, gli occhi che il signor White aveva in comune con la moglie, quasi fossero fratello e sorella. E li vidi, prima chiusi nel piacere, poi improvvisamente aperti verso di me. Li vidi con il teleobiettivo, la finestra di fronte era un vortice d’ aria e di peccato nella notte senza neanche una stella. Nessun rumore dalla via, nessuna macchina di passaggio, nessun semaforo che lampeggiava. Sembravamo sospesi nella tenebra. Io, Clair… E il ragazzo, sopra di lei, ansimante, mentre la penetrava e le carezzava i seni. Mi accorsi che potevo vedere anche senza il teleobiettivo, mi accorsi che erano lì, ad un passo, mi accorsi che sapevano di me, che avevano sempre saputo di me. Quegli occhi di un azzurro chiarissimo, gli stessi occhi del signor White, gli occhi che io non avevo mai avuto, che non ero riuscito ad ereditare. Erano a qualche metro, e mi guardavano con tenerezza, da sempre mi guardavano, mi compativano, mi deridevano, ma anche mi perdonavano. Alla fine sì, mi perdonavano, gli occhi di mia madre.

Carlo Baroni