Il Racconto dell'Estate: 6 Pallottole per Miller

18/08/2011

Furono gli spari a svegliare Jack Miller. Quattro colpi secchi e Jack spalancò gli occhi. Poi si rese conto che gli spari erano solo nella sua testa.
Era come se gli avessero gettato addosso una vagonata di pietre e fece davvero uno sforzo come a scostare quelle pietre, che lo schiacciavano al letto, per sollevare il braccio e allungarlo fino al comodino, a prendere la bottiglia di whisky. Ci arrivò appena a toccarla con le dita e la bottiglia vuota ondeggiò, poi finì rotolando sotto il letto. “Merda!” disse Jack, facendo fatica a sollevare anche la lingua. “Che imbecille!” Che imbecille ad aver scambiato i rumori della cava per spari. Che imbecille ad aver scelto un motel in fianco ad una cava. Perché era in un motel che si trovava, vero? Ma quale motel e come ci era arrivato? Cercò di leggere il nome capovolto, da quelle tre lettere lampeggianti che spuntavano dalla finestra. Pensò che anche la cava doveva essere nella sua testa, per quella sensazione di pietre che si sentiva addosso. Forse era stato lo scoppio di una gomma che aveva scambiato per uno sparo. No, gli spari erano stati quattro, due tra le tette di lei e due nella testa di quello stronzo di Mitch Farrell. J.B.’s Motel, ecco. No, quello era il nome del motel dove era morta Cassy. E di colpo Jack capì che quegli spari erano nella sua testa perché li aveva sparati lui.
Riuscì a sedere sul bordo del letto e vide che la T-shirt era ancora macchiata di sangue e che quindi era tutto vero. Allora spostò lo sguardo sui propri piedi nudi sul pavimento. Troia, troia! Tra tutti doveva scegliere proprio quello stronzo di Farrell, che se le era scopate tutte in giro? Troia! Basta, adesso, doveva esserci ancora del ghiaccio, da qualche parte, lo aveva preso dal distributore delle scale, lo ricordava bene, unico ricordo distinto del suo arrivo a quel motel che chissà come cazzo si chiamava. Trovò il secchiello a tentoni, coi cubetti che galleggiavano ormai informi in una pozza d’acqua fredda, e lo svuotò tutto nel lavandino, fece traboccare il lavandino d’acqua e ci ficcò la testa dentro. Niente da fare, quelle immagini non se ne andavano, anzi diventavano più nitide. Cassy con gli occhi sbarrati che non poteva credere quello che lui stava facendo. E quel coglione morto con ancora i pantaloni calati. Aveva fatto un salto in alto come una rana e poi era ricaduto sul letto del J.B.’s motel, stanza 14, lì dove gli avevano detto che li avrebbe trovati, e il letto aveva cominciato a colorarsi di rosso sotto la sua testa. Jack era rimasto a guardarlo, sorridendo, poi, come in una carrellata al cinema, si era spostato a guardare lei. Era scomposta come una bambola abbandonata, con una gamba ripiegata e il ginocchio di fuori. Si era chinato per sistemargliela meglio, quella gamba, e chinandosi le aveva accarezzato il seno. Sotto la mano aveva sentito qualcosa di caldo e viscido: era il sangue di Cassy. Jack tuffò di nuovo la testa nell’acqua ghiacciata e poi la scosse tre volte, ma quella scena restava lì.
“E adesso?” domandò Jack a se stesso. Adesso era in quel motel chissà dove, e anche se il vecchio Daltrey era andato in pensione l’anno prima non ci avrebbero messo molto a trovarlo perché anche gli altri in carica non erano dei deficienti totali. Provò a immaginarsi la scena, ancora come al cinema: lui che usciva nel parcheggio assolato, la pistola in pugno, crivellato dagli agenti, e magari erano proprio Eddie o Sam, che erano suoi amici, a stenderlo, come Pat Garrett con Billy The Kid.
No, non sarebbe finita così perché non li avrebbe aspettati. Scostò le tende e vide che l’auto era ancora lì, nel riflesso dell’insegna violetta. Bene, almeno una cosa positiva. Era già sulla porta quando si ricordò del revolver e tornò indietro. Era finito sotto il letto insieme alla bottiglia vuota. Come lo raccolse controllò il tamburo, sorretto da una debole speranza. Ma quei quattro colpi mancavano, era tutto vero. Allora si sdraiò a faccia in giù sul pavimento, lì dove aveva raccolto il revolver, e pianse per Cassy, pensando che non avrebbe potuto stringerla mai più, né in auto, né a ballare, né in quella casa che avevano visto da Simmons & Simmons, che l’ultima volta che l’aveva stretta era stata quando si era imbrattato la T-shirt col suo sangue, e che l’aveva lasciata tutta la notte stesa vicino al cadavere di Mitch Farrell, e che li avrebbero trovati insieme.
Poi si rizzò carponi e infine in piedi, asciugandosi gli occhi che ancora stavano piangendo con il braccio che teneva il revolver, si ficcò il revolver nella cintura e si tastò le tasche per controllare di avere con sé le chiavi della macchina. Ok, era pronto. Andandosene gettò uno sguardo all’insegna che continuava a lampeggiare il suo colore viola. Wayfarer Inn: ecco come si chiamava il motel.

Lo sceriffo Daltrey spostò lo sguardo da Annabelle alle nocche delle proprie mani, che erano ruvide e callose. Erano le mani di chi aveva passato la vita ad arrestare delinquenti e a lavorare la terra. Lo chiamavano ancora “sceriffo Daltrey” anche se si era ritirato nella sua fattoria da oltre un anno e non c’era cosa che lo annoiasse di più che mandare avanti la fattoria, tranne forse pescare, e che lo rattristasse peggio che guardare i fatti dal di fuori senza poter intervenire, ma così è il corso delle cose e lui non poteva farci niente. Ma per tutti, a Mooreland era rimasto lo “sceriffo Daltrey” e questo un po’ gli piaceva, anche se in fondo tutti venivano a raccontargli i loro guai un po’ come si parla a un prete, forse perché aveva sempre saputo trovare le frasi giuste per rincuorare la gente, aveva saputo mettere a proprio agio perfino quelli che aveva arrestato, ma questa di venire a confessarsi da lui era una pessima abitudine, c’era già Padre O’Flaerthy per questo. Il buffo era che si era confessato con lui perfino Padre O’Flaerthty, e solo lui sapeva qual’era la ragione per cui si era fatto prete e la colpa che gli pesava addosso.
“Lo so, sceriffo, Cassy era una troietta e aveva fatto dannare quel povero Jack, ma c’è mia sorella che sta da schifo da quando è morta. E poi, Dal, mia nipote era una bambina. Se tutti quelli che sono stati traditi uccidessero le loro fidanzate non ci sarebbe più nessuna donna su questo pianeta”. Non c’era bisogno che glielo dicesse. Soltanto lui era stato così ingenuo e romantico da rinunciare ad Annabelle perché era già sposata, col risultato che lei se ne era sbattuti altri e lui era rimasto la spalla amica su cui piangere. Annabelle era ancora consapevole dell’ascendente che aveva su di lui, altrimenti una donna a cui era stata appena uccisa la nipote si sarebbe vestita di nero e non con una camicetta che le strizzava le tette in modo ancora così provocante. E anche quel passare dal chiamarlo “sceriffo” al pronunciare il nomignolo “Dal”, sussurrandolo in tono confidenziale, significava che Annabelle contava su di lui. Ma cosa voleva? Che riprendesse stella e pistola e si mettesse alla caccia di Jack Miller?
“Ancora non sappiamo che è stato lui, Annie...” Anche lui era passato al nomignolo, quello con cui l’aveva chiamata l’unica volta che si erano baciati, come a farsi perdonare se proprio non poteva fare altro che starsene lì seduto ad ascoltarla. “Non raccontare palle, Daltrey” fece lei alzandosi di scatto, come sempre quando discutevano, e la luce del tramonto picchiò in pieno sul rosso dorato dei suoi capelli. “Il ragazzo è scappato. E’ come se avesse firmato il suo delitto, punto e basta. E poi non hanno detto che i colpi sono stati sparati da un mancino? E tutti sanno che Jack Miller è mancino. Ha lasciato tracce come se avesse pisciato sui muri. Sappiamo tutti che è stato lui. E lo sai anche tu”. Certo che lo sapeva, e ringraziava nelle sue preghiere per la pallottola che lo aveva reso zoppo, costringendolo a ritirarsi prima del tempo, se adesso gli era risparmiata la pena di arrestare un ragazzo che aveva visto nascere e che aveva riaccompagnato a casa ubriaco tante volte. Ma forse starsene fermo era il peggiore dei peccati, come gli aveva detto Padre O’Flaerthy.
“Parlerò con lo sceriffo, Annabelle” disse lui con la sua voce sempre pacata e avrebbe voluto aggiungere “lo sceriffo quello vero”, anche se in cuor suo sapeva che lui avrebbe saputo fare di più. Lui avrebbe scovato Jack Miller in un paio di giorni, risparmiandogli la fatica di tante notti da fuggiasco, e avrebbe saputo parlargli e convincerlo a non peggiorare le cose. E invece chissà cosa avrebbe fatto con quelle due pallottole ancora nel tamburo. Mentre guardava Annabelle andarsene con passo battagliero nel sole, Daltrey si toccò d’istinto il lato destro del petto, come ad accarezzare la stella  di latta che non c’era.
Vide che Sam Wisley stava svoltando l’angolo per raggiungere il suo portico e sibilò tra i denti “Eccone un altro”. Lo salutò, mise il caffè sul bollitore mentre per sé stappava una birra ghiacciata, e lo fece accomodare nel suo confessionale privato. “Allora, che c’è?” Sapeva, ovviamente, che Sam era lì per Jack Miller.
“Io non ce la faccio, sceriffo. Voglio dire non posso. Abbiamo fatto tutto insieme, io e Jack voglio dire, siamo andati anche a ragazze insieme, prima della povera Cassy naturalmente, e adesso come faccio a spianargli contro una pistola e dirgli: sei in arresto. Eddie non ci pensa a queste cose ma io sì. Penso, cioè non intendo giustificarlo, ma penso che la povera Cassy doveva averlo fatto uscire di cervello se ha fatto quello che ha fatto. Io gli dicevo di lasciarla perdere Cassy, ma non è questo adesso il punto. C’è anche in giro il fratello di Mitch Farrell che va a dire che gli sparerà nella testa a Jack e allora forse dovremmo arrestare prima il fratello di Mitch Farrell, solo che lui non ha ancora fatto niente e Jack invece sì. Però, voglio dire, se qualcuno deve premere il grilletto quel qualcuno non voglio essere io. Per poi magari scoprire che era disarmato come Billy The Kid. Io a volte ci penso a come deve essersi sentito di merda Pat Garrett e non voglio finire come lui”
Il fischio del caffé interruppe il suo monologo e Sam Wisley sobbalzò nella poltrona a stinti disegni fioriti dello sceriffo Daltrey. Stava fissando qualcosa attraverso le fessure dei suoi occhi grigi lo sceriffo, sembrava che fissasse un macchia sul pavimento, o i disegni sbiaditi di quella vecchia poltrona. Ma vedeva qualcos’altro, vedeva un duello. Vedeva due ragazzi che si sparavano addosso. E gli occhi di un altro ragazzo che gli chiedeva di non sparare, doveva essere stato almeno 25 anni prima. Lasciò partire un colpo.
“Cazzo, sceriffo, ma cosa fa? Mi ha sparato addosso!” urlò Sam Wisley. “Credevo di aver visto un serpente. Ma devi curarti subito quella mano, Sam. Non puoi andartene via con lo sceriffo – quello vero-  con una mano in quelle condizioni. Sono sicuro che capirà”. “Certo, sceriffo”. Chissà se anche Sam aveva capito. Non sembrava poi tanto sveglio quel ragazzo. Comunque lo sceriffo Daltrey era fiero di sé e per come ancora una volta aveva saputo sistemare le cose. Anche Padre O’Flaerthy, si disse, sarebbe stato fiero di lui.

“Gli voglio sparare in mezzo agli occhi al bastardo! Cazzo, cazzo, aveva 22 anni, mio fratello aveva 22 anni! Non si fa così, non si uccide la gente solo perché la tua ragazza si fa scopare da tutti. Gli ha sparato con la mano sinistra come se fosse stato Billy The Kid. Ma gli farò sputar fuori le budella al maledetto pistolero. Lui ha sparato a mio fratello e io sparerò a lui”. Così Sean Farrell aveva giurato davanti a tutti gli avventori del Bull & Horse che avrebbe ucciso Jack Miller.
E mentre giurava era salito in piedi sul tavolo e tutti lo applaudivano, tutti tranne Barry Clayton che avrebbe voluto dirgli che forse una pallottola se la meritava pure lui. Ma cazzo, come avrebbe potuto prevedere le conseguenze? Se aveva detto a Jack che Cassy e Mitch si trovavano al J.B.’s motel era perché aveva pensato che la cosa fosse divertente. E anche un po’ perché gli si aprissero gli occhi a Jack, sempre perso dietro quella puttanella. Era tale a quale a sua zia Annie la Rossa, quella scema di Cassy, che poi non era neanche un granché, belle tette e basta. Ma Jack aveva smesso di andare al cinema con tutti loro, aveva smesso di andare al Bull & Horse, e si faceva trattare peggio della merda dei cavalli. Così lui gli aveva fatto la soffiata sul J.B.’s motel e mentre Jack partiva rombando con la Ford se la rideva da morire. Ma ora che aveva saputo quello che era successo Barry stava male da tre giorni e a peggiorare le cose ci si era messo Sean, che voleva vendicare il fratello. Così Barry, con la testa che ormai gli scoppiava, passava il tempo a chiedersi se era più giusto che gli sparasse Sean o Jack, perché era sua la colpa di tutto.
“Cerca di calmarti, Sean” disse tanto per guadagnare tempo. “Calmarmi? Dico, è tuo fratello che hanno ammazzato? No, cazzo, guardami negli occhi e rispondi: è tuo fratello quello che hanno ammazzato? E allora quando spareranno a tuo fratello prova a calmarti se ci riesci, ma adesso non venire a dire a me di calmarmi. Intesi?”
Sean Farrell aveva deciso, ma, benché fosse certo che quella era l’unica cosa giusta da fare, doveva prima farsi dare il consenso da Padre O’Flaerthy, perché se erano vere tutte quelle cose su Paradiso e Inferno non aveva nessuna intenzione di bruciare per l’Eternità per colpa di uno stronzo come Jack Miller. Padre O’Flaerthy, si ripeteva Sean, era un prete che capiva come va il mondo. Suo padre l’aveva conosciuto quando erano ragazzi e raccontava che era una specie di capobanda  e un campione di bevute prima di andarsene da Mooreland e che era venuto un colpo secco a tutti quando l’avevano visto tornare in Oklahoma con il colletto da prete. Che cosa lo avesse folgorato sulla via di Damasco era rimasto un mistero, ma certo Padre O’Flaerthy era uno di quei preti con cui non ci si vergogna a parlare. Così Sean gli espose candidamente il suo piano e la sua decisione e tutto si aspettava fuorché si mettesse a parlargli della salvezza dell’anima. Cosa che lo deluse moltissimo.
“Non siamo nel Far West, Sean. Lascia che sia lo sceriffo a occuparsene” “Lo sceriffo non è capace di trovare il proprio uccello per pisciare, figuriamoci se trova Jack Miller. Se ci fosse stato ancora il vecchio Daltrey sarebbe stato un altro discorso. Ma anche il vecchio Daltrey gli avrebbe fatto la predica e io invece lo voglio morto”. “E quando avrai placato la tua sete di sangue hai pensato al dopo? Ai pensieri che verranno dopo?” Sean non poteva capire che Padre O’Flaerthy stava parlando di sé. “Ma cosa aveva fatto di male Mitch, allora? L’unica sua colpa era di non riuscire a trattenere l’uccello nei pantaloni. Ma meritava di morire per questo? E invece Jack ha deciso che meritava di morire. Io dico, mi stia a sentire, che lo merita molto di più lui”
Tutta questa storia ricordava a Padre O’Flaerthy un’altra storia. Anche Jim McCoy, secondo lui, meritava di morire, perché era un pezzo di stronzo e scopava in giro come un pazzo. E quando l’aveva visto ballare sul cornicione col suo sorriso ebete stampato in faccia e la bottiglia di whisky in mano aveva pensato che se si fosse schiantato a terra, come in effetti poco dopo era successo, gli stava bene e sarebbe stato un sollievo per tutti e soprattutto lui avrebbe avuto via libera con Patty. Così non aveva fatto niente ed era stato a guardare quando il sorriso ebete si era trasformato in un’espressione terrorizzata e stupita. Sarebbe bastato muovere un passo e invece lui quel passo non l’aveva mosso, per muoverlo poi altre mille volte in sogno, inutilmente, quando rivedeva l’orrore bianco di quegli occhi increduli.
“A volte anche non fare niente è un delitto” disse a voce più bassa. “E’ quello che sto dicendo io da mezz’ora, padre. Non ho intenzione di starmene qui ad aspettare”. Padre O’Flaerthy lo scosse per le spalle con quelle sue mani enormi da lottatore e gli sembrò quasi di scuotere un bambino“Va bene, allora mettiamola in questo modo. Se non ti preoccupi di friggere all’inferno, o non hai ragione di temerlo, perché sei convinto che vada bene così, preoccupati almeno di quando friggerai sulla sedia elettrica, così tuo padre invece che perdere un figlio ne avrà persi due”. Con queste parole era sicuro di averlo calmato almeno per un po’, almeno finché non fosse tornata la furia. Si accorse che stava sperando che una pallottola raggiungesse Jack prima che lo raggiungesse la pistola di Sean. Che così le cose si risolvessero da sole. Ancora una volta stava fermo a guardare.
S’incamminò a testa bassa e s’irritò nel riconoscere la figura di Barry Clayton che gli trotterellava dietro come un cane, interrompendo l’inutile girare in cerchio dei suoi pensieri dubbiosi. Barry Clayton veniva sempre a confessarsi da lui per le cose più stupide e sicuramente qualcosa lo stava rodendo anche adesso. “Avanti, dimmi che cosa che vuoi” disse fermandosi in mezzo alla strada e troneggiando sopra di lui con la sua ombra gigantesca. Barry Clayton era piccolo e sgraziato, e non camminava mai in linea come se fosse stato perennemente ubriaco, anche se l’alcol lo toccava di rado. Sembrava storpio anche se non lo era, e forse per questo aveva come idolo Jack Miller, che piaceva a tutti appena lo vedevano, come la proiezione di quello che lui non sarebbe stato mai. Padre O’Flaerthy, come tutti probabilmente, provava sempre un misto di pietà e di irritazione quando incontrava Barry. “Padre, volevo chiedere, le cose non potranno più tornare come erano prima?” Barry Clayton faceva anche domande stupide. Mitch Farrell non sarebbe tornato fuori dalla tomba quindi no, le cose non sarebbero mai più state come prima, razza di idiota. Ma subito Padre O’Flaerthy cercò di reprimere la sua irritazione e di pensare che il ragazzo si era espresso male e cercava solo di comunicare un rimpianto. Anche lui del resto avrebbe voluto che tutto si cancellasse in una sorta di rewind, le pallottole inghiottite nella canna della pistola di Jack, e che tutto tornasse come prima, così come avrebbe voluto tornare sul tetto con Jim McCoy. Allora appoggiò una delle sue mani enormi prima sulla testa e poi sulla spalla del ragazzo e gli disse “Vorremmo tutti tornare a prima che Jack sparasse e che non lo facesse, perché le cose fossero come prima. Lo vorrebbe anche Jack” “A prima ancora, padre – pensava Barry – a prima che io dicessi quella stronzata. Dovrebbero tornare a quel punto, per aggiustarsi, le cose”.
“Beh, non hai altro da dirmi?” Padre O’Flaerthy cercava di nascondere la fretta. Barry aprì e richiuse la bocca due volte senza emettere suoni. Sembrava una grossa rana ridicola. “No, niente, padre”. E si allontanò col suo passo da falso ubriaco.

A volte le capitava di sorprendersi a ripensare a Phil. Non spesso e non a intervalli regolari, ma c’erano dei momenti in cui il ricordo di lui si faceva più frequente, riportato da frasi casuali. Tre cose soprattutto le erano rimaste nitide nella memoria: il modo che aveva di mordicchiarsi il labbro inferiore, quando esitava nel dare una risposta, la ciocca di capelli che gli cadeva sugli occhi, che lui spostava all’indietro e che gli ricadeva in faccia un secondo dopo, e poi quando lo abbracciava e la sua vita era così sottile che sembrava quasi di abbracciare l’aria. Chissà dov’era Phil adesso? Sicuramente ancora a Haviland, Kansas, da dove non si era mosso in tutti questi 18 anni. Sicuramente sarebbe bastato tornare a Chestnut Street, suonare al numero 18 e ritrovarlo lì, a fare le stesse cose e a parlare del mondo che avrebbe continuato a non vedere. D’altra parte la fine della loro storia era stata proprio a causa di questo, lei stanca della caffetteria di Haviland e delle torte ai mirtilli, stanca delle fiere di bestiame attorno a cui far ruotare le aspettative della settimana, stanca dei sogni che non andavano mai al di là dell’isolato. Stanca soprattutto di fare progetti che rimanevano tali, di comprare valigie che restavano in ripostiglio, di non avere polvere da scrollare dalle scarpe, sempre pulite per il ballo del sabato sera, di fermare l’auto nel drive in e le storie sullo schermo.
E così non aveva aspettato Phil. Adesso abitava in una Haviland due volte più grande, c’erano più caffetterie tra cui scegliere e più stanze nella casa di suo marito Rex. Si sentiva mediamente soddisfatta e non se ne lamentava, poiché la media è così vasta che è difficile andare oltre. I sogni c’erano ancora, resi più realistici e ridimensionati dagli anni, ma almeno si era spinta un po’ più in là di Chestnut Street per inseguirli.
Emma amava i romanzi francesi e le piaceva credere che la corrispondenza del suo nome con la protagonista del suo libro preferito fosse voluta dal destino. Accadono talmente poche cose che chiamare in causa il destino, o immaginarsi delle interferenze magiche, rende le coincidenze meno banali. Così, quando si ritrovò quel ragazzo in cucina, che non aveva l’aria di un ladro ma di qualcuno spaventato, e proprio in quei giorni in cui Rex era a San Francisco e il ricordo di Phil tornava a farle male, chiedendole se avesse sbagliato tutto o se l’alternativa di Haviland con Phil al fianco era davvero troppo modesta, quando se lo vide lì davanti con lo sguardo di chi chiedeva aiuto e vide l’impugnatura della pistola in rilievo sotto la maglietta, pensò a tutti quei film che aveva visto e che andavano a convergere nella sua casa.
Disse a Jack di stare tranquillo e gli preparò un sandwich, cercando sempre di tenere a mente come avrebbero fatto al Cinema. Si comportavano con nonchalance, di solito, e la cosa funzionava, perché Jack la stava guardando con simpatia e gratitudine. Jack non assomigliava a Phil, né i capelli, né gli occhi, né le spalle, che Jack aveva larghe, mentre quelle di Phil erano appuntite e incassate, così come tutto il suo corpo era inquieto e sfuggente e per questo lei amava stringerlo, fino a sentire il disegno delle sue ossa. Eppure c’era qualcosa in Jack che la faceva pensare al ragazzo che aveva amato, pur così diverso, forse era ancora una coincidenza, l’espressione che per un momento gli era passata in viso mentre si mordeva il labbro, qualcosa che subito era sfuggito, ma glielo aveva fatto sentire famigliare, e caro.
“Ti preparo un letto di sopra. Così ti potrai riposare un po’. La tua storia raccontamela solo se vuoi”. La storia gliela raccontò la mattina dopo, Jack pensò che Emma se lo meritasse. Non gli andava il ruolo di uomo del mistero e poi aveva bisogno di sapere se doveva essere disprezzato. Quante volte Emma aveva pensato di sparare a Phil, dopo che lo aveva sorpreso con Thelma, e si era ripetuta la scena nella mente: lei che premeva il grilletto e Phil che saltava all’indietro, il suo corpo gracile sbalzato via dall’urto. Ma non lo aveva amato abbastanza da ucciderlo, non lo aveva amato abbastanza neanche da restare a Haviland. Forse non aveva amato abbastanza nessuno, né Phil, né Rex, né gli altri quattro o cinque ragazzi significativi del suo passato. Per questo la sua vita scorreva tranquilla sugli stessi binari e Jack era solo uno scossone, adesso che non era più né giovane né desiderabile, prima di chiudere definitivamente gli scuri.
Se fossero stati in un film, uno di quei film che sia lei che lui amavano tanto, sarebbero certamente finiti a letto. Emma e Jack si diedero solamente un bacio, dopo essersi guardati con incertezza al momento degli addii, accorgendosi che le parole sarebbero state tutte inadeguate. E poi Jack pensò che Emma se lo meritasse così come si era meritata la storia, forse non stava aspettando altro. Mentre la baciava rivide in un lampo Cassy e ne risentì i baci, un po’ gli parve di tradirne il ricordo, ma Emma era stata gentile ed era forse il suo ultimo contatto con il mondo. Quando lo vide scostarsi rapido i capelli dalla fronte lei ebbe di nuovo quella sensazione di dejà vu, poi quando avvertì l’umidità della sua bocca e la fitta dei denti di lui tra le sue labbra (da quanto tempo non si lasciava andare ai baci di un uomo?) sentì il cuore serrarsi in una stretta dolorosa, confusa al piacere fisico di quel bacio, ed ebbe la consapevolezza della sua follia che non avrebbe potuto confidare neppure a Rex, e del destino tragico che lo accompagnava. Pensò che Jack non avrebbe forse dormito più in un letto dopo quella notte e che aveva 21 anni come Billy The Kid quando lo avevano ammazzato.

Lo sceriffo Daltrey li aveva fermati lungo Elm Street perché stavano guidando ubriachi, l’anno prima, quando era ancora sceriffo. Jack, Sam, Eddie, Barry e i fratelli Farrell. “Stavamo discutendo di Billy the Kid, sceriffo” aveva detto Jack sfoderando il più ingenuo dei sorrisi e quando sorrideva era il più bello del gruppo, perché s’illuminava tutto. Lo sceriffo Daltrey stava per dire di non cercare di fare il furbo con lui, quando Jack continuò, infervorato dalla storia. “Barry dice cazzate. Dice che nella tomba non c’è lui, Billy the Kid intendo. Che c’è qualcun’altro. Ma allora, dico io, che fine ha fatto Billy the Kid? E chi è sepolto nella tomba vicino a Santa Fè?”. “E’ così – fece eco Sean – E’ uno dei misteri del West”. “Lei ci crede, sceriffo? Dicono che aveva ucciso 21 persone, una per ogni anno che aveva. A questa storia ci credo, non a quella della tomba, ma a questa ci credo eccome!” e così dicendo Jack sparò un colpo in aria, come a far partire dei fuochi artificiali. Lo sceriffo Daltrey pensava che avrebbe dovuto mettergli le manette per quella bravata, ma Jack rideva, gli ridevano perfino gli occhi “Oh, non faccia quella faccia, sceriffo. Non ce li ho 21 colpi nella mia pistola”.
“Va bene, ragazzi, adesso proseguite a piedi e mettete via le pistole. Ci beviamo una birra un’altra volta che non sono in servizio e che non dovete guidare, così continuiamo il discorso su Billy The Kid”. “Ci conto, sceriffo” disse Jack salutandolo con la mano. Sapeva benissimo di essergli simpatico, come alla maggior parte della gente. Era lui il capo naturale del gruppo, anche se non c’era stata una vera e propria nomina, ma gli altri d’istinto guardavano sempre a Jack Miller. Eddie e Sam non erano sempre d’accordo con le sue pazzie, e infatti l’anno dopo erano entrati in polizia. Mitch Farrell era il più alto della banda e ci sapeva fare con le donne, aveva un anno più di Jack e un fratello che lo adorava in maniera smisurata, ma anche lui sembrava riconoscere la supremazia senza prepotenza di Jack anche perché non era poi quello che gli importava, a lui bastava il riconoscimento di seduttore. Per il riconoscimento di capo, in teoria, avrebbe dovuto esserci una sfida ai coltelli, secondo le leggi non scritte del gruppo, ma non aveva mai avuto luogo per non avere guai con lo sceriffo Daltrey. Il vecchio era un brav’uomo e non c’era ragione di provocarlo, e soprattutto Eddie e Sam si erano opposti a quell’inutile sfida.
Arrivati sulla Main Street Cassy venne loro incontro provocante sui suoi tacchi nuovi. Si era tatuata un piccolo serpente sul braccio sinistro e aveva una nuova sfumatura dorata tra i capelli. Vestiva con una maglietta bianca e un paio di jeans talmente stretti che fecero esclamare a Mitch “Ecco che arriva il culo più bello di tutta Mooreland!” “Per non parlare delle tette – disse Barry – Peccato solo che sia una stronza”. Pensava che se Cassy avesse continuato a rincoglionire Jack a quel modo lui avrebbe finito col perdere il titolo di capo, e questo un po’ gli dispiaceva perché aveva sempre preferito Jack a Mitch. E infatti Jack si stava già scusando, strisciando come un verme, per quei tre minuti di ritardo all’appuntamento. “Siamo stati bloccati dallo sceriffo Daltrey” “Il vecchio? Lo sapete che aveva avuto una storia con mia zia? Quando era giovane, ovviamente” “Cassy, chiunque ha avuto una storia con tua zia” disse Sean Farrell. “Non credo però che siano mai stati a letto. Mia zia dice che era una persona dolcissima, il che significa che non hanno scopato”. Jack aveva fretta di baciarla e la portò via alla vista degli altri nelle luci gialle della sera. “Ha davvero un culo da perderci il sonno” disse Sam Wisley mentre si allontanavano. “Quanto scommettiamo che me la scopo?” domandò Mitch.

Non era ancora l’alba quando giunse la notizia che Barry Clayton si era impiccato nel granaio di suo nonno. Lo sceriffo accorse insieme a Eddie, e accorse anche Sam Wisley con la mano ancora fasciata, accorsero il vecchio Daltrey e Padre O’Flaerthy, arrivarono quasi tutti perché la notizia si era sparsa con la velocità della luce, senza neanche dare il tempo di tirarlo giù dalla corda. Qualcuno distolse lo sguardo perché non sopportava la vista di quei segni violacei e verdastri sulla sua faccia gonfia e disse che ce ne erano stati troppi di fatti tragici a Mooreland in quegli ultimi giorni, prima quei due ragazzi ammazzati al J.B.’s motel e adesso Barry Clayton, che era sempre stato un tipo tranquillo. Mandarono a chiamare anche Sean Farrell perché pareva che Barry avesse lasciato un messaggio per lui. C’era infatti, sotto i suoi piedi che dondolavano e sotto una scarpa che era caduta a terra, un pezzo di carta con su scritto “scusami, Sean”. Probabilmente aveva a che fare con la tragedia di Mitch Farrell, ma Barry si era sempre spiegato poco e nessuno riusciva a trovare un collegamento tra quelle due morti. Era chiaro a tutti che era stato Jack Miller a sparare, per cui forse chiedeva scusa a Sean per qualche altra vecchia storia, dato che non era stato lui a uccidergli il fratello. Barry era sempre stato un ragazzo insignificante, passava inosservato con le ragazze e con gli amici, e nessuno si era quindi accorto che fosse depresso o tormentato da qualcosa, l’unico segno di sé lo aveva lasciato con quel suicidio eclatante.
Alla sera infatti non si parlava d’altro al Bull & Horse e tutti facevano le ipotesi più pazzesche. “Magari era innamorato anche lui di Cassy e non si è dato pace dopo che Jack Miller l’ha uccisa”. “Barry non la poteva soffrire Cassy”. “Ma perché cazzo ha lasciato quel messaggio proprio a me, come se non stessi già abbastanza male per mio fratello?” urlò Sean e uscì nel piazzale. C’era una luna gigantesca, una luna da licantropi, che dominava nel cielo. Sean cercò di accendersi la sigaretta, ma la mano gli tremò e la fiamma si spense nel vento. Poi vide quella che lo sceriffo Daltrey gli porgeva.
“Sei sempre deciso a cercare Jack Miller?” “E lei come lo sa, sceriffo? Ah, il prete. Non ha tenuto la bocca chiusa. Avrei dovuto dirglielo in confessione, così era obbligato a tacere”. “Mi sembra che sia stato versato abbastanza sangue su questa storia”. “Manca  quello di Jack Miller. Manca quello di quel dannato pistolero del cazzo. Capisce, sceriffo, se anche Barry era coinvolto in questa storia, se si è ucciso a causa della morte di mio fratello, ne ho due di morti da vendicare adesso. Perché è tutta colpa di Jack Miller. E lei non mi può arrestare, sceriffo. Primo, perché non ho ancora fatto niente. Secondo, perché non è più sceriffo”.
“Hai le idee abbastanza chiare”. Lo sceriffo Daltrey sedette vicino a lui sul muretto e bevve un sorso della sua birra. “Poi non lo abbiamo più continuato quel discorso su Billy The Kid e su chi giace nella sua tomba” disse Sean. Si era ricordato che non l’avevano più bevuta quella birra insieme. “Già, ormai non lo continueremo più”. Due dei ragazzi se ne erano andati e per il terzo non c’era più salvezza. Guardò Sean che si stava passando con rabbia le mani tra i capelli, che aveva neri e ricci come quelli di un messicano. Solo il verde degli occhi tradiva le sue origini irlandesi, come quelli di Jack Miller che brillavano sotto il ciuffo disordinato di capelli. Lo sceriffo Daltrey ricordava solo offuscatamente il tempo in cui era stato giovane come loro.
“Forse Sean riesce ancora a salvarsi, non vorrei che finisse come tutti noi” gli aveva detto Padre O’Flaerthy quel pomeriggio e lui aveva guardato le mani grandi del prete che si agitavano attorno alla tazza del caffé. Sapeva che stava parlando del rimorso. Il rimorso che rincorreva Jack Miller nella sua fuga sconclusionata, che aveva portato Barry a salire tutto solo la scala del granaio (perché non c’era altra spiegazione per quel suicidio, anche se si sarebbero raccontate ancora tante storie), che lasciava vedere ogni notte a Padre O’Flaerthy gli occhi bianchi di Jim McCoy che precipitava nel vuoto.
Anche lui ne aveva fatti di errori, aveva tante cose per congratularsi con se stesso e tante da rimproverarsi, non si può fare lo sceriffo per tanti anni senza portarsi addosso un po’ di cicatrici. Provò a immaginarsi i pensieri di Sean una volta che avesse svuotato il caricatore addosso a Jack Miller, ma non si è mai nella testa di un altro, per cui non poteva indovinare cosa avrebbe provato. “Beh, buonanotte ragazzo. Alla fine ce la siamo bevuta quella birra insieme”. “Mmh mmh”. Le dita di Sean erano ancora impigliate in mezzo ai suoi riccioli scuri. Si domandò se Jack mancava un po’ anche a lui, se lo vedeva come due persone separate e distinte, l’amico di un tempo e l’assassino di suo fratello. Ma non poteva saperlo e forse non lo sapeva neppure Sean. In quel momento Sean stava pensando soltanto che lo sceriffo Daltrey, da quando zoppicava a quel modo, sembrava più vecchio e gli faceva un po’ pena.

Sapeva benissimo dove lo avrebbe trovato. Ma prima aveva indugiato per le strade di Santa Fè invase dai turisti, si era inebriato dei colori delle case, aveva bevuto una Santa Fè Stout con del chili, si era chiesto cosa avrebbe fatto quando si fosse trovato davanti il ragazzo. Lo sceriffo Daltrey riprese la sua Ford quando ormai si era fatto buio, guidò in direzione di Fort Sumner e parcheggiò davanti al vecchio cimitero militare.
Uno sparo partì tra i cespugli, spaventando qualche uccello notturno. “Cazzo, non mi sparare addosso. Sono venuto per parlarti. Sono da solo, non ho portato con me la cavalleria”. Lo sceriffo Daltrey si fece avanti e quando si appoggiò alla grata della tomba di Billy The Kid aveva il fiato grosso come se avesse corso per miglia. “Ciao, ragazzo” disse quando gli tornò il respiro. “Ciao, sceriffo”. Jack si passò una mano tra i capelli che gli erano diventati più lunghi nei giorni della fuga e continuavano a ricadergli sopra gli occhi. Sembrava ancora giovanissimo quando sorrideva, come se tutta la disperazione non lo avesse mai toccato. “Ero convinto che mi avresti trovato prima, non sei più quello di un tempo. Allora, cosa avevi da dirmi?”. “Che forse è il caso che tu ti arrenda, Jack”. “E perché? Lo sceriffo, quello vero, non è capace neanche di trovare il suo uccello per pisciare, figuriamoci se mi trova qui, a meno che non glielo vada a dire tu”. “D’accordo, lo sceriffo è una mezza sega, ma come ci sono arrivato io credi che non ci arriveranno anche gli altri, Sam, Eddie, o Sean che ha giurato di ucciderti... Qualcuno prima o poi ti troverà, Jack, non puoi scappare per sempre. E allora è meglio che ci dai un taglio”. Non gli disse di Barry. Se quel ragazzo stava per morire era sciocco oltre che crudele procurargli l’ennesimo dolore.
“Sai, ti credevo bravo a parlare con la gente, sceriffo, era la tua specialità, ma adesso stai dicendo delle cazzate. Ti sembro il tipo che va a finire in galera? A pulire la merda degli altri e farselo mettere in culo dal compagno di cella? E allora lasciami chiudere questa storia a modo mio. Lasciami il piacere di indovinare a chi apparterrà la pallottola che mi stenderà alla fine”
“Così vuoi trasformare Sean in un assassino come te. Chiudi questa storia prima che sia tardi.” “E’ per questo che sei qui, allora? Per precederlo?”
Jack si scostò di nuovo i capelli dagli occhi che aveva color grigio verde. Sorrise ancora. “Sei tu Pat Garrett, vero? All’inizio avevo pensato che fosse Sam Wisley, ma Sam è troppo tardo per essere Pat Garrett. Non ne ha la stoffa” “Perché pensi che dovrei ucciderti?” “Perché ho ancora una pallottola nel tamburo. Pensaci. Quattro le ho sparate a Cassy e a Mitch. Una poco fa contro di te. Me ne resta un’ultima che potrei sparare a te, stavolta facendo centro, oppure spararmela in testa e tu non vuoi che io finisca tutto con un suicidio, sei diventato troppo amico del prete per lasciarmelo fare. Così potrai tornare e farti bello con Annie la Rossa. Tutto perfetto”.
Accarezzò la pietra su cui stava seduto. “E’ perfetto anche il posto. Peccato solo che dicano che non ci sia lui sepolto qui sotto. Chissà che fine ha fatto allora Billy The Kid. Tu ci credi a questa leggenda?” “Lo sai perché ci hanno messo intorno quella grata, Jack? Perché hanno tentato tre volte di rubare la sua tomba. Ce ne è di gente al mondo fanatica come te. Supponiamo che adesso io ti faccia secco. Non pensi a chi ti piangerebbe? Non ci pensate mai a queste cose voi”. Adesso lo sceriffo stava pensando ancora a Barry. Lo avevano pensato in molti dopo che era morto, certo di più di quando era vivo. Jack alzò le spalle. “C’è stata una persona gentile. Penso che ci resterà molto male quando lo leggerà sui giornali. Ma forse non le ho neanche detto per intero il mio nome e non lo verrà neanche a sapere. Anche se se lo aspetta”. Lo sceriffo Daltrey voleva dirgli “Io ti piangerei” ma era un uomo che non aveva mai espresso i suoi sentimenti, né con Annie la Rossa né con nessuno, e poi era inutile, Jack sapeva già che gli voleva bene.
“E la sai un’altra cosa? Dicono anche, ma io continuo a non crederci a queste leggende, che quello che pensavano fosse il vero Billy The Kid e che invece è sepolto da un’altra parte si chiamava Miller. Sarebbe stato molto più appropriato, ci sarebbe stato anche il nome giusto, invece le cose non quadrano mai bene come al cinema”. Si alzò in piedi, mise mano alla pistola, sorrise col suo sorriso più bello. “Allora, sceriffo, sei pronto per questo duello? Partiamo?”
Erano stati i vecchi riflessi a farlo sparare o la voglia di mettere fine a quella storia, non aveva mirato al cuore ma la sua mira non era più quella di un tempo o aveva solo paura di morire, oppure voleva che le cose si concludessero come voleva Jack, che glielo stava chiedendo con l’insistenza di quello sguardo? Lo sceriffo Daltrey se lo sarebbe chiesto tante volte ancora nel corso degli anni, senza mai trovare una risposta. Ma quando vide il rosso del sangue di Jack mescolarsi col rosso della terra andò d’istinto a controllare il suo revolver. Capì solo in quel momento che Jack non l’aveva più ricaricato da quando un anno fa aveva sparato il primo colpo nel cielo di Mooreland una sera in cui li aveva fermati ubriachi al volante e avevano parlato di Billy The Kid. Avrebbe dovuto immaginarlo.

Gabriella Aguzzi