In compagnia della tua assenza

01/03/2018

Quando accade che l’Assenza diviene Presenza immanente, che segna ogni passo successivo nel cammino futuro di una vita ormai adulta? E com’è possibile che una cadenza, da lenta e funebre cambi improvvisamente ritmo facendosi marziale e prorompente, impregnandosi di un fine battagliero che, in realtà, è un solo un inizio? Sembra di voler giocare con l’arte del paradosso ma, in realtà, è solo la sintesi di una lettura descirante (alla francese) che origina dall'opera prima di Colette Shammah per le edizioni La Nave di Teseo, 2018. Che cos’è la leggenda del.. pozzo, là dove finiscono le emozioni terrene annerite da un dolore insopportabile, che rende oscuro e tenebroso il mal di vivere? Come possono fascino, bellezza, dissacrazione e anticonformismo, storia di un vissuto intenso e secretato nelle incurvature del ricordo scomparire così, d’un tratto, come trascinate da un’irresistibile vortice di profondità che tocca un fondo comune ma sconosciuto a tutti i viventi? Questo e moltissimo altro è l’agonia e la morte di una madre amatissima. Questo e molto altro è racchiuso in un racconto di vita dove non è mai chiaro che cosa ci sia scritto nelle colonne “Dare e Avere” del libro mastro degli affetti, in cui una figlia delle quattro si interroga più delle altre tre sul mistero che la lega a sua madre.

Una guerra guerreggiata tra figlie e madre e tra figlie e figlie per un amore mai dato e pur tanto desiderato. Un tesoro da dividere mai trovato in vita, perché il desiderio di essere amata di ciascuna figlia speronava e feriva quello attivo dell'amare di ognuna di loro. L'oggetto "Uno", La Madre, faceva fatica a divedersi per quattro. E ogni quarto si sentiva negato, deprivato deluso, estirpato da quel ventre in cui, in realtà, avrebbe desiderato rifugiarsi per sempre. Perché nel vivere accanto a una personalità dal femmineo materno così ingombrante, eppure indispensabile come il nutrimento stesso, che ne fa un essere esuberante, conquistatore e prevaricatore, si origina da noi un dio bifronte, che da un lato rigetta, ma dall’altro afferra morbosamente e avidamente l'essere che ti ha generato e vorrebbe impossessarsene, soprattutto nel suo spirito quando questo ha abbandonato le sue sembianze terrene.

Allora, eccola la figlia vedova inconsolabile risalire la corrente di un fiume impetuoso di emozioni di cui vede e sperimenta le rapide di colei che è stata.  Lei, Sophie, recuperata attraverso le narrazioni altrui, filtrata altresì dalle sue ultime flebili, frammentarie ed elusive confessioni nel fine vita. Così l'autrice compone un collage complesso di testimonianze di parenti, amici e conoscenti, dando voce a fotografie e documenti ingialliti affinché riesumino dai loro pigmenti di colore invecchiato tutto ciò che è possibile intuire e interpolare, come farebbe uno statistico appassionato sapendo che qualsiasi misura su quell'insieme caotico di fatti e di gesti non sarà mai uguale alle altre. In tal modo, la tela di Penelope prende forma staccandosi dall'ombra delle pareti di una bella casa borghese, dove si consuma l'ultimo atto dell'esistenza di una donna straordinaria ultranovantenne. Ebrea di Aleppo, inviata appena diciassettenne a Parigi nel 1938 per terminare i suoi studi liceali in un prestigioso collegio di Versailles, si ritrova da sola, a soli due anni di distanza e senza aver potuto concludere il suo baccalauréat (licenza liceale), nel suo nuovo, drammatico ruolo di "Ebrea errante".


 
Dopo i tanti sacrifici fatti dalla sua famiglia di professori dell'Alliance Israélite Universelle siriana per inviarla in Europa, Sophie intraprende il suo avventuroso (e mai dischiuso nei dettagli certi di dolore e di paura) viaggio a ritroso, in compagnia di due giovani sfortunati compagni di liceo, anche loro provenienti da famiglie ebraiche francesi. Una navigazione in solitario nei mille pericoli di una guerra dilagante e di un nazismo trionfante, che già contaminava con la sua lebbra ideologica i rapporti tra le religioni e le razze umane. Lei ebrea, del tutto inconsapevole di essere in qualche modo colpevole di una fede che, in fondo, poco apparteneva alla sua natura aperta e cosmopolita, si ritrova scacciata senza averne alcun desiderio, così piena di Occidente negli occhi e nel cuore da non avere mai appreso l'arabo in terra musulmana, grazie al privilegio di poter parlare francese in famiglia e nell'ambiente scolastico. Poi, la lunga cavalcata a ritroso nella vita di Sophie, madre adorata, con i suoi amori, le amiche e gli amici, il matrimonio, la fuga dalla Siria grazie a un amico arabo, le peregrinazioni in Europa e l'approdo a Milano.

Come evidenziato nella presentazione alla Casa delle Culture di Roma, il libro non aspira alla perfezione ed è articolato in atti-memoir suddivisi in tre parti. Nella prima, più storica, il lettore è condotto in un tempo medievale di Aleppo. Il filo del discorso si annoda in più di un passaggio sul significato e sull'influenza dell'Alliance israelitique di lingua francese, quando negli anni 30 del secolo scorso ebrei, arabi e cristiani potevano convivere in terra musulmana parlando lingue comuni. Sophie, donna energica ma povera era di Aleppo, mentre suo marito Maurice Shabtai proveniva da una famiglia turca ebrea molto benestante, ma che era stata espropriata di fabbrica e averi. Colette è la terza figlia che guarda la madre morire e attraverso la vita di lei che l'abbandona trova in se stessa ben altra forza. Inizia così un gioco complesso e intricato tra finzione e realtà. Esther la scrittrice protagonista è, in realtà, l'alter ego di una figlia che non riesce ad abbandonare la madre, osservandone con vero terrore la sua luna calante. Come in un terremoto, le pagine sono scosse e percorse da strenui spasmi di rimpianto per  una figlia che non si è mai sufficientemente interrogata su chi fosse sua madre.

Il libro, però, linguisticamente parlando, ha un suo preciso valore. In primo luogo, può vantare un'ossatura sintattica essenziale e piacevole che evita l'accumularsi ipertrofico di una frase sull'altra, fatto quest'ultimo che spesso disincentiva la lettura. Invece, qui il periodo è costruito bene e richiama le procedure linguistiche sintattiche dei grandi autori, elencando situazioni per descrivere qualcosa, cui si accostano sensazioni e immagini. Poi una frase, una chiave di chiusura del periodo del tipo: "partire era doloroso". Anche l'utilizzo un po' fuori moda del tempo verbale, con il passato remoto alternato al tempo presente, serve a creare una grande suggestione. Ricordi che affiorano suscitati da una parola episodio, come quella del Kinderheim. Una lingua italiana usata da una madrelingua francese con esattezza e precisione, forse talvolta un po’ crudele. Bellissimo il ritratto verbale delle quattro figlie di Sophie: dietro ognuna di loro si staglia prepotente un universo e un rapporto diverso con la propria madre. Non ci sono mai nel testo aggettivazioni eccessive, né similitudini stancanti. Domina però una molle malinconia che fa di Sophie, paladina ante litteram della lotta delle donne mediorientali per uscire di casa, un personaggio indimenticabile e misterioso. Perché lei, in fondo, tendeva a interpretare il mondo in chiave estetica! In sintesi, un libro scritto benissimo senza compiacimenti e abbellimenti in un italiano "normale".

Maurizio Bonanni