Katana revolver da Kurosawa al Western

03/06/2019

Akira Kurosawa è il regista più amato in Occidente, forse a causa della sua minore “giapponesità”. Tra le varie cose che lo avvicinano in qualche modo al nostro modo di vedere il mondo ed il cinema, c’è il suo ispirarsi a Shakespeare, a Dostoevskij o alla pittura europea. Viceversa, i suoi film hanno influenzato il cinema europeo ed americano, e in particolare due pellicole, “I sette samurai”(Shichinin no samurai, 1954) e “La sfida del samurai” ( Yojimbo, 1961, a sua volta ispirata a un racconto del maestro dell’hard boiled quale Dashiel Hammett) hanno ottenuto una trasposizione, e una versione, in chiave western. È il passaggio dalla katana al revolver che Riccardo Rosati analizza in, appunto, “Katana Revolver”, un saggio approfondito ma di piacevole lettura che prende in considerazione il raffronto tra le due pellicole e i suoi “derivati”, “I magnifici sette” di John Sturges e “ Per un pugno di dollari” di Sergio Leone.

Nel primo caso si tratta di una fedele trasposizione. Pur pregevole nel risultato, il film “cult” di Sturges si limita a spostare l’azione dal Giappone dei ronin ( i samurai senza padrone dell’epoca Sengoku) al confine tra Stati Uniti e Messico, ma segue vicenda, situazioni, persino sequenze e caratteristiche psicologiche dei personaggi in maniera quasi pedissequa, anche se più stilizzata, laddove i samurai di Kurosawa sono personaggi veri. La veridicità dei personaggi è anzi uno degli elementi di maggior valore e novità dell’opera del maestro giapponese: fino ad allora il samurai era visto come un guerriero “leggendario”, mentre qui è visto in tutto il suo realismo e, quasi, squallore, dal quale si risolleva per fame (è pagato con una ciotola di riso) e dirittura morale, allorquando decide di aiutare un villaggio di contadini oppressi. “I sette samurai” è un capolavoro. Elegiaco e poetico, ma anche umoristico, umanizza il ronin e mette al centro dell’attenzione i contadini, mentre il personaggio di Kikuchiyo (Toshiro Mifune) fa da collante tra i due mondi. Una smitizzazione, ma senza il sarcasmo che vedremo ne “La sfida del samurai”, una visione politica ma non militante, un equilibrio tecnico mirabile ne fanno uno dei film più noti ed amati del Sol Levante. Il remake di Sturges è, invece, un effettistico e un po’ magniloquente prodotto hollywoodiano, ricco di star (una delle differenze di sceneggiatura più evidenti è il personaggio del cattivo, che qui ha un nome, Calvera, un volto, quello di Eli Wallach, e una consistenza da vilain quasi magistrale), ma è indubbiamente apprezzabile per la sua onestà intellettuale. Dare attenzione ai contadini messicani e, soprattutto, non rappresentare più il cowboy come un eroe solitario, ma come un semplice mercenario che recupera dignità solo nel gruppo, è una novità quasi rivoluzionaria per il ’60, ed è una perfetta comprensione del film (e della cultura) giapponese, al punto che Kurosawa in segno di apprezzamento regalò una katana al regista americano.

Diverso il discorso per quel che concerne il passaggio da “La sfida del samurai” a “Per un pugno di dollari”. Intanto ci viene da dire (forse travalicando lo stesso giudizio del Rosati, che pur ci par di leggere tra le righe) che la versione di Leone è superiore, a livello artistico, di quella di Kurosawa; poi, come già accennato, “La sfida…” è debitore di uno spunto occidentale, e ad occidente ritorna, pur se in ambientazione western anziché noir (il racconto “Red Harvest” è stato successivamente tradotto in film da Walter Hill, “Ancora vivo”, 1996 – ndr ). Ma soprattutto, Leone ne dà una rilettura, dove la trama è rispettata e alcune sequenze sono “copiate”, ma lo spirito che la permea è diverso. La pellicola di Kurosawa è senz’altro insolita, dotata di ironia, puntualmente sottolineata dalla colonna sonora e dall’interpretazione al limite del grottesco della star Toshiro Mifune. Egli sbeffeggia il genere ( il chanbara) a cui appartiene, demitizzando la figura del ronin e addirittura introducendo…una pistola! Il duello finale, infatti, sarà combattuto tra una katana e un revolver (le armi che in “Per un pugno..” diverranno la pistola e il fucile). Uomo senza onore, Sanjuro prenderà sì le parti degli oppressi, ma solo incidentalmente, nella sua strada per fare soldi. Ecco che il samurai fedele fino alla morte a un padrone, diventa un abile manipolatore al soldo di due padroni. Il cavaliere senza nome di Clint Eastwood (fino ad allora attorucolo di serie tv noto più per il fisico aitante che per le qualità interpretative) è anche lui un cinico Arlecchino, ma è mosso da sdegno (forse una ferita personale?) quando vede un bambino tormentato dai Rojo, e se non esita a far sterminare i Baxter lo fa per arrivare, in fin dei conti, per distruggere i primi e aiutare il bimbo e la sua famiglia. Altrettanto, il film di Leone ha un’ironia più sottile, tutta nel dialogo tagliente (che diverrà un must del western all’italiana), mentre le immagini sono cupe, gli uomini spietati e viene rappresentata la violenza in un modo tanto esplicito da influenzare il western di Peckinpah e degli altri autori a venire. Le musiche sono elegiache (Ennio Morricone inventa praticamente un genere musicale, la colonna sonora per western – altro elemento grazie al quale “Per un pugno…” rivitalizza un genere agonizzante), la scenografia povera (e qui si fa di necessità virtù, come i leggendari zoom sono dovuti alla mancanza di un carrello – ndr.). Insomma, è un’opera “ispirata a…”, ma autonoma. E questo il Rosati lo sottolinea, trasformando, quasi, un libro dedicato al regista nipponico, in un libro in onore del maestro italiano scomparso 30 anni fa.

Elena Aguzzi