Orson Welles, autore kafkiano

06/10/2016

Sono numerosissimi i volumi dedicati al cinema di Orson Welles, alla sua figura, alla sua opera prima- capolavoro, ai film incompiuti o rimasti su carta, a suoi rapporti coi produttori, con l'America e con l'Europa, con Shakespeare... Giorgio Penzo, col suo  “Orson Welles fra Quarto Potere e Il Processo” (edizioni Petite Plaisance) , riesce a trovare un punto di vista insolito: quello degli elementi kafkiani. La domanda sottintesa è semplice: perché Welles ha deciso, tra tanti romanzi a cui attingere, di affrontare “Il processo” di Kafka? Una scelta estemporanea o un percorso? Vi sono elementi “kafkiani” anche nelle opere precedenti che ci possono far pensare alla seconda ipotesi? Domande non oziose, se si considera che, dopo questa pellicola, l'unico altro film fiction, non televisivo e portato a termine è “Falstaff”. Dunque “Il processo” - opera tra l'altro intellettualmente ambiziosa e complessa – sembra il punto di arrivo di tutta la cinematografia wellesiana.
L'impostazione del libro è lineare. Per ognuno dei dieci film presi in considerazione ci viene proposta una scheda tecnica dettagliata, a cui fa seguito un'analisi appropriata. Più o meno ogni analisi si conclude con la ricerca degli elementi kafkiani, voluti o inconsci. Ovviamente la “recensione” più ampia è dedicata a “Il processo”, su cui poi l'autore si sofferma poi anche  in una dotta appendice, che si discosta dall'impianto generale poiché non analizza tanto il cinema di Welles in prospettiva letteraria, ma al contrario analizza il romanzo mettendolo in rapporto col film – e quindi affronta l'annoso tema della trasposizione per immagini di un'opera di parola – o, se vogliamo, rilegge Kafka con gli occhi di Welles. Conclude il volume una seconda appendice che ci ricorda in brevi schede i film, compiuti o abortiti, degli anni seguenti.
Dunque Orson Welles non è solo il cantore di personaggi più grandi della vita, di eroi (e antieroi) shakesperiani, del rapporto di forza tra male e bene (dove vince sempre il bene, ma è il male che più attrae tanto lo spettatore quanto il Welles interprete..), ma anche autore “metafisico” affine talvolta a Kafka soprattutto nei temi del non senso, dell'inganno, della “struttura” che ci opprime (anche visivamente Orson Welles usa spesso obiettivi che distorcono l'immagine in modo da farla apparire schiacciata di fronte alla scenografia o a un altro personaggio). Ma qui ci vogliamo limitare a buttar là qualche suggestione, per non intaccare il piacere della lettura. Lettura che, è bene dirlo, è comunque più indicata ad un appassionato dello scrittore, che potrà essere incuriosito ad affrontare il cinema di Welles, piuttosto che, al contrario, avvicinarsi al saggio conoscendo bene i film ma avendo letto poco o nulla di Kafka: nel qual caso sarebbe piuttosto difficile star dietro ai contenuti espressi.

Elena Aguzzi