Artemisia Gentileschi e il suo tempo

06/12/2016

Dal 30 novembre è possibile visitare una mostra che difficilmente verrà dimenticata.
Almeno questo è l’auspicio degli organizzatori espresso durante l’affollatissima conferenza stampa di presentazione di “Artemisia Gentileschi e il suo tempo”, mostra a Palazzo Braschi (Roma, ingresso da Piazza San Pantaleo, 10 e Piazza Navona,2) fino al 7 maggio 2017 .
E’ stata proprio la sala gremitissima di giornalisti ad esser, a sorpresa, il primo punto all’ordine del giorno di quanti sono intervenuti ad esporre un progetto nato tre  anni fa e che oggi vede la luce malgrado le difficoltà e l’ostruzionismo di leggi nazionali ree di regolamentare spesso in maniera paradossale questioni d’arte a svantaggio delle vere e più impellenti urgenze.
Palazzo Braschi  poco noto a chi vive a Roma (se non per la splendida carrozza d’oro presente nel suo androne), malgrado faccia parte del circuito dei Musei della Capitale, raramente infatti viene frequentato dagli organi di comunicazione, perché non ha quasi mai ospitato quella che a  buon diritto può esser considerata una “mostra vera” con grandi opere, come quelle che si potevano ammirare in un tempo ormai lontano, ma un nome glorioso ed affascinante quale quello della pittrice Artemisia Gentileschi, icona prolifica del femminismo, anche per via del clamoroso caso di stupro da lei subito, documentato da un processo intentato dal padre dell’artista contro il violentatore Agostino Tassi, ha compiuto un piccolo miracolo mobilitando penne  a destra e a manca e consentendo di puntare  le luci  sul suo talento e sul “suo tempo”.
Avvalendosi del patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, la mostra  affronta l’intera vicenda artistica di Artemisia Gentileschi  di cui è possibile ripercorrere quindi  vita e opere  senza dimenticare  l’ineludibile confronto con la produzione pittorica dei suoi colleghi contemporanei.
Da ogni dove, sono giunte cento tele, di cui trenta firmate da Artemisia e le restanti dagli altri artisti a lei legati grazie al preziosissimo contributo sia dei   collezionisti privati che hanno ceduto per l’occasione  i loro tesori sia dei curatori dei  musei di tutto il mondo focalizzando l’attenzione sui periodi artistici di maggior produzione di Artemisia impegnata  a Roma, a Firenze e a  Napoli, senza tralasciare due parentesi che tali rimangono soltanto perché attendono ancora di essere adeguatamente esaminate ovvero il periodo veneziano  e quello londinese. 
Come ha spiegato all’inizio della conferenza Nicola Spinosa (ideatore dell’esposizione e curatore della   sezione napoletana), di Artemisia forse se ne parla sin troppo, volendo esaltare quegli aspetti  del suo “personaggio” che riguardano una biografia certo di indubbia importanza, ma che sarebbe ancor più inestimabile se ne  emergesse  il valore artistico dentro e fuori dal suo tempo tutto al maschile con rarissime eccezioni. Non a caso, tra i ringraziamenti sono emersi quelli nei riguardi dei restauratori  e dei responsabili del catalogo edito con maestria, da SKIRA. Spinosa ha precisato  che in effetti le mostre organizzate sulla Gentileschi  fino ad ora, sia in Italia che all’estero, apparivano quasi monotematiche proponendo donne scollacciate ed atmosfere cariche di eros, misfatti e delitti solleticanti le fantasie più morbose e ben poco attinenti alla storia dell’Arte.
Artemisia, dicono le cronache, era bellissima, ebbe vari amanti e fu una donna intelligente e di valore: inutile negare che il privato influenzò totalmente la pittrice, ma lei, fuori da sé, visse anche  in un mondo artistico e non, di fittissime relazioni, contatti, guerre e pestilenze, in una dimensione di continuo ed irrefrenabile “dialogo”. Francesca Baldassari, a capo della squadra di lavoro incentrata sul periodo fiorentino di Artemisia e Judith Mann per la sezione romana hanno ribadito tale verità storica evidenziando inoltre la rigorosa selezione delle opere ossia soltanto tele autenticamente attribuibili ad Artemisia Gentileschi in opposizione ad altri contesti in cui, assente una corretta ed approfondita documentazione e bibliografia, si metteva a cuocere, un po’ di tutto, nel calderone…per attirare pubblico più o meno colto.
Tra i capolavori in mostra  dipinti da  Artemisia vi sono, per citarne alcuni,  “Giuditta che taglia la testa a Oloferne” (proveniente dal Museo di Capodimonte), “Ester e Assuero” (dal Metropolitan Museum di New York),  “Autoritratto come suonatrice di liuto” (dal Wadsworth Atheneum di Hartford nel Connecticut)  inserite all’ interno di un itinerario rigidamente cronologico,  senza dimenticare o negare le relazioni e le influenze osmotiche nate, a Roma, Firenze o Napoli con Guido Cagnacci, Simon Vouet, Giovanni Baglione, Jusepe de Ribera, Francesco Guarino, Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e  Bernardo Cavallino.
In linea con la critica più recente, questa mostra ha il merito di fornire la giusta lettura della carriera di Artemisia, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la donna   ebbe modo di frequentare,    lottando  con determinazione per affermarsi, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche  per combattere i  pregiudizi  contro le donne pittrici evidenziando quanto ancora ci sia da fare, ossia come il lavoro sulla Gentileschi sia a tutti gli effetti ancora un “work in progress”.

Mariangela Imbrenda