Unmissable Marilyn

10/10/2017

Unmissable, imperdibile. Già. Imperdibile, imprendibile e impenetrabile…e la serie di aggettivi sulla stessa lunghezza d’onda potrebbe continuare.
La più grande mostra al mondo dedicata a Marilyn Monroe, allestita anche a  Roma, presso il Palazzo degli Esami (Via Gerolamo Induno, 4)  e visitabile nuovamente fino al 5 novembre 2017, dopo il successo ottenuto sin dalla sua inaugurazione (avvenuta lo scorso maggio e pertanto riproposta in una seconda tranche) ha il pregio di non indagare la diva, l’icona e la leggenda che tutti conosciamo a proposito dell’ imperscrutabile attrice, ma di presentarci, esibendoli, gli “oggetti” appartenuti innanzitutto  ad una donna  fattrice, nell’arco della sua breve vita, della storia del cinema, della moda e dell’arte, mescolando la sfera pubblica con quella privata.
L’impiego delle virgolette deriva dal fatto che ad occupare le sale del Palazzo, vi sono oltre trecento autentiche rarità e, data la rocambolesca lotta per la sopravvivenza, ormai brillano di luce propria e vivono una seconda giovinezza,   contribuendo a restituirci non soltanto un patrimonio materiale, bensì una biografia quanto mai fedele, perché autenticata da quest’ultimo.
La mostra illustra infatti, anche attraverso pannelli informativi, la storia dell’asse ereditario di Marilyn Monroe la cui morte prematura ( le cause ancora oggi risultano non del tutto chiare) avvenuta nell’agosto del 1962, comportò l’esecuzione di quanto riportato nel testamento redatto in precedenza dall’attrice: gli abiti e gli effetti personali, riposti in casse, andarono a Lee Strasberg, suo insegnante di recitazione. Dopo il 1982, alla morte del padre dell’Actor Studio a New York, fu la vedova Anna Strasberg (terza moglie di Lee) a conservare il patrimonio, per poi, dopo la dipartita di Susan Strasberg, (figlia di Lee) metterlo all’asta.
Lungi dal somigliare all’operazione di riapertura dei bauli della nonna in una vecchia soffitta polverosa o alla contemplazione di statue in un museo delle cere,  molte sono le emozioni, soprattutto di commozione suscitate nel vedere Marilyn Monroe mediante ciò che la vestiva, la calzava, la profumava, la pettinava…”imprigionato” per ben trentasette anni per poi finalmente  venir catalogato.
Unmissable, imperdibile è dunque quanto non è stato venduto durante una prima asta dell’ottobre 1999 a cui hanno fatto seguito altre analoghe iniziative di Christie’s e Jiulien’s smembrando e rendendo fruibile l’inarrivabile diva tra i collezionisti di tutto il mondo.
L’esposizione romana nasce soprattutto dalla generosa sensibilità di uno di questi ultimi, il tedesco Ted Stampfer e da altri privati che hanno partecipato all’allestimento motivati dal mostrare l’ altro volto di Marilyn Monroe a partire  dalla bambina di nome Norma Jeane Mortenson, battezzata come Norma Jeane Baker, nata a Los Angeles il primo giugno 1926.
Curiosa l’assonanza con un’altra Jean di cognome Harlow, star hollywoodiana degli anni Trenta, dalla chioma biondo platino, che la piccola Norma Jeane vede sul grande schermo, per la prima volta nel film “Pranzo alle otto”. Se ne innamora immediatamente e, come in un appassionante romanzo d’appendice, decide  di divenire anche lei, da grande, un’attrice, più prossima possibile, soprattutto fisicamente, al suo idolo infantile. Il caso vuole che la Harlow muoia prematuramente il 7 giugno 1937, lo stesso giorno in cui la futura Marilyn mette piede fuori dall’orfanatrofio  dove ha trascorso la sua breve vita.
Il destino sta scrivendo un copione di successo: Norma Jeane Baker sta per andare alla conquista del mondo, non senza i dovuti adeguamenti per esser degna della missione!
Anche Madre Natura vi partecipa trasformando un’adolescente in un capolavoro di giovane donna che sa esser rivoluzionaria in maniera semplice, promo domo sua: non portando la gonna, bensì maglioni stretti e jeans da uomo attillati in grado di evidenziare le sue curve, Norma esalta i seni prosperosi incantando proprio con il suo corpo mozzafiato un giovane fotografo di nome David Conover che le propone una fortunata serie di scatti, per l’epoca, hot. Lei  è un’operaia di una fabbrica di munizioni, lui lavora per l’esercito, perciò dall’insolita situazione viene fuori una modella capace, come affermerà Conover, di emanare qualcosa di fresco e  vivace, come se flirtasse con l’obiettivo. Con Marilyn può succedere di tutto…ed è quanto accadrà a breve.
La mostra evidenzia attraverso le fotografie di quel fortunato shooting ed altri scatti privati,  il prima e il dopo, ossia la trasformazione da bruco a farfalla della giovane donna, coadiuvata da un intervento chirurgico onde correggere il mento e il naso, dalla decolorazione dei capelli, sempre ricci e perfetti grazie all’impiego di bigodini, da un’andatura e in generale un look esplosivo ed erotico, mai volgare, che per citare una massima di Clarke Gable, a proposito di Marilyn, leggibile su una parete della prima sala dell’esposizione “[…]è femminile in modo unico. Tutto ciò che fa è diverso, particolare ed emozionante, dal modo in cui parla, al modo in cui usa quel magnifico busto. Lei rende un uomo orgoglioso di essere un uomo”.
Marilyn sta diventando la “donna” per eccellenza, così come da bambina, all’età di due anni, per via della sua bellezza, è ufficialmente considerata una “bambola vivente”.
Una serie di foto dedicate al training fisico della modella impreziosiscono la mostra evidenziando la consapevolezza  che la giovane donna ha di poter coronare il suo sogno soltanto attraverso un impegno durissimo e costante: ecco dunque, in bianco e nero, Marilyn mentre si trucca e fa esercizi fisici; poi è la volta degli imprescindibili “strumenti” di tortura per apparire sempre in ordine e sorridente ( bigodini con qualche capello decolorato impigliato ed intatto, profumo rigorosamente della maison Chanel, il n°5, maschera  per occhi a cui l’artista ricorrerà dal ’54 al ’62 ecc…).
Parallelamente se in corpore sano deve risiedere una mens sana, Marilyn Monroe studia alacremente per correggere un’inammissibile balbuzie in quel di Hollywood  e comprende la necessità di costruire una personalità forte in grado di garantirle, senza difficoltà. le capacità di  ragionare, difendersi, prendere adeguate decisioni in ambito privato e professionale, come una vera self made woman: insieme all’approfondimento delle pellicole in cui recita la prediletta Jean Harlow, analizza la recitazione di Lana Turner, si iscrive a corsi di teatro e frequenta lezioni serali, impiegando il tempo libero per leggere volumi di poesia, politica e psicologia.
In particolar modo, la mostra seleziona e presenta dalla biblioteca personale dell’attrice, il libro di auto-aiuto intitolato “Peace of  Mind” di Joshua Loth, Liebman e il testo “The Roots of American Communism” di Theodor Draper: Marilyn tutt’altro che una “pupattola smorfiosa e sciocca” come avrebbe detto la Rossella di “Via col vento” sfodera sempre un carattere volitivo, una forza d’animo ed una resistenza che pian piano anche le case di produzione cinematografiche iniziano a notare ricompensando l’artista  con sempre più lauti cachet (seppur lontani dagli stratosferici compensi delle intramontabili star ancora in voga) così come le giurie internazionali onorano la diva tributandole meritatissimi premi.
Molto commovente è, a tal proposito,  un video risalente al 1959, anno in cui la Monroe,  riceve il Premio David di Donatello (targa d’oro visibile presso la mostra per gentile concessione di Bulgari)  direttamente dalle mani  della nostra Anna Magnani, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura a New York.
Sempre in relazione al cinema, sono in mostra i copioni originali dell’attrice datati dal 1945 al 1962, unitamente a lettere degli ammiratori delle pellicole di cui è interprete e ad un’agenda ove segnare i suoi appuntamenti aperta su due facciate tra le date del Thursday, March 9,1961 e Thursday, March 10,1961.
Tuttavia la parte più interessante e coinvolgente della mostra, grazie anche alle didascalie ricche di aneddoti e curiosità, concerne gli abiti originali (o quasi) di Marilyn: sono visibili sia i vestiti personali che i costumi di scena.
Benché ormai ricca e famosa, può stupire o rappresentare, per certi versi, una conferma di semplicità e caparbietà, venire a conoscenza che Marilyn indossi spesso nel quotidiano gli stessi abiti perché “affezionata” ad alcuni capi piuttosto che ad altri, come qualsiasi  donna al mondo potrebbe sceglier di fare: più volte si fa vedere o viene fotografata con pantaloni a scacchi bianchi e neri e un pullover in cashmire nero, oppure porta al collo  una sciarpa nera di chiffon, per strada, ed anche in occasione di spot pubblicitari come quelli  apparsi sulla rivista “Life”.
Non mancano ovviamente gli abiti che hanno forgiato Marilyn, come indiscusso e insuperato sex symbol del XX secolo, esaltando il suo corpo e facendo così la fortuna degli stilisti impegnati ad occuparsi di un’avvenenza straripante: svetta  a buon diritto la vestaglia di satin color avorio indossata in  “Gli uomini preferiscono le bionde”  e in “A qualcuno piace caldo”, seguita da una delle due copie dell’abito bianco di “Quando la moglie è in vacanza” realizzata dal disegnatore di moda William Travilla. Trattandosi di un autentico capolavoro, quest’ultimo era solito chiamare la sua creazione semplicemente “The dress”.
Unmissable Marilyn non poteva tralasciare di seguire, con molta grazia, un excursus biografico per orientare il visitatore: è così che nelle ultime sale si concentrano gli amabili (per noi) resti di una vita terminata secondo la versione ufficiosa a causa dell’assunzione di un cocktail di farmaci.
La morbidezza ancora pulsante negli scatti dell’ultimo servizio fotografico di cui Marilyn fu protagonista nel 1962  ad opera di Bern Stern fa tragicamente pendant con la ricetta autentica compilata dal medico per prescrivere  un antistaminico da impiegare, se assunto in dosi massicce, come sonnifero.
Grottesca coincidenza in merito al giorno e all’anno della morte della Monroe riguarda la data fissata per incontrare la madre di Jean Harlow e avviare la lavorazione di un film sul suo idolo di cui sarebbe stata la protagonista: 5 agosto 1962.
Infine l’icona pluricromatica di alcune stampe non originali di Wharol, compare in forma di statua nella scultura del 2016 realizzata da Carlo Wijnands traendo la posa da una scena del film “Gli uomini preferiscono le bionde”.
Resta ancora un mese di tempo to not miss the exhibition , non tanto unica, quanto rara. Ad esser unica, in effetti, secondo  le parole di Billy Wilder che campeggiano sull’ultima parete allestita per la mostra   è soltanto Marilyn :“Unica è una parola scontata, ma nel suo caso è appropriata. Come lei non ce ne sarà un’altra e Dio sa quante imitatrice ha avuto.”

Mariangela Imbrenda