Duisburg - Linea di Sangue

20/05/2019

Le "4Esse". Quelle del Demonio: "Soldi Sangue Sesso Sostanza". Per la regia di Sergio Monteleone, Rai Fiction, nell'ambito delle iniziative editoriali dedicate alla settimana della legalità, ha presentato in anteprima stampa il film tv "Duisburg-Linea di sangue" (in onda il 22 maggio in prima serata, alla vigilia della ricorrenza della strage di Capaci), che prende le mosse dalla strage mafiosa della 'Ndrangheta a Duisburg in Germania, in cui vennero uccise sei persone appartenenti a una delle due 'ndrine rivali la cui faida di omicidi e vendette concatenati ha insanguinato fino a oggi il piccolo paesello di S. Luca nell'Aspromonte calabrese. Con Duisburg, la Rai rinnova la sua volontà ed essenza di servizio pubblico, rilanciando il tema “per non dimenticare” richiamato dalla cinematografia dell'impegno civile nella battaglia per la legalità e la lotta al crimine organizzato. Si parte quindi proprio da quella strage che sollevò un'ondata di indignazione mondiale dando così rilievo internazionale all'importanza della lotta alle mafie di origine italiana e a quella di maggior successo globale, come la 'Ndrangheta di cui le indagini successive (che arrivano fino ai giorni nostri!) hanno dimostrato il grado capillare di infiltrazione nell'economia tedesca e non solo.

Gli 'ndranghestisti, cioè, hanno da tempo esportato l'influenza e i loro ferrei legami parentali al di fuori del territorio calabrese espandendosi verso le aree a maggior benessere del Nord Italia e dell'Europa, come dimostrò quell'inatteso e clamoroso evento del 2007, quando la Germania e il resto del mondo furono costretti a rendersi conto della penetrazione mafiosa silente che si diffondeva come un virus mortale nelle aree più ricche del Continente, con i suoi rituali e simboli tribali. Tra questi,  il santino bruciato di San Michele Arcangelo per l'iniziazione e le vendette consumate in occasione di grandi Festività nazionali, in modo che i membri della 'ndrina colpita non le dimenticassero e non le festeggiassero mai più. Duisburg avviene a Ferragosto, mentre altri omicidi della faida sono cronologicamente scadenzati, ad esempio, in corrispondenza del Natale o delle feste di carnevale. La storia ruota sulla figura di un commissario capo della Questura di Reggio inviato in affiancamento ai colleghi tedeschi che brancolavano nel buio, essendo alla prima esperienza di stragi di mafia.

Ma, per girare le riprese in loco occorreva disporre di un clima di accoglienza impossibile obiettivamente da configurare date le premesse, come fanno intendere tra le righe i responsabili del programma. Così, si è preferito trasferire le scene in luoghi più neutri, al riparo dai risentimenti e dai pregiudizi di una comunità chiusa perché, come nota la responsabile, le piccole produzioni non hanno la stessa forza e autorevolezza della Major internazionali. Duisburg è uno spartiacque nella comprensione del fenomeno mafioso che ha le stesse proprietà dei fluidi riuscendo a insinuarsi in ogni fessura del differenziale socio-giuridico, politico e amministrativo che contraddistingue i diversi quadri legislativi e normativi dei Paesi occidentali e dei loro modus operandi, in merito alle competenze della giurisdizione e degli organismi di scurezza. Del resto, se ci si trova confrontati soltanto a una forte circolazione di denaro, e non a crimini efferati come le stragi di mafia, si ha tendenza a rimuovere il problema dell'infiltrazione mafiosa in territori a torto ritenuti sociologicamente immuni. Non si avverte, cioè, il pericolo mortale in base al quale organizzazioni malavitose potenti e globali come la 'Ndrangheta si muovono costantemente e dinamicamente verso aree geografiche e sociopolitiche che presentano il minore gradiente di contrasto istituzionale nei loro confronti.

La lingua rappresenta un ulteriore problema per la fluidificazione delle comunicazioni informali e verbali tra gli inquirenti dei vari Paesi occidentali che, nel caso della fiction, trova una facile soluzione con la storia personale del commissario tedesco che parla bene la nostra lingua grazie a un precedente matrimonio (poi fallito) con un'italiana. Tanto per intenderci: il "41-bis" è una scelta solo e soltanto nostra, come lo sono gli ampi poteri concessi al magistrato nel disporre intercettazioni ambientali e sulla Rete. Nel filmato, il fatto che in Germania l'autorità inquirente sia obbligata a mettere online i profili dei ricercati fa saltare l'immediata cattura dei responsabili della strage, costringendo gli inquirenti a inseguire i latitanti. Nel colloquio tra il funzionario italiano e quello tedesco viene messo in luce un elemento chiave del problema: per molto tempo, negli anni in cui c'era da ricostruire la Germania dell'Est, si è trascurato il fenomeno dell'infiltrazione mafiosa nel territorio e il relativo fiume di denaro sospetto originato in loco dalle mafie italiane e dalla 'Ndrangheta in particolare, mentre solo dopo i gravissimi fatti di sangue di Duisburg si è tentato di porre un argine a quella penetrazione, ma senza avere alcuna preparazione specifica né disporre di una normativa speciale di supporto.

La storia racconta lo spirito di sacrificio di un commissario italiano della Questura di Reggio che rinuncia alla sua vita privata e alle vacanze estive (dopo aver accumulato negli anni di servizio mesi di ferie non goduti) per affiancare nelle indagini il suo omologo tedesco, incaricato di far luce sulla strage, quando la Germania scopre all’improvviso di avere il contagio in casa e i suoi investigatori non sanno da che parte iniziare, per cui accettano la stretta collaborazione del funzionario italiano che conosce bene il milieu 'ndranghetista, essendo nato e vissuto fino a quel momento in Calabria. I dialoghi tra i due sono un esempio molto concreto di come divergano (e a volte siano dannosi) i diversi e qualche volta contrastanti modus operandi di indagine tra le polizie europee, demolendo pregiudizi consolidati nei confronti degli italiani come quelli della loro scarsa applicazione e passione sul lavoro: il commissario italiano rinuncia a moglie e figli per lavorare giorno e notte sul caso (cosa effettivamente accaduta nella realtà durante le indagini del tempo!), mentre il collega tedesco e i suoi collaboratori vanno a casa dopo aver timbrato il cartellino alla fine del turno di servizio!

È però tristemente vero che la gangrena mafiosa origina in Italia e rappresenta il modello organizzativo d'esportazione all’estero (del crimine organizzato) di maggior successo. Così, di fronte agli altri Stati e ai loro organismi di sicurezza, abbiamo costantemente la necessità di smentire la nostra triste nomea di essere furbetti e poco rispettosi delle regole: persone, cioè, che amano le scorciatoie e hanno scarso senso sociale. Con Duisburg si vuole dissentire con fermezza da questo luogo comune documentando il sacrificio di italiani dotati di un grande spirito lavorativo e di corpo. Michele Battaglia, che interpreta il commissario Daniele Lotti, evidenzia come il suo protagonista, servitore dello Stato, non sia un poliziotto perfetto ma un essere umano che rischia la vita sua e della propria famiglia. Il modo con cui Battaglia l'ha interpretato è anche frutto degli incontri da lui avuti con il vero commissario che ha realmente arrestato i responsabili una volta inviato in missione in Germania, cosa che ha permesso all'attore di venire direttamente a conoscenza di modus operandi e trattamento delle fonti che non si apprendono dai giornali.

"Così, si è riusciti a mettere in risalto le questioni della vita reale e i gesti normali della quotidianità (come chiamare la propria moglie via skype per informarsi sui figli) per chi affronta quel tipo di lavoro, rischiando la vita tutti i giorni quando va a casa e al ristorante. Del resto: moltissimi suoi collaboratori e colleghi affrontano gli stessi rischi e nessuno di loro pretende di essere scortato, perché in certi ambienti la paura è un lusso che non ci si può permettere! Un esercito di persone che svolge un lavoro molto difficile, come passare mesi interi con le cuffie per captare una conversazione che leghi eventi e responsabili di un delitto o di uno schema mafioso". Le scene offrono il giusto risalto al percorso professionale e all'abilità di un servitore dello Stato italiano che sa il fatto suo, riequilibrando così (come fa notare il regista) uno sbilanciamento eccessivo delle fiction tv e del cinema, con le varie edizioni di Gomorra e similari, in cui si rischia obiettivamente di dare eccessivo spazio ai modelli criminali e di fornire esempi sbagliati a chi già vive in ambienti controllati capillarmente dalle mafie.

La fiction indaga altresì il funzionamento delle famiglie mafiose e le loro logiche interne come gli atteggiamenti collusivi e complici delle donne (mogli, madri, sorelle), che arrivano perfino a fare un eroe di un loro parente stretto stragista, tanto che i due giovani esecutori materiali saranno per questo legittimati a interloquire nelle trattative tra il loro capo clan e i plenipotenziari delle mafie colombiane della droga. Storia di coppie che militano ai lati opposti della barricata, come la moglie incinta del commissario, una donna solare, dolce, forte e comprensiva che asseconda e sostiene il marito ben conoscendo i rischi cui vanno incontro in terra di mafia, e che si interroga sulla sorte del compagno lontano nascondendogli la sua angoscia interiore di moglie, per dare invece risalto all'affiatamento e alla gioia di vivere, con l'invito a essere forti restando uniti.

Come suo contraltare vengono trattati con una certa cura i profili di due giovani donne di mafia che la pensano diversamente sulla loro famiglia: una sposa in toto la logica e il lato criminale dell'esistenza convinta di essere nel giusto, mentre l'altra vorrebbe una vita normale e si trova costretta a subire cognata e suocera, che non si rendono conto dei danni causati ai figli piccoli incitati a proseguire la tradizione mafiosa. Donne che, oltre a essere madre, moglie, sorella si occupano in costanza della latitanza dei loro uomini di gestire in loro vece i traffici illegali, amministrando bilanci e conti miliardari. I bambini, ci dice il cast, sono invece persone che non hanno idea di quello che andranno a fare e nei loro confronti lo Stato deve affrontare con la massima incisività il problema di base educativo. Infatti, solo una corretta educazione e una sana cultura civile costituiscono l'antidito al veleno inoculato da cosche e 'ndrine, per non fare di loro killer spietati e insensibili come fossero altrettanti jihadisti.

Interessante è poi il rapporto tra padri (madri) e figli anche molto piccoli spinti all'omologazione e a imitare le gesta dei genitori essendo i loro naturali eredi nelle logiche aberranti dell'Antistato. Tuttavia, dal 2007 lo Stato conduce anche sotto il profilo culturale ed educativo una battaglia a tutto campo contro il mito mafioso: si cerca di coinvolgere i figli più piccoli degli 'ndranghetisti (bambini, cioè, che crescono odiando lo Stato) all'interno di strutture giudiziarie e assistenziali che aiutino loro e le madri a uscire dalla logica mafiosa dell'omertà collusiva familiare. L'impenetrabilità della mafia calabrese infatti si fonda sui legami stretti di sangue e si avvale di un rapporto assai particolare con il territorio, legato alla collocazione fisica della casa avita con i muri scrostati e l'apparenza dimessa, mentre i suoi affiliati fanno una vita di semiclandestinità stando contemporaneamente all’estero come persone bilingue titolari di attività commerciali di comodo. Insomma: la 'Ndrangheta appare davvero l'unica mafia veramente globalizzata!

Maurizio Bonanni