House of Cards 5

09/07/2017

Fa caldo e alle serate davanti al televisore si preferisce il falò in spiaggia. Sky Atlantic però, premia i malati di serie mandando in onda, dal 31 maggio al 5 luglio, i tredici episodi della quinta stagione di House of cards. La quarta stagione si era chiusa con i coniugi Underwood che, dopo aver visto sul piccolo schermo le immagini della brutalità dei terroristi, rivolgendosi alla telecamera avvertono: «noi non subiamo il terrore, lo creiamo». Parole che rievocano l’era Bush, quando un Presidente, per sconfiggere il terrorismo, creò un clima di paura a suon di bombe e leggi restrittive.

Questo fanno gli Underwood, che vogliono stare alla Casa Bianca il più possibile. Frank è accusato di aver supportato un sistema di sorveglianza di massa, per spiare elettori e avversari e di vendere brutte notizie per la campagna elettorale. Da un lato il popolo protesta e dall’altro si fa strada il candidato repubblicano alla Presidenza Will Conway, che nell’era digitale usa i social per pubblicizzare la sua immagine di padre e marito esemplare. Fra i due politici, il giornalista dell’Herald Tom Hammerschmidt, vicino allo scoperchiare il vaso con i segreti che gli Underwood si portano dietro dalle stagioni precedenti: la morte di Zoe Barnes e Rachel Posner, la caduta del predecessore Garrett Walker e tanto altro.

Gli anni passano, i personaggi vanno e vengono, ma House of cards riesce a conservare la ferocia di un mondo politico che per sopravvivere non rinuncia a mentire o neutralizzare chi fa opposizione. Negli Stati Uniti degli Underwood, interpretati con un accumulo di cattiveria da Kevin Spacey (American Beauty, I soliti sospetti) e Robin Wright (Forrest Gump, Wonder woman), democratici e repubblicani, il Presidente russo Petrov o la persona che ti dorme accanto, sono ugualmente senza scrupoli. I primi due, soprattutto, si rivolgono spesso al pubblico a casa. Lo fanno per svelare cose che non direbbero mai agli altri personaggi, non per cercare un’approvazione per i loro comportamenti. L’unico rimedio in questo racconto di anti-eroi e maschere tragiche, sembra essere il signor Hammerschmidt, incarnazione di un quarto potere con ancora la voglia di denunciare.

Nell’America di Trump, in preda alla paura per una terza guerra mondiale, l’opera di Willimon continua a mostrare il presente con la scorrettezza dei dialoghi, una trama che è una macchinazione di colpi bassi e una serie di personaggi/attori che sanno muoversi fra il buio e i riflettori. Il finale della quinta stagione, in cui Claire suggerisce allo spettatore cosa vuole fare mentre il marito rischia l’impeachment, dà la sensazione che la sesta sarà ancora più sadica.

Francesco Cerminara