L'Isola degli Schiavi

29/03/2017

Quant'è moderno l'antico! Per capire meglio, è sufficiente assistere al Piccolo Teatro Eliseo di Roma allo spettacolo "L'Isola degli Schiavi", scritto da Pierre de Marivaux nel 1725 per i Comici italiani di Parigi (quindi, più di sessanta anni prima della Rivoluzione francese), che va in scena fino al 9 aprile, per la regia di Ferdinando Ceriani e l'interpretazione rispettivamente di: Carla Ferraro (la serva Silvia); Ippolita Baldini (la marchesa Eufrosine); Stefano Fresi (conte Ificarte); Giovanni Anzaldo (il servo Papele) e Carlo Ragone (il governatore Trivellino). In questa commedia la vera autorità governante è la metafora, che si muove sul filo conduttore del detto più vecchio del mondo "Non fare agli altri..".  Soprattutto se il soggetto collettivo è la casta nobiliare del primo Settecento e la sua controparte, quella affamata, sbeffeggiata e umiliata, è rappresentata dalla condizione servile dei loro domestici. Marivaux, approfittando come altri novellatori dopo di lui dell'invenzione di una "Isola che non c'è", realizza (manipolando un po' la tradizione dantesca) una versione terrena della legge del contrappasso.

Quella degli schiavi liberati, per l'appunto. Dove gli antichi servi diventano padroni del loro destino, invertendo letteralmente i pregressi e oppressivi rapporti tra nobiltà e servitù. Ma, e qui sta l'intelligenza dell'opera, non in modo vendicativo bensì puramente educativo e correttivo. La punizione, cioè è a tempo. Affinché, avendo provato sulla propria pelle la condizione inedita di oppressi, gli antichi oppressori una volta redenti si riabilitino e possono, così, tornare sul continente convertiti e pentiti: maturati da quell'esperienza isolana in cui i destini di chi comanda e di chi obbedisce erano stati temporaneamente ribaltati. Ovviamente, Marx è ancora lontano, così come la sua dittatura del proletariato. I Demoni non divengono Santi e viceversa, tendendo a scambiarsi, in fondo, il buono che c'è nella rispettiva condizione umana. Ovvero: i servi commutano definitivamente in padroni ma solo e soltanto se scelgono di restare sull'Isola, lontano quindi dalle convenzioni mondane e dal dominio dei delegati alla sicurezza, incaricati di reprimere con la forza e la prigione qualunque atto di disobbedienza e di ribellione alla volontà delle caste dominanti, da parte dei loro servi e sottoposti.

Tutta la rappresentazione gode di una dinamicità piacevole e leggera grazie a una scenografia essenziale, dominata da un piccola collina in cartapesta, sistemata su di una piattaforma rotante, in cui a seconda del movimento appaiono ora gli scogli, ora una sorta di gabbia-carcere in cui sono racchiusi i due ex padroni. La composizione è, poi, sormontata da una sorta di minuscolo ring in fasciame che fa funzione di trono per il Governatore Trivellino. I vari personaggi si alternano a coppie sul primo piano, creando i contorni e i contrasti essenziali per mettere in moto un progressivo processo di empatia tra padroni e servi a ruoli invertiti. Ma, con un vincolo insuperabile dettato dai rispettivi caratteri: chi nasce buono e remissivo non si può riconvertire, come per magia, nel suo Doppio opposto e oppositivo. Si rimane ciò che si è, inevitabilmente, anche se ci si sveste degli abiti della servitù per indossare quelli della nobiltà. Disposti quindi, se si è stati dei sottoposti battuti e disprezzati, a perdonare coloro che di tali azioni si sono macchiati allorquando questi ultimi sono giocoforza assoggettati alle stesse condizioni di sudditanza.

Grazie alla catarsi della denuncia si compie il miracolo del disvelamento dei difetti che i nobili nascondono a tutti, nelle gestioni ipocrite dei loro rapporti e delle relazioni in pubblico, tranne che ai propri servitori che, nel tempo e nello stretto e riservato privato, ne conoscono a fondo i segreti dell'animo umano. Nella commedia è Trivellino a svolgere questo ruolo di mediazione per passare dalla finzione alla realtà, incitando gli ex servi, nel corso dei confronti diretti tra i due uomini, Papele e  Ificarte, e le due donne Silvia ed Eufrosine, a denunciare di tutti i torti subiti e a dire, finalmente, la verità sui difetti caratteriali e umani dei loro ex padroni.

Recitazione deliziosa e allegra da parte di tutti gli interpreti. C'è da augurarsi che Marivaux sia adeguatamente ritradotto in chiave moderna, per parlare degli immensi, nuovi problemi che la contemporaneità solleva nei veri rapporti tra servi e padroni. Di cui, però, molto spesso i primi sono del tutto inconsapevoli!

Maurizio Bonanni