La Cena delle Beffe

21/04/2016

“Io sono inchiodato al Male! Oh, Natura, tu fammi almeno piangere, per lo strazio di non poter sentire il male che ho commesso”.
La tragedia è al suo culmine. Neri Chiaramantesi ha ucciso per errore il proprio fratello e Giannetto Malespini, da lui beffato ed offeso, rimira il compimento della propria vendetta provandone repentino orrore. Il momento è solenne. Qui Neri, tanto nel dramma teatrale quanto nell’opera lirica, sarebbe impazzito realmente, dopo essere stato creduto pazzo ed essersi finto pazzo, inscenando così la terza pazzia ed allontanandosi sul calar del sipario. La regia di Mario Martone invece impone un diverso (e stridente) finale: una raffica di mitra da parte della mite Lisabetta che tutti accomuna in una sanguinosa strage. Un finale che lascia perplessi e poco si addice all’opera che Umberto Giordano musicò su libretto dello stesso Sem Benelli. Peccato, perché l’Opera che abbiamo visto in scena alla Scala è ricca di suggestioni e lo è la stessa, coraggiosa, regia.
Abbiamo detto “coraggiosa” perché non è impresa da poco prendere un’opera ambientata in una Firenze medicea ricreata dalla fantasia dell’Autore e trasferirla in una Little Italy gangsteristica degli Anni Venti. L’intuizione del regista napoletano avrebbe un suo senso perché le violenze, i soprusi, le rivalse e le vendette qui narrati ben si addicono ad un’altra epoca oscura più vicina nel tempo (il personaggio spaccone di Neri ben si adatta a trasformarsi in un piccolo gangster e la Cena iniziale in una Cena di boss imbandita con pretesto di pace), così come è suggestivo immergere la vicenda in un’ambientazione italoamericana contrassegnata dalla passione per la lirica che ne rifletteva gli umori tragici.

Suggestiva è pure la scenografia di Margherita Palli che porta la scena su tre piani alternati: al centro il ristorante del Tornaquinci, luogo deputato alla cena di pace, con tanto di riflesso delle insegne luminose al di là dei vetri e ambientazione in stile “Padrino”; al piano di sopra, tra scale antincendio e finestre che si accendono,  la camera di Ginevra, simbolico campo di battaglia per la contesa; nel sotterraneo la stanza di tortura in cui Neri sarà legato.
Tuttavia tale trasposizione sarebbe più consona ad un film, che traduca l’opera originaria ai differenti umori rispettando il cambiamento di tempo e di luogo. La messa in scena di un’opera lirica deve obbligatoriamente rispettare il testo del libretto e dunque sentir parlare di gente gettata in Arno e di “andare in Vacchereccia” nel centro di Firenze, suona quanto meno strano. Sostituire le spade con le pistole va bene, ma i dialoghi nel nuovo scenario restano zoppi.

Ma procediamo con ordine per ripercorrere tutta la genesi.
Nel 1909 Sem Benelli, fantasioso artista che amava ricreare le epoche passate al punto da farsi costruire a Zoagli un finto castello gotico, scrive la pièce teatrale in versi intitolata La Cena delle Beffe. Gli elementi del successo sono da rintracciare nel linguaggio finto antico e nell’ispirazione letteraria a fonti cinquecentesche tanto in voga all’epoca. Dopo lunghi corteggiamenti Umberto Giordano ottiene di musicare il dramma e l’opera lirica va in scena per la prima volta nel 1924. Ma le oscure, corrotte e torbide figure dei protagonisti, l’uno prepotente “gaglioffo”, l’altro vile e tormentato nella macchinazione di una cupa ed astuta vendetta, contrastano con la musica tardo romantica di Giordano, la cui emozionalità risente dell’eredità melodrammatica ottocentesca.
La principale differenza tra la pièce originale e l’opera lirica sta nella figura di Ginevra, che da femme fatale passa a mero strumento di vendetta. Sono i personaggi maschili a dominare e le loro principali arie rievocano racconti e turbe del passato, mentre Ginevra è senza ricordi.
A consacrare La Cena delle Beffe ai posteri è il film di Alessandro Blasetti del ’41, con il memorabile brindisi di Amedeo Nazzari (“e chi non beve con me peste lo colga!”), con lo scandaloso "nudo" di Clara Calamai e un meraviglioso Osvaldo Valenti che fa di Giannetto un essere infido e tremante, sempre in bilico tra la vigliaccheria (come rimpicciolisce davanti all’imponente figura di Neri/Nazzari) e l’astuzia, nell’incertezza e nella paura del male che sta per compiere, sicuro solo quando vede il nemico fuori combattimento. Una sorta di Riccardo III che si vendica anche del proprio fisico infelice seducendo sotto mentite spoglie.

Anche l’opera di Umberto Giordano mette sul piedestallo il personaggio più debole, vile ed ambiguo che “inchiodato al male” risente risuonare in sé il tema della vendetta che tutto ha innescato. Ne sonorizza lo scherno e la furia erotica, fino ad esaltarlo, solo, nella conclusione della tragedia che ha ordito.
In occasione del ritorno in scena della Cena delle Beffe il Teatro alla Scala ha organizzato una serie di attività, dagli incontri alla proiezione del film e l’esposizione di materiali iconografici nel foyer dello Spazio Oberdan.
Mario Martone cura l’allestimento dell’opera, discostandosi volutamente dal film. Dirige Carlo Rizzi. Il tenore Marco Berti è Giannetto, il baritono Nicola Alaimo è Neri e il soprano Kristin Lewis è Ginevra. Il fascino della messa in scena, il dramma vibrante e la performance impeccabile vincono sulla perplessità della trasposizione. La meravigliosa suggestione della Scala fa il resto e gli applausi calorosi richiamano più volte alla ribalta gli interpreti.

Foto Brescia/Amisano - Teatro alla Scala

Gabriella Aguzzi