Madama Butterfly

11/12/2016

“Canta canta farfallina con la tua voce piccolina, col tuo stridere di sogno, fievole come il sonno, soave come l’ombra, dolce come una tomba”. Così scrisse Giovanni Pascoli a Giacomo Puccini, sopraffatto dall’amarezza dell’insuccesso della Prima di Madama Butterfly del 17 febbraio 1904. “Non riusciranno a seppellirmi né ad ammazzare la mia Butterfly, la quale risorgerà viva e sana più di prima” disse il Maestro, che avvertiva l’Opera come la sua “più sentita e sinceramente scritta”.
Puccini rimase affascinato dalla figura di Madame Butterfly da quando assistette a Londra alla tragedia di David Belasco, conquistato non solo dall’esotismo del soggetto ma soprattutto dalla splendida figura della protagonista. E dopo la dolcissima coralità parigina di Bohème e la vibrante passionalità di Tosca donò gli accenti più belli alla fragilità femminile di questa eroina ferita, farfalla trafitta nell’illusione del suo sogno. Lo struggimento dell’attesa e lo strazio dell’abbandono si fanno palpitanti in una malinconia sommessa e accorata. Il pubblico del debutto scaligero non ne comprese la struggente bellezza e seppellì l’Opera sotto una marea di fischi. Per i trionfi seguenti Puccini la ritoccò e rimaneggiò più volte, dalla Prima parigina del 1906 ad un’ultima versione del 1920 al Teatro Carcano diretta da Toscanini.
Ora una nuova Prima alla Scala riscopre e riporta in scena la prima versione storica del 1904 e mostra quanto fu ingiustamente vilipesa. Era dal 1983 che non veniva scelto Puccini ad inaugurare una stagione scaligera. Riccardo Chailly , Direttore principale del Teatro alla Scala e Direttore musicale dal prossimo 1 gennaio, dirige l’Opera e la ripropone, dopo lo straordinario lavoro di restituzione della partitura ad opera di Julian Smith, “come doveroso risarcimento al compositore” per l’assurdo linciaggio che subì. Per l’occasione l’Enciclopedia Treccani, per la sua nuova collaborazione con il Teatro alla Scala e l’Archivio Storico Ricordi, ha editato un facsimile del libretto dell’Opera che fu realizzato nel 1904 per la prima assoluta.
Ritroviamo dunque l’originale Madama Butterfly più “serrata, efficace e terribile” nella ripartizione in due soli atti, con un Pinkerton se possibile ancora più spregevole di quello che conoscevamo. La romanza “Addio, fiorito asil” fu infatti aggiunta successivamente: questo è un Pinkerton senza ombra di rimorsi, che irride i giapponesi e i loro costumi chiamandoli “musi”, e che manda la moglie Kate a chiedere a Cio-cio-san di affidarle il bambino. Ne emergono dunque accenti ancora più tragici che la splendida regia di Alvis Hermanis accentua mostrando una Cio-cio-san emozionante nella sua disperata illusione, delicata, dolorosa, vittima sacrificale nella potenza drammatica dell’harakiri finale.
La Prima del 7 dicembre è stata trasmessa in diretta su RaiUno, in molti cinema italiani e sul megaschermo della Galleria Vittorio Emanuele. Noi abbiamo assistito alla seconda rappresentazione del 10 dicembre con una meravigliosa Maria José Siri nel ruolo di Cio-cio-san, acclamata da un’ovazione finale, il tenore Bryan Himel nel ruolo di Pinkerton, il mezzosoprano Annalisa Stroppa in quello di Suzuki e il baritono Carlos Alvarez come console americano Sharpless. Lo spettacolo sarà replicato il 13, 16, 18 e 23 dicembre e il 3 e 8 gennaio.

La regia di Alvis Hermanis, che firma anche le Scene con Leila Fteita, omaggia un Giappone tradizionale, a volte opulento come nella scena del matrimonio, sottolineato dal trucco che riveste i suoi protagonisti come una maschera, offeso e vulnerabile nella delicatezza di Cio-cio-san, che ha la postura e la fragilità di una bambola di porcellana. Maria José Siri è splendida, nell’incomparabile voce e nel suo essere dolente, ingenua come una bambina smarrita, pervicace in un’attesa che non verrà mai appagata. La sua Cio-cio-san è toccante e resterà a lungo nell’animo.
La suggestiva scenografia le alterna alle spalle quadri meravigliosi, in uno scorrere e levarsi di delicati pannelli giapponesi che a volte riflettono le ombre del Coro, in movenze di farfalle, a volte si tingono e disegnano il porto, i fiori, l’acqua, la sera, le ombre. Il duetto d’amore, a chiusura del primo atto, si svolge sullo sfondo di una luna gigante, il secondo atto si apre su una casa che nell’attesa del ritorno di Pinkerton ha assunto un aspetto occidentale per poi trasformarsi in un giardino sotto un rosa cadere di petali leggeri, dove si consuma il sogno della protagonista e il suo trepidante, vano, infinito attendere.
E la Musica si fa battiti del cuore, emozione viva, malinconia struggente e dolcissima, sospensione palpitante. Le arie più belle tornano in sottofondo come presagi.
Forse nel Coro a Bocca Chiusa, uno dei momenti più alti mai raggiunti dalla Musica, avremmo preferito una scena meno invadente della coreografia che agita sullo sfondo bianche, spettrali figure. Meglio sarebbe stato lasciar parlare solo la bellezza sublime di quelle note e quello struggimento sommesso, e affidare la scena al solo mutare delle luci.
Sono invece profondamente drammatici la vestizione di Cio-cio-san, che si prepara inutilmente ad un incontro che non avverrà mai, e il rituale della sua morte.
Lunghissimi minuti di applausi hanno salutato una messa in scena meravigliosa e potente.

Se volete completare l’immersione nel mondo di Butterfly suggeriamo di visitare la Mostra “L’Oriente ritrovato” al Museo teatrale La Scala (fino al 28 febbario), che illustra quattro allestimenti storici, e la Mostra “Un fil di fumetto”, il mito e le opere di Giacomo Puccini a fumetti, allo Wow Spazio Fumetto (fino all’8 gennaio), o di riscoprire i film ispirati al capolavoro di Puccini, da “Madame Butterfly” del 1915 con Mary Pickford a quella del 1932 con Cary Grant nel ruolo di Pinkerton, passando per Harakiri di Fritz Lang  e la versione del ’54 diretta da Carmine Gallone per terminare con il mélo di Cronenberg “M. Butterfly”. Infine le vetrine della Rinascente questo Natale sono firmate dallo stesso Alvis Hermanis ed ispirate all’Oriente di Puccini.

Gabriella Aguzzi