Giovanni Gastel, fotografo e gentiluomo

04/10/2016

“Eleganza” è la parola con cui Giovanni Gastel ha voluto definirsi quando, all'età di 17 anni, era in cerca della propria identità. Un'eleganza di modi e stile, ma anche morale. E infatti ad accoglierci nel suo studio è un perfetto gentiluomo, attento e affabile, con una buona dose del fascino naturale della stirpe Visconti. L'occasione dell'incontro è la bella mostra antologica , curata con sensibile sapienza da  Germano Celant, presso il palazzo della Ragione, che ripercorre i 40 anni di carriera del grande fotografo milanese, in un percorso labirintico (allestito dall'architetto Piero Lissoni ) che pure mette ordine, tra teche e pannelli, nella variegata attività dell'artista: fotografo anzitutto, ma anche poeta, pittore e, in gioventù, attore.
Un percorso di immagini sofisticate, creative, ironiche, poetiche, sorridenti, seducenti, sorprendenti, che, come in un quadro cubista, ci delineano un ritratto unitario dell'uomo dietro l'obbiettivo.
Ma c'è un aspetto di Gastel che ama di più, nella sua opera?
“ La mia speranza è di restare nel tempo. Per far questo fin da ragazzo mi sono estraniato dal tempo, dai singoli momenti, è un tutt'uno che fa parte del mio lavoro. Forse potrei dire che gli ultimi lavori sono sempre quelli che amo di più, ma tutto mi rappresenta. Piuttosto, sono un perfezionista. Quando rivedo le mie foto vedo solo i difetti, i particolari che rifarei meglio: vedo gli errori non per sterile autocritica, ma perché voglio sempre migliorare e raggiungere la perfezione”
Questa personale la considera più un punto di arrivo o di partenza?
“Non saprei, non avevo mai fatto un' antologica; tra l'altro esce poco dopo la pubblicazione della  mia autobiografia (“Un eterno istante” edito da Mondadori, ndr) quindi un po' me lo domando: cosa accadrà dopo? Come sarò con la mostra? Diverso da come ero senza mostra? Forse potrei morire (ride), in fondo in tutto ciò che ho fatto sono stato precoce!”

Il catalogo – che è molto più di un catalogo, è una bibbia gasteliana, un mondo in cui perdersi – racconta questa vita e questa arte splendide e precoci, la crescita umana, professionale e artistica sullo sfondo del mondo e della famiglia. Una famiglia metà borghese (papà Giuseppe Gastel) e metà di antica nobiltà milanese (mamma Ida Pace Visconti), 6 tra fratelli e sorelle più grandi, e uno zio favoloso, Luchino Visconti. Le origini e la famiglia sono elementi importantissimi nella vita di Giovanni. Anche oggi la moglie Anna e il fratello Luchino sono presenti – anche se con grande discrezione si assentano dalla stanza – mentre lo “zione” ci guarda dalle fotografie sulle pareti dello studio
“Ho avuto un'infanzia molto bella, in cui ho vissuto il mondo nobile e il mondo piccolo borghese (all'ingresso della mostra vi sono dei bellissimi filmini di famiglia che la testimoniano, ndr.), i parenti a Grazzano Visconti, ma anche la villetta della nonna a Saronno, con la colazione consumata in cucina. E poi c'è la milanesità. Mi sento molto milanese nell'approccio che ho col mondo e col lavoro, il metodo di adesione, studio e approfondimento viene da lì, ed è il più grande insegnamento di mio zio: la concentrazione su ogni aspetto di ciò che fai, su ogni dettaglio”
E gli incroci culturali sono evidenti anche nei suoi scatti
“Sono frutto di un incrocio strano. Le cose che ho visto, i luoghi dove sono vissuto... Sono cresciuto circondato dalla bellezza neoclassica e barocca, e poi sono stato folgorato dalla mostra sulla pop art vista alla Besana nei primi anni '70. L'armonia del neoclassico e la serialità pop ora si ritrovano nei miei lavori”

Lavori in cui è evidente anche la dicotomia barocca ordine-caos (che si può notare anche nel percorso della mostra o negli oggetti accumulati nello studio), così come l' ironia leggera che percorre le sue creazioni
“Disegno il meraviglioso, mentre quando scrivo scavo di più il mondo oscuro. Ho avuto una vita caotica, un labirinto in cui le fotografie hanno gradualmente dato ordine. A parte quello che esprimo con la poesia, il mio è un mondo allegro ed elegante e ho  molta autoironia. Amo sbizzarrire la fantasia, cerco storie, “altre cose” dietro le apparenze. Guardo un oggetto: cosa mi fa venire in mente? La prima idea la scarto, perché sicuramente viene in mente a tutti. La seconda, la terza... a partire dalla quinta idea posso trovare quella buona. Però devono essere anche idee “facili”, guai a trasmettere a chi guarda la fatica della ricerca, devono essere idee semplici. Una pinna? La rigiro tra le mani, noto che il taglio da cui escono le dita sembra una bocca, ed ecco la pinna con occhiali e boccaglio... Una donna incinta? La nascita è una cosa universale, allora questa donna può incontrare degli alieni. Il primo incontro è stato con un pinguino: vabbé che i pinguini fanno le uova, ma l'ho fatto un po' più grasso....”
Mi piace definirla come un uomo del Rinascimento: per i modi, la curiosità, la poliedricità artistica e per il fatto di lavorare per committenza
“L'arte è sempre stata per committenza. Si pensi a un Michelangelo, che si è trovato a dipingere la Cappella Sistina anche se era uno scultore, e guarda che risultato. O un Caravaggio, che col temperamento che aveva si adattava tuttavia alle richieste: ' Dipingimi un San Matteo' e lui ti realizza quest'uomo intento a scrivere, con l'angelo alle sue spalle che gli guida la mano; gli dicono che non va bene perché sembra un povero analfabeta e lui invece di reagire produce subito un'altra opera... Io comunque con le committenze non ho mai avuto problemi. Per me sono uno stimolo, quando per la mostra ' Maschere e spettri' sono stato il committente di me stesso ci ho messo anni, invece dover fare qualcosa di preciso, con una data di scadenza mi sprona, mi accende la fantasia: per me non è un limite. E a mia volta sono la gioia della committenza: sono veloce – se ci metti 40 minuti per uno scatto vuol dire che qualcosa in te non va... - sono allegro, sto sempre bene con modelli e collaboratori, e il soggetto è sempre centrale al progetto, non prevarico mai. L'unica cosa che non devono dirmi è come fare una determinata cosa, devono solo dirmi cosa devo fotografare, poi la fantasia la metto tutta io: la realizzazione deriva dall'idea creativa, e non posso lavorare sulla creazione di qualcun altro”

Durante la presentazione della mostra, ha detto che fotografare per lei è un impulso, una necessità
“ Fin da ragazzo ho capito che, con qualsivoglia qualifica, avrei voluto far parte del mondo dell'arte. E quando ho cominciato a scattare fotografie ho capito che sarei stato un fotografo. Solo se fotografo sto bene, e se proprio non posso farlo allora scrivo: è uno stato di necessità, quello di creare (anche se non mi piace il termine 'creare': come dice Barbara Sottsass, è solo Dio che crea...). La fantasia è infinita, per me la crisi creativa non esiste. In realtà credo che l'invenzione finisca solo nel momento in cui hai paura di essere in crisi, e allora ti blocchi proprio perché temi il blocco. Io non scelgo cosa fare, ho il bisogno di fare. Poi non mi domando se sono un artista o un professionista, non mi piace proclamarmi 'artista': in fondo le uniche persone che sul passaporto si definiscono artiste sono le spogliarelliste!”
Il legame con le arti figurative è forte, penso a certe “rivisitazioni” di Hopper o Magritte, per esempio
“ Riprodurre i loro quadri sarebbe stato banale, ma mi sono domandato: se fossero stati dei fotografi anziché dei pittori, cosa avrebbero fatto? E sono venuti fuori questi scatti 'alla maniera di'”
Il digitale ora apre nuove possibilità realizzative...
“Ho fotografato tutta la vita con mezzi ottocenteschi, a parte la Polaroid. Macchine con cavalletto, soffietto e tendina... Per me l'elettronica è la nascita della fotografia . Solo i mediocri possono pensare che sia la fine, le persone prive di talento che si nascondevano dietro tecniche che ' solo loro' sapevano, per poter far cadere le loro capacità dall'alto, come una magia. Come degli antichi scrivani che di fronte all'alfabetizzazione  urlavano alla fine della scrittura: ' ora chiunque potrà scrivere...'. Ecco, ora grazie all' iPhone la fotografia è diventata un linguaggio comune. Certo può esserci chi lo usa male, come usa male la scrittura, ma che tutti fotografino è un bene. L'elettronica finalmente libera la fotografia dal ruolo documentario, come le prime fotografie hanno liberato la pittura da questo compito”

Giovanni Gastel. Palazzo della Ragione, V. Mercanti 1, Milano. Fino al 13 novembre 2016

Elena Aguzzi