Gli Incubi di Dario Argento

14/12/2016

“Racconto la mia parte oscura, i miei pensieri più brutali e nascosti, quelli più profondi e tenebrosi del mio subconscio. Tutto si mischia in un grande calderone filtrato dalla mia memoria fallace, dove la famiglia è anche l’origine delle peggiori pulsioni di noi adulti. Ho girato gialli, horror, thriller, mezzi gialli e mezzi horror, sempre raccontando l’universo fantastico che sta nascosto dentro la mia mente. Il Male è dentro di noi, lo vediamo nella faccia dei nostri conoscenti, è una malattia molto diffusa. Quel Male che tocco io è più profondo, non è quello che vediamo nei Telegiornali, viene dalle mie profondità, sogni, allucinazioni, dai miei pensieri più perversi, è come se mi trovassi in una stanza dove tutto è chiuso e fuori c’è un panorama strano, livido, con figure misteriose che si agitano e non si capisce cosa fanno. E’ questo il modo di raccontare il mio Cinema.”
Così si descrive Dario Argento, habitué del Noir in Festival e grande ospite anche di questa prima edizione lombarda, davanti alla folta platea dello IULM, una delle sedi del Festival conclusosi questa sera. Le giovani generazioni lo amano, così come chi è cresciuto con i suoi “classici”. “Forse per la sincerità con cui esprimo le mie idee che non è legata a una generazione, ma a uno stato d’animo”.
Il 45esimo compleanno di Quattro mosche di Velluto Grigio, restaurato e mostrato per l’occasione allo Spazio Oberdan sempre nell’ambito di Noir in Festival, il remake di Suspiria, con la regia di Luca Guadagnino, in fase di lavorazione, l’uscita in Francia di Opera, finalmente in edizione integrale: si parla di lui più che mai in questi giorni “Finalmente in Francia vedranno il film – dice – Era stato distribuito in versione tagliata e il pubblico aveva visto una cosa indecente”. E a proposito di Suspiria racconta che era stato pensato per protagoniste bambine, poi la distribuzione aveva messo il veto su quella scelta “Ho lasciato dialoghi bambineschi, giochi da bambini, porte alla loro misura, vari messaggi per far capire che la storia era stata pensata per una scuola di bambine”.
Le curiosità si susseguono: la colonna sonora di Quattro Mosche di Velluto Grigio inizialmente richiesta ai Deep Purple (“Non lo dissi mai a Morricone”) e quella di Profondo Rosso ai Pink Floyd.

Dopo l’autobiografia Dario Argento si dedicherà sempre più alla scrittura? “Ho cominciato scrivendo, come giornalista e sceneggiatore, quindi mi è rimasto nell’animo questo piacere di scrivere, ma è bello anche mettere in scena, vedere come quello che hai pensato e scritto prende immagini e colori, recentemente ho scoperto anche la messa in scena di opere liriche. Ora sto scrivendo un libro di favole nere per adulti: ci metterò un sacco, è passato un anno e ho scritto solo due racconti”.
Se il genere horror di oggi inquieta meno e spesso è più superficiale a cosa è dovuto? “Da una parte è specchio dei nostri tempi, si pensa molto all’effetto speciale, al botto, all’esplosione, con le tecnologie che si hanno a disposizione. Se si torna a casa tranquilli e rasserenati vuol dire che l’horror non ha raggiunto il suo scopo, c’è stato qualcosa di sbagliato, c’è un accumulo di scene orribili e spaventose, ma l’accumulo crea un grande pastrocchio. Così è soprattutto l’horror americano, che è diventato molto di maniera, quello orientale è molto interessante perché tiene d’occhio la psicologia dei personaggi, anche dal Messico e dall’Argentina arrivano opere interessanti”.
Da cosa parte quando dirige un film? “Da una piccola idea, molto piccola, se è interessante ti martella nel cervello, si ingrandisce. Può essere un finale, un personaggio, quando mi viene sento un’emozione e comincio a inseguirla e allora inizia a regalarmi delle altre idee, cosa è successo fino a quel momento, cosa succederà dopo, chi sono gli altri personaggi... Ci metto un po’ a completare questo puzzle, ma è così che nasce il film”.
Il suo rapporto con gli attori, molto diverso da quello che aveva Hitchcock con i suoi “Li considero grandi collaboratori, dico sempre: stasera, quando tornate a casa, pensate a domani e portatemi qualche idea, voglio che ci sia qualcosa di vostro. Non voglio fare il maestrino. Ho lavorato con molti attori dell’Actor’s Studio e con loro è durissima perché di idee te ne dicono cento al secondo”.
Mettere in scena i propri incubi è liberatorio? “Non so se è liberatorio. A me non mi libera proprio per niente”.

Gabriella Aguzzi