I Due Soldati di Marco Tullio Giordana

28/06/2018

“Sei quello che ami, quello che ti fa soffrire, quello che scegli di seguire. Io penso che la determinazione individuale sia fondamentale, non il contesto in cui vivi. E’ la cultura che genera le vocazioni, la vera sorgente, non la politica. Le cose belle, ma perfino le cose brutte, vengono capite se armonizzate dentro una forma.” Così Marco Tullio Giordana si racconta al Crema Film Festival, e racconta i suoi ricordi, la nascita dell’amore per il Cinema, la prima scintilla, la decisione di fare il regista, con quell’eleganza semplice che lo contraddistingue mescolata ad una gentile ironia. “Ero un bambino e avevo visto ‘Davy Crockett contro gli Indiani’. Ero fuggito in una crisi di pianto, trovando incomprensibile come si potessero uccidere delle persone per farci divertire. Mi spiegarono che era tutto finto e lo trovai affascinante.”
Alla prima edizione del Festival di Crema diretto da Francesco Daniel Donati e organizzato dall’Associazione Bottesini, con proiezioni ogni sera in Piazza Duomo fino al 1 Luglio, non poteva mancare una giornata dedicata al regista profondamente legato al territorio cremasco. Il film presentato in anteprima al Festival, Due Soldati, è invece girato in una desolata Caserta, a cui i protagonisti si ribellano per non restare prigionieri di un destino scritto.
Morto il fidanzato in missione in Afghanistan alla vigilia delle nozze, Maria si reca nell’appartamento vuoto che l’aspettava per una vita felice, per portar via quelle cose che aveva comprato una per una, ancora tristemente imballate. E vi trova un ragazzo ferito, anche lui con una piastrina di soldato al collo. Un ragazzo che si è rifugiato lì dopo uno scontro tra cosche, anche lui a suo modo disperato, coinvolto in una vita da delinquente forse perché non ha mai avuto altra scelta o perché le cose lo hanno portato a finire lì. Tra i due nasce una silenziosa complicità e il ragazzo riempie quella casa vuota, dorme in quel letto mai usato, veste una camicia che nessuno porta più. Si tendono a vicenda una mano per uscire dalla malinconia che li sommerge.
“Come direbbe De Andrè ‘Dal letame nascono i fior’. Con questo film volevo dire che anche il Bene è contagioso. Questi due personaggi sono due piccole creature che si oppongono alla loro tragedia e da un incontro fortuito decidono di aiutarsi senza bisogno di parole. L’amore impossibile, come nella leggenda di Tristano, è quello che genera una spinta più forte. Per girare questo film sono tornato dopo tanto tempo su quei luoghi che, dopo la morte di Vittorio Mezzogiorno, mi rattristava rivedere senza di lui. E ho trovato che Napoli sa raccontare anche la sua leggiadria e la sua voglia di vivere, dipende sempre da quello che uno vuole vedere. E così ho voluto raccontare delle creature che hanno la voglia di venir fuori da una situazione e che se avessero le occasioni sboccerebbero.”

Perno di un film che fa leva sulle emozione dei protagonisti, è la scelta dei suoi interpreti. Angela Fontana – un viso intenso e bellissimo, due grandi, splendidi occhi tristi – e Daniele Vicorito li interpretano con carisma e passione e presentano il film insieme al regista al Crema Film Festival.  Come è nata la scelta?
“Ho fatto dei provini, ma gli attori vanno messi insieme, è il loro interagire che crea. Quando ho visto come si comportavano ho detto: sono a casa, mi piace lavorare così, sono bravissimi anche oltre lo schermo. E in quanto al mio modo di dirigere, io cerco la verità, e se si raggiunge bastano pochi ciak. A volte cambio le battute all’ultimo momento perché le facciano vere. Ci sono attori a volte inguidabili, ma i registi devono lasciarli liberi, lanciati al galoppo, e la diligenza li segue. Non amo i primi della classe, che sono corretti, perfetti, ma non ti commuovono. Sulla scelta degli attori voglio sempre l’ultima parola. Ricordo quando per I Cento Passi mi dicevano ‘Lo Cascio è piccolo, ha il naso pronunciato’ e poi, alla fine della proiezione, c’erano le ragazze che gli lanciavano la maglietta.”
Poi si rivolge ai suoi attori. Lei, Angela, lo chiama “Maestro”, perché tale lo considera, (“é una persona fantastica e ci guidava in un’atmosfera tranquilla, sul set si è creata una vera magia”), lui, Daniele, racconta di quando fu scelto la prima volta, quando, ragazzino, giocando a pallone in strada, seppe di un provino, e si candidò così, ancora sudato e con la voglia di fare cinema, di vivere vite diverse (“ma considero questo film il mio vero inizio, perché è stata la mia emozione più forte”). “Vi do un consiglio – dice loro Giordana – Fate Teatro. Il Teatro concede agli attori forza e dignità, dà padronanza di sé, mentre il Cinema è più furtivo, ti lascia sempre l’impressione di essere manipolato. Poi c’è la Televisione, che ripete gli schemi rassicuranti, come un mantra, ed è più ipnotica. Anche se, partendo dall’America, sono arrivate Serie TV veramente interessanti e il fenomeno si sta diffondendo”. E dopo il consiglio una confidenza “La mia scena preferita è quando Sasà chiede a Maria quando ha conosciuto Enzo. La tenerezza che trasmettete durante quella scena è una cosa vostra, non mia. Voi eravate quella scena, e bastava solo filmarvi”.
Ma Giordana non vuole concludere su una nota malinconica e si rivolge ancora a noi, rivelandoci la ricetta dei ravioli cremaschi, che abbiamo gustato poche ore prima al Ristorante Il Ridottino. Un’altra ragione per essere a Crema, e vivere queste giornate tra piacere e cultura.

Gabriella Aguzzi