Il Cast di Patients al Crema Film Festival

30/06/2018

“Dovremmo cambiare le nostre speranze” dicono, in una scena, i protagonisti di “Patients” dalla loro sedia a rotelle. E’ quanto ha fatto Fabien Marsaud, ex giocatore di basket rimasto tetraplegico dopo un incidente in piscina. Dopo una lunga riabilitazione riprende l’uso delle gambe, ma lo sport è un capitolo chiuso. Fabien si reinventa come poeta slam e musicista, con lo pseudonimo di Grand Corps Malade, racconta nel romanzo “Patients” la sua storia vera ed ora porta il proprio libro sullo schermo, dirigendolo insieme a Mehdi Idir, già regista dei suoi video.
A presentarne l’anteprima italiana assoluta è il Crema Film Festival, che domenica 1 luglio volge al termine chiudendo in bellezza con l’omaggio a Ermanno Olmi, dopo proiezioni ogni sera nella splendida cornice di Piazza Duomo. Giornate dedicate alla scoperta delle bellezze segrete della città e della sua cucina, sempre nello stretto legame tra Cinema e Territorio. Il film di Grand Corps Malade ha inaugurato le proiezioni con, a presentarlo, i giovani attori Moussa Mansaly e Franck Falise. Ne hanno parlato insieme al Direttore del Festival Francesco Daniel Donati.
“Inizialmente avevo paura, perché io lavoro con il corpo e mi chiedevo come poter esprimere tutto solo con il viso. Avevo paura di commettere errori nell’interpretare un tetraplegico, di fare inconsciamente una caricatura. Per questo non ho voluto guardare nessun film, né ispirarmi ad altri attori. Siamo andati  in un Istituto ad osservare i malati direttamente. Ci è stata chiesta la spontaneità, di essere veri e sinceri il più possibile nella recitazione e si è insistito molto sulla gestualità, su come usare il corpo, quali gesti si potevano compiere e quali no e abbiamo girato con un fisioterapista sempre presente. Non mi ero mai immedesimato in questo mondo né lo avevo veramente capito finché non lo abbiamo vissuto nel quotidiano. Per tutto il periodo in cui siamo stati nel centro di riabilitazione ci siamo avvicinati alla sensibilità di chi era veramente malato. E’ stata non solo un’esperienza attoriale, ma di vita”.
Il film, infatti, racconta l’anno di riabilitazione del protagonista ed è tutto racchiuso nelle mura dell’Istituto, tra gli incontri che fa, il microcosmo che si crea intorno a lui e che diviene la sua nuova vita. Si apre con una soggettiva che ricorda il bellissimo “Lo Scafandro e la Farfalla”, ma poi verte su un tono più lieve e riesce a raccontare un mondo di malinconia con ammirevole leggerezza, sfuggendo melodramma e retorica e punteggiando di ironia l’intero film.

“Questa ironia che hanno su se stessi è come un’arma che permette loro di andare al di là della sofferenza e li aiuta molto. Nella realtà è ancora più forte che nel film, è una necessità e non si deve sminuirla”.
“Anche se parliamo di ironia i personaggi che avete interpretato sono però i più fortemente drammatici, perché c’è chi ce la fa e chi no”
“Il protagonista va avanti e ne esce, ma tutti i personaggi hanno una difficoltà interiore e particolare, c’è chi è diventato invalido e chi lo è sempre stato. Il protagonista vuole aiutare il personaggio di Steve perché non vuole cadere nella stessa situazione e riuscire salvarlo è un po’ come salvare se stesso”.
“Avete conosciuto i veri personaggi di questa storia, o, per il personaggio di Toussaint, chi lo ha conosciuto direttamente?”
“Ho conosciuto chi lo aveva conosciuto – dice Moussa – e ho voluto rendergli omaggio e per le altre persone del centro, che erano molto affezionate a lui, era una sofferenza rivivere la sua storia, anche perché rimane un grande dubbio sulla sua morte, era molto tormentato”
“Il film è fedele al romanzo?”
“Il libro è molto più ricco di dettagli, ma qui si è preferito seguire le emozioni e concentrarsi sugli incontri con gli altri pazienti. E a differenza di un altro film francese, Quasi Amici, dove si racconta di un malato che ha molte possibilità, qui i personaggi vivono una situazione da reclusi, sono isolati. Ci siamo sentiti responsabili di portare un messaggio. Abbiamo vissuto l’handicap durante le riprese, ma noi possiamo muoverci, i pazienti sono ancora seduti”.

Gabriella Aguzzi