La Terra dell'Abbastanza

03/06/2018

Quando il Male è "Abbastanza"? Forse mai, se il canale di comunicazione tra Mente-Corpo e Principio di Realtà rimane interrotto a vita, perché ostruito e incidentato, come sospeso nelle brutture di un tempo giovane che celebra quotidianamente i suoi rituali di disumanità. E questa cesura tra Spirito e Coscienza è ciò che accade all'improvviso una mattina all'alba, alla fine di una notte inconcludente e insonne passata a chiacchierare tra uno spinello e l'altro. Protagonisti due ragazzi normali, Mirko e Manolo, ancora in età scolastica, destinati a mestieri meno ambiti come l'alberghiero o i servizi di ristorazione. Il prologo li coglie chiusi nell'abitacolo delabré di una vecchia panda parcheggiata in un desolante non luogo, un campo sportivo abbandonato di Ponte di Nona, circondato da tante casette popolari colorate simili a un giochino in cemento per bambini, verticali e addossate l'una all'altra nelle loro differenti altezze come confezioni di caramelle, allineate sulla cassa fatiscente di qualche fetido bar di periferia. Mentre corrono a novanta all'ora per rientrare a casa l'imprevisto li coglie sotto forma di un'ombra che passa, investita da Mirko senza poi essere soccorsa. All'inizio, quindi, solo una normale storia di pirati della strada.

Poi, il capovolgimento, con l'ingresso nella scena post-crimine di un genitore sbagliato (Max Tortora), Danilo, il padre di Manolo che vive solo in una fatiscente casa officina circondato dai suoi ricordi fotografici, allineati sul comò come tante icone sepolcrali. È lui a scoprire il terribile nesso che lega la morte accidentale di un "infame" (l'uomo investito) ricercato da un temutissimo e ben noto clan criminale della zona, il cui capo, Angelo (Luca Zingaretti), è un personaggio ben noto a Danilo fin da bambino e al quale affida il figlio Manolo per l'iniziazione rituale. La banda di criminali diviene così ben presto il nuovo, terribile spazio sociale, deserto di coscienza e di sensibilità umana, per entrambi i due amici balordi che comunicano esclusivamente attraverso il turpiloquio, in un dialetto romano greve e del tutto privo dell'accento creativo e polemico di Pasquino. Figli di un ventre sociale marcito e malato, perdutamente e disperatamente "cosificato", i due giovani non possiedono una lettura di valore per ciò che dicono e fanno. Entrati nel giro, Manolo e Mirko scendono quasi senza accorgersi tutti i gradini degli inferi, inseguendo quello stesso degrado morale e materiale che impegna l'ecosistema urbano diseredato in cui i due si muovono a loro agio tra desolazione, spazzatura, sporcizia e incuria. Vendono e, senza provare la pur minima compassione, vedono stuprare giovani quindicenni albanesi cedute alla banda come schiave sessuali.

Per loro uccidere altri balordi su commissione dei capobanda è un piacere adrenalinico all'interno del quale si sperimenta la stessa chimica comune come in un videogioco, quasi che dare la morte sia solo un dettaglio dell'infinita battaglia di se stessi contro le presenze oscure della propria mente. Solo le ragazze, che poi sono anche le loro donne, conservano il cuore tenero del bambù all'interno di canne storte, che si sono sviluppate in un stagno lurido e servono integre solo a frustare e piagare l'epidermide dei più deboli, schiavizzati e sottomessi. Così come disperata e stremata dalla fatica è la giovane madre di Mirko, Alessia (Milena Mancini) che ha avuto un'altra figlia più piccola da un compagno extracomunitario che non vive con lei. Abbandonata la scuola, una volta affiliato alla banda, è Mirko che si incarica di proteggerla e di sostenerla economicamente. Ma che cosa accade se, poi, quel diaframma di oscurità precipita all'improvviso, dopo aver compiuto in due l'ennesima scelleratezza, e la luce accecante della Verità inonda il volto orripilante del Male che si presenta in tutta la sua satanica potenza? C'è lama più infuocata del rimorso per aver distrutto la propria e altrui vita? Si farà in tempo a coniugare un pentimento compiuto?

Nella successiva conferenza stampa, sono stati richiesti ai due fratelli registi, Damiano e Fabio D'Innocenzo, chiarimenti sul titolo del film che, secondo i suoi ideatori, appartengono solo allo spettatore perché l'opera ha un respiro largo e tutti ci possono stare dentro. Si costruisce una parentesi limbale di sospensione del senso comune affinché ciascun osservatore trovi una sua strada individuale e collettiva. Il neorealismo raccontava storie etiche meravigliose, mentre "la terra dell'abbondanza" si colloca in un terreno intermedio, rifiutando di configurarsi come uno status symbol utopico e banale, al pari di quelli prodotti nello scorso ventennio di fortissima crisi etica e morale. La presenza di tanti tecnici di così alto profilo nella produzione e nella realizzazione del film si deve a una loro scelta volontaria: hanno preferito partecipare a un grande discorso di qualità e di elevata tensione morale sui disastri socioculturali della nostra epoca, accontentandosi di compensi molto inferiori a quelli ordinari.

Sicché, dicono i Fratelli D'Innocenzo, tutti costoro ci hanno messo in grado di rubare il mestiere "con gli occhi e con gli abbracci". Non c'è nulla di male nel prendere esempio da chi fa meglio di te: "non si perde l’idea se quest'ultima è molto chiara!". Inseguito da un dualismo estremamente logorante, il film è stato girato nella periferia romana di Ponte di Nona: "volevamo raccontare l’adolescenza in un quartiere malandato di periferia con quelle sue atmosfere quasi magiche, come quelle casette popolari che assomigliano a tante scatoline colorate. È lì che ha inizio il viaggio dei due giovani protagonisti". Il rapporto tra Danilo e Manolo, padre e figlio, è molto meno incisivo e approfondito di quello tra Alessia e Mirko. Nel primo caso, il vero arricchimento è rappresentato dalla recitazione sul modulo "live" di Max Tortora, che ricorda quanto gli si addica questo stile teatrale di recitazione, alla "Paganini non ripete": "improvvisazioni fatte come dico io, dato che al montaggio certe cose interpretative non possono essere rimontate!". Danilo è un "personaggio disperato e irrisolto, che indica al figlio Manolo una strada sbagliata al contrario di ciò che fa la madre di Mirko. La nostra scelta è stata di partire da qui, trovando temperatura emotiva e colori giusti".

Per Milena Mancini (Alessia), il processo di identificazione con una madre molto giovane e destrutturata ha reso necessario, prima di iniziare a girare, trovare con Matteo Olivetti (Mirko) l'equilibrio fisico ed emotivo durante le prove, perché "occorreva costruire la figura di una madre che fosse impotente ad affrontare le difficoltà della vita". La realizzazione in scena del personaggio di Mirko, invece, ha riservato notevoli sorprese a Matteo Olivetti, sottoposto a un incessante provino durato due mesi, per provare a fare tutto ciò che gli veniva richiesto. "E loro (i registi) hanno creato il cast a mia insaputa! A 28 anni aver trovato una strada è un fatto importante, anche se ho dovuto studiare ogni giorno, confinato nel mio camerino!". La responsabile di Rai Cinema, cofinanziatore del progetto, ha evidenziato come i due registi abbiano davvero fatto la differenza con il passato.

"Pur non avendo mai fatto corti in vita loro -ci dice- sono stati fotografi provetti e poeti. Il cinema diviene così arte integrata e il mondo reale fa un ingresso dirompente per fornirci il suo nutrimento nel bene come nel male. Si attraversano tanti mondi per inserirsi così in modo molto alto nel panorama del cinema italiano". Dicono i fratelli D'Innocenzo, che confessano di essere cultori delle opere di Pasolini, Zavattini e Rossellini: "noi non guidiamo lo spettatore ma è la storia stessa che sceglie i propri ingredienti. Vale a dire che i personaggi stessi si autorealizzano all'interno di sicuri riferimenti di natura pittorico figurativa alla Francis Bacon, come quello di una realtà che progressivamente si deforma man mano che Mirko entra nell’inferno".

Maurizio Bonanni