Anniversari di celluloide: i 35 anni de “Il cacciatore”

26/03/2013

“Il cacciatore” (The Deer Hunter) è uno di quei film che, quando uscì 35 anni fa, non solo cambiò il cinema, ma influenzò anche la vita di molti spettatori. È una storia assoluta, che parla dell'attualità in modo come mai altre pellicole prima di allora, ma che parla anche di temi giganteschi, come una tragedia greca. Oggi è difficile analizzare il film senza cadere nella trappola del mito, perché tutto, in questa pellicola ha attorno a sé l'aura del mito, dalla lunga sequenza del matrimonio a quella terrificante della roulette russa (con “Bullet in the head” che la cita quasi paro paro), fino allo straordinario cast: quel Christopher Walken così giovane, con quegli occhi e quel sorriso puri e l'andamento dinoccolato; Robert de Niro e Meryl Streep; i comprimari George Dzundza e (compiantissimo) John Cazale... .
È un film sulla giovinezza, o, meglio, sulla crescita, scandito da riti di passaggio: le nozze, la caccia al cervo, la roulette. L'amore e la morte stessi, non sono che riti.
È  un film sull'amicizia, qui esaltata nella sua forza e purezza più assoluta, come in un western. Michael, Steven e Nick sono come tre moschettieri – nessuno resta indietro è il loro motto. Naturalmente, qualcuno dovrà per forza restare indietro, e gli altri lo sconteranno.
Volenti o nolenti, è un film anche profondamente patriottico, perché i protagonisti sono americani di origine ucraina, lavorano in acciaieria, vivono in casette umili, anzi squallide: il loro “sogno americano”, il loro sentirsi cittadini dei grandi Stati Uniti d'America, passa attraverso la guerra, il lutto, la menomazione. E alla fine il coro, struggente, lento e sommesso che esce dai loro cuori mentre friggono delle uova dopo un funerale è “God Bless America”
Dicevamo tragedia greca. Come una tragedia è scandita in tre atti: prima della guerra, durante, e dopo. La partenza e il ritorno sono messi “tra parentesi” da due scene parallele, quelle della caccia (dove bisogna uccidere con “un solo colpo”), forse un po' troppo emblematiche ma di assoluta bellezza, anche per quell'atmosfera di fredda alba che trasmettono, un momento di quiete prima, e dopo,  della tempesta.
Ecco, nel “Cacciatore”, come in pochi altri film, non c'è  scena, frase o silenzio che non siano necessari e che non vadano collocati proprio in quel momento. Non è un semplice film, è un affresco. Anche quello che può sembrare  un eccesso di retorica va bene in quel preciso momento, magari a controbilanciare un “sommesso”. “Il cacciatore” , infatti, è anche una sinfonia ( e che bella la colonna sonora: la “Cavatina” è un altro elemento mitico della pellicola).
Di momenti struggenti poi, il film certo abbonda, facendo piangere anche gli spettatori più duri, dal primo incontro amoroso tra De Niro e la Streep, all'agghiacciante ritorno a Saigon, nel locale dove Nick va incontro alla morte tanto desiderata. Ma la sequenza-culto è sicuramente quella del biliardo. Il bar, gli amici, tutti, che giocano. La radio di sfondo che intona “Can't take my eyes off you”, e loro che cominciano a canticchiarla, e infine a urlarla. Se qualcuno ha visto un'altra scena di addio alla gioventù più toccante di questo alzi la mano.

Elena Aguzzi