C'era una volta Disney...

11/10/2016

Ho visto Alla ricerca di Dory e mentre la pesciolina blu era afflitta dalle sue momentanee amnesie, io ricordavo fin troppo lucidamente i momenti dell’infanzia trascorsi con mio padre al cinema a guadare i cartoni animati della Disney, “quelli veri”, come li definiscono i nostalgici della mia generazione alludendo ai disegni fatti a mano, al tratto di matita riconoscibile e alle storie di principi e principesse uniti dal vero amore. Era Natale, lo ricorda bene chi oggi ha trent’anni come me e sa che a quei tempi il mese di dicembre, contro tutti gli angioletti e i Gesù bambini che ci obbligavano a ritagliare a scuola per i biglietti d’auguri, era sacro prima di ogni altra cosa per il nuovo cartone Disney che avremmo visto sul grande schermo. Un momento sacro che durava un’ora e mezza, non di più. Né prima né dopo potevamo sperare di anticipare o prolungare quella magia: non c’erano trailer su YouTube a spoilerare trame ed emozioni che avremmo provato, solo una locandina con il disegno della sirenetta accoccolata sugli scogli o di Belle che spia la rosa proibita sotto la campana di vetro. Solo questo, e solo su questo fantasticavamo. Non potevamo sapere che ad Ariel sarebbero spuntate le gambe o che Belle avrebbe spezzato l’incantesimo. Scoprivamo tutto al cinema e nel buio della sala facevamo luce sul mistero. All’uscita realizzavamo di dover aspettare ben dodici mesi prima che una nuova fiaba venisse di nuovo a farci visita. Eravamo i nostalgici che non potevano consolarsi con lo streaming e che non avevano speranza di reiterare o surrogare l’incanto del cinema. Per la videocassetta bisognava aspettare un anno, magari te la regalavano il Natale successivo. Insomma, dire addio a una storia richiedeva molto coraggio. Forse per questo diventavano vitali album e figurine: ci facevano compagnia ed era l’unico modo per tenere viva la magia. Legavamo le figurine con l’elastico per portarle a scuola e far pratica di contrabbando nell’ora di matematica: “Se mi dai Jasmine, ti do quella con Aladin”. Eravamo bambini  già anziani che sfogliavano l’album dei ricordi per rivivere un’emozione. Pur appartenendo alla lontana classe ’86 e nonostante quel brivido nostalgico a volte faccia accapponare anche la mia pelle, non vedo nei nuovi capolavori della Pixar un barbaro assassinio della Disney vecchio stampo, ma un riflesso di come l’infanzia sia cambiata nel modo di prendere consapevolezza del mondo. Leggo su Wikipedia che gli anni di quei capolavori così impressi nella mia memoria di bambina sono raggruppati in un’epoca definita “Rinascimento Disney”, cominciata con La sirenetta e finita con Tarzan. Considerati i tempi di oggi in cui piovono dall’alto bastonate che ammaccano il futuro di noi giovani tutt’altro che in rinascita, almeno posso dire di essere stata tra le fortunate che ha vissuto di persona un Rinascimento!
E dopo cosa è accaduto? È subentrata l’epoca sperimentale, quella di Lilo e Stitch o di Bolt per intenderci, fino ad arrivare ai successi Pixar come le avventure di Nemo e Dory. Seduta sulla mia poltroncina, mentre ascoltavo il balenese di Dory, osservavo i bambini in sala e mi sono domandata cosa stessero imparando dai nuovi cartoni animati rispetto a quanto abbiamo imparato noi dai nostri. Credo che nelle loro teste venga messo in moto un mondo molto più grande e complesso, meno magico forse, ma più realistico. Ammettiamolo: il mare della Sirenetta non è l’oceano di Nemo. Anzi, a pensarci bene, nelle acque in cui sguazza il piccolo pesce pagliaccio imbattersi in una sirena è addirittura impossibile.  La sua amica Dory, poi, è divertente non come lo era l’apprensivo granchio Sebastian sempre alle costole dell’adolescente Ariel. Dory deve la sua simpatia a caratteristiche meno innocenti e più problematiche: ci fa ridere perché soffre di perdita di memoria a breve termine. “Strano - ho pensato - nel castello Disney in cui entravamo noi a Natale la malattia, per quanto edulcorata, non riusciva a infiltrarsi neanche dalla porta di servizio”. La disabilità, cui ammicca discretamente la pinna atrofica di Nemo, era una diversità momentanea destinata comunque al trionfo, un po’ come accade in Hercules, dove l’eroe si sente estraneo ed emarginato tra gli uomini solo perché deve ancora scoprire di essere un dio dell’Olimpo. Per farla breve, nel nostro Rinascimento la Bestia tornava sempre principe.
Nell’universo targato Pixar la favola non prende a cazzotti la realtà e il mondo può entrare a sporcare attese e illusioni senza per questo compromettere il lieto fine. Scosso alle fondamenta, il castello Disney perde due dei suoi pilastri portanti: la storia d’amore attorno alla quale ruotava tutta la trama e la conseguente idea di famiglia tradizionale. Addio principesse addormentate e principi a cavallo, nel 2002 è arrivata la simpatica bambina hawaiana Lilo a insegnarci che famiglia si dice “ohana” e che “ohana” è qualunque posto in cui nessuno viene abbandonato o dimenticato. Lei, orfana, trova la sua ohana nel mostriciattolo Stitch venuto dallo spazio. La famiglia e il modo di concepirla cominciano ad allargarsi. Dory va alla ricerca dei suoi genitori, eppure, dopo averli trovati, i vuoti di memoria non bastano a farle dimenticare che Marlin e Nemo sono per lei un’altra e non meno importante famiglia. Nelle storie della Pixar non c’è il romantico amore tra uomo e donna, nessuno si innamora di nessuno: la fiaba sta nel fatto che la famiglia riesce a crearsi comunque. I bambini di oggi imparano la lezione d’obbligo che l’amore è il motore del mondo e noi abbiamo imparato lo stesso. Loro, però, ci hanno anticipato nella consapevolezza che quell’amore può assumere forme diverse. E se non ci sono principesse bionde da salvare a cosa serve il drago messo di guardia alla torre più alta del castello? L’atavica lotta tra bene e male sbiadisce. La vera sfida è tutta nella nostra testa. Non è forse questo il messaggio del premio Oscar Inside out? Che il peggior nemico di noi stessi possiamo essere solo noi stessi? Le emozioni personificate che agiscono nella mente della piccola Riley come fosse un centro di comando diventano protagoniste. Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura accompagnano i bambini alla scoperta delle sensazioni coinvolte nella crescita e spiegano che diventare adulti significa saperle dosare tutte al momento opportuno. Gioia vorrebbe tenere in mano le redini del destino di Riley ma alla fine accetta l’idea che non può fare tutto da sola e che Riley non può essere in eterno la bambina allegra e spensierata che è stata nell’infanzia. Questa storia abbatte per sempre gli stereotipi delle vecchie fiabe “rinascimentali”, primo fra tutti il “vissero per sempre felici e contenti”. “Impossibile – sembra suggerire a bassa voce la Pixar alle nuove generazioni raccolte in sala – sappiate, cari bambini, che crescere vuol dire far spazio alla Tristezza”. Quell’emozione scomoda e a volte necessaria che nel cartone veste i panni di una lamentosa bambina blu, tarchiatella e con gli occhiali: la secchiona  che nessuno vuole accanto, che passa il tempo a leggere e che alla fine si rivela preziosa.
Se soltanto qualcuno lo avesse sussurrato anche a noi, in quel cinema a Natale, chissà cosa saremmo diventati oggi. E chissà cosa diventeranno questi bambini orfani di re e regine. Si può ritenere che quanto si è perso in magia, nei nuovi cartoni, si è riguadagnato in termini di disincanto e di educazione alla complessità. O si può ritenere che i bambini abbiano il diritto di sognare le fiabe impossibili di un tempo, quelle del tratto a matita e così poco computerizzate da non poter sembrare reali. L’anno scorso Federica Buonocore ha scritto un libro dal titolo Tutta colpa di Walt Disney (Terra del Sole, 2015) per motivare le speranze infrante della nostra generazione. Per noi la fiaba durava un’ora e mezza ed era un taglio netto con la realtà. Per i più piccoli di oggi la fiaba è l’altra faccia della realtà. Non so cosa sia meglio, se sognare a occhi completamente chiusi o a occhi socchiusi. Non so se domani questi bambini diranno tutta colpa della Pixar che ci ha fatto crescere troppo in fretta. So che dopo aver visto Insisde out sono uscita dal cinema diversa da come era uscita molti anni prima la bambina che aveva visto La sirenetta. Certo a trent’anni non sogni più principi e principesse. Ma a trent’anni non avevo ancora imparato a voler bene anche alla mia tristezza. Accettarla è stato un bel lieto fine.

Roberta Cordisco