Addio, Cimino

07/07/2016

Michael Cimino era una persona speciale. Se un regista può realizzare un capolavoro come Il Cacciatore è perché ha dentro di sé una sensibilità unica. La lezione di Cinema ascoltata dieci anni fa a Bologna resta uno dei momenti più belli della mia vita di giornalista, una di quelle giornate che ti fanno amare questo lavoro. Michael Cimino sfuggiva ad ogni schema del personaggio di spettacolo. Parlando, quell’uomo piccolo e gracile s’illuminava, svelava il suo mondo insieme ad una grande umiltà, trasmetteva la sua forza di volontà. E’ dunque attraverso le sue stesse parole che vogliamo ricordarlo, e con tanta commozione.
“Non pensate a me come a un maestro ma come a un compagno di studi, perché non smettiamo mai d’imparare. Per favore trattatemi in questo modo. Nel mio romanzo c’è questa frase: non sono un insegnante né un predicatore, voglio solo raggiungere gli altri”
Così aveva iniziato la sua lezione. E poi aveva proseguito: “C’è un appuntamento nella nostra vita con il momento in cui la nostra strada sembra biforcarsi in due direzioni: non si può percorrerle entrambe, bisogna scegliere. Il sentiero facile è come uno scivolo su cui giochiamo da piccoli: è divertente, è bello sentire il vento e la brezza sulla faccia, urli e gridi, ma appena cominci a urlare arrivi in fondo e il divertimento è finito. La via difficile è piena di grossi massi da spaccare, fulmini, montagne, deserti, ma questi ostacoli sono lì perché tu li possa superare e ogni volta che superi una difficoltà impari. Sullo scivolo ti diverti ma non impari niente.”
La sua strada è stata difficile, lo hanno osteggiato, nonostante quel capolavoro che è “Il Cacciatore” abbia avuto il giusto riconoscimento nella Storia del Cinema. Ma Michael Cimino continuava ad amare la sua America, come nel triste coro che chiude “Il Cacciatore” “Io amo l’America, ma non necessariamentel’America deve amare me. E’ come amare una bella donna appassionatamente anche se lei non ti ama. E’ possibile amare e non essere riamati e l’amore può trasformarsi in tragedia”.
 La sua filosofia era questa:
Bisogna avere una grande compassione verso coloro che ti odiano. Bisogna anche imparare a diffidare delle lodi perché a volte ti considerano un genio, a volte un fallimento. Ma vuoi essere così passivo da accettare il giudizio degli altri? Devi andare avanti con la tua convinzione. Puoi scegliere di essere sconfitto quando ti dicono che sei un fallito, ma perché vuoi essere pronto ad abdicare la tua anima, tutto quello che sei solo perché qualcuno ti ha dato un giudizio? Come non devi riempirti di fatuo orgoglio quando ti danno del genio, così non devi farti distruggere quando ti danno del fallito, la vita è troppo importante per abdicarla. Molte persone scelgono di non avere il controllo della propria vita per evitare le condanne e le lodi o per il timore che cesseranno di lodarli, e allora la vita si trasforma in un’inerzia, in una lunga ed unica pausa in attesa della morte. Ci sono persone che hanno passato la vita in un lavoro uccisi dalla noia giorno dopo giorno, persone che restano in un lavoro che detestano in attesa della pensione. Hanno venduto 25 anni della loro giovinezza e della loro libertà per comprarsi una motocicletta, l’America è piena di questa gente in motocicletta con i capelli grigi al vento. Ma la sottomissione per 25 anni non può renderti libero, devi farlo finché sei giovane.”
Forse si sentiva un po’ simile a Frank Lloyd Wright, uno dei suoi artisti del cuore
Wright è stato un autentico innovatore dall’inizio alla fine della sua vita, eppure c’è stato un periodo in cui lo chiamavano fallito e non poteva più lavorare, condannavano non solo il suo lavoro ma la sua vita privata, e quella meravigliosa colonna disegnata come un fiore che, dicevano, non avrebbe mai potuto sostenere la costruzione. Per risposta Wright cominciò a depositare sacchi di sabbia sulla colonna, fino a 10 volte il peso consentito: ci sono prove negli archivi dei giornali di Chicago. Costrinse così quelli che lo condannavano ad accettare la sua innovazione e a 70 anni costruì il suo capolavoro. Il personaggio interpretato da Gary Cooper (un uomo che mantiene la sua meravigliosa eleganza anche vestito da mendicante) in “La fonte meravigliosa” è ispirato a lui.”
E basta pensare al suo esordio cinematografico, al suo primo incontro con Clint Eastwood per capire come era fatto
“Clint Eastwood è mio amico, mi ha dato il mio primo lavoro ed è una delle persone più gentili e comprensive che conosco, non è mai stato meno di un gentiluomo. Quando ha letto la mia sceneggiatura di “Una calibro 20 per lo specialista” voleva acquistarla ma io ho detto no. Mi ha voluto incontrare per vedere chi fosse questo ragazzino che gli rifiutava una sceneggiatura e io ho ripetuto: no, perché voglio essere io a dirigerlo. Allora lui ha detto: ti do tre giorni, se non sono soddisfatto mi tengo la sceneggiatura. E io ho risposto: ok, accetto.  Quando sul set gli chiedevo se era contento diceva: devi solo mettere la tua visione sullo schermo, quello che hai messo sulla pagina mettilo nel film. E non fece nessuna modifica, la sceneggiatura è esattamente quella che vedete nel film. In quel film ho scoperto meravigliosi paesaggi, quel luogo era il mio West. Ho visto le rapide dove il Missouri non è navigabile, ma se si segue il fiume cercandone le sorgenti c’è un punto così piccolo in cui si riescono a toccare entrambe le sponde e ci si sente come una Divinità, perché si sovrasta un grande fiume.”
I paesaggi, un elemento chiave nei film di Michael Cimino. Vibrano d’emozione perché il regista si sente partecipe delle cose che lo circondano. La sua spiegazione è semplice, quasi commovente
“Alcune decisioni vengono dall’intuito, bisogna conoscersi, avere vicinanza con se stessi. Gli indiani delle pianure dicono che è ugualmente importante quello che si vive in stato di veglia e quello che si vive quando si sogna. Credono nella sacralità di tutte le cose, che tutto ha spirito, anche la grandine, non potevano concepire quest’idea dei bianchi di cintare la terra, perché la terra non può essere posseduta. Quindi la scelta delle location diventa completamente diversa se pensi che tutto ha spirito e lo rispetti perché lo si sceglie col cuore. John Ford non veniva dal West ma dal Maine eppure stabilì una connessione spirituale con la Monument Valley sfuggendo ad ogni spiegazione razionale. Questa piccola zona  divenne il suo West simbolico, aveva un enorme rispetto per quel paesaggio, per lo spirito del luogo e quel luogo rispondeva al suo rispetto rivelandogli la sua piena bellezza.  Così come Bertolucci ha investito così tanto nel paesaggio di Parma in Novecento e Fellini con Roma, è importante per chi si accinge al lavoro di regista trovare il paesaggio che infiamma la sua immaginazione. La mia più grande paura è mettere la mia cinepresa dove l’hanno già messa gli altri. Anche in una città come New York o Parigi diventa essenziale trovare il tuo modo speciale ed unico di guardarla, qualcosa di nuovo che ti eccita perché è il tuo modo di vederla.  Non si dovrebbe mai fare cinema per glorificare se stessi, il  compito del regista è dare coraggio, ispirazione. Muovere le gru e i carrelli come se la macchina da presa fosse sollevata dagli angeli. Si possono affrontare delusioni devastanti di qualunque tipo, ma se si pensa che tutte le cose sono vive e la montagna è coperta dalle nuvole quando devi girare una scena, è la montagna che vuole provare il tuo coraggio. Sa che non puoi tornare il giorno dopo, ti giudica e si chiede: questa persona merita che io riveli la mia maestosità? Se è così il sole ricompare e quando la montagna ti rivela la sua bellezza devi ringraziarla. Nessuno ha colto la Monument Valley nella sua gloria come John Ford, gli altri film girati lì non da lui si sono rivelati un disastro. Dev’esserci una comunione completa tra lo spirito di questo luogo e te stesso”.
E’ sempre l’amore per la Natura ad avvicinarlo alla sensibilità di un altro Grande, Terrence Malick, anche lui ostracizzato da un sistema cinematografico che non lascia spazio al genio. “Penso che Malick sia uno dei migliori. Abbiamo realizzato il nostro primo film nello stesso anno e mi sento molto vicino a lui, che ha scritto molte sceneggiature che non verranno mai realizzate.”
Era semplice, per Cimino, spiegare la grandezza di un regista: “Il motivo per cui i film di John Ford o di Visconti sono grandi è perché parlando della gente. Il Gattopardo è grande non per Garibaldi o la scena politica che ci sta dietro. Quello che mi commuove è il personaggio del Principe, la conoscenza della sua gente, il monologo in cui spiega la differenza tra i siciliani e la gente del nord. E’ commovente perché lo sente personalmente”
Cimino ammirava Visconti anche per la capacità di controllo di ogni cosa sulla scena:
“Ogni cosa che compare in un film è un personaggio, anche un’auto. Ogni volta che abdichi una scelta lasci andare un pezzo del film, diventa meno tuo. Sei responsabile di ogni cosa che appare sullo schermo: il personaggio, l’abbigliamento, la luce. C’è una moltitudine di decisioni da prendere, ma devi imporre sempre la tua scelta, anche se ci sono ostacoli di denaro, di clima…. Nel mio primo film ho lasciato che un altro scegliesse una camicia da far indossare al protagonista e ogni volta che lo rivedo mi maledico, mi chiedo come ho potuto permetterlo, odio quella camicia! Perché ogni cosa nel film, buona o cattiva, è un riflesso di te stesso. Ecco perché ammiro Visconti, che esercitava il controllo totale. Senso, Il Gattopardo, Ludwig colpiscono per la scelta dell’architettura, la perfezione dei costumi, ogni dettaglio. C’è un particolare che mi ha sempre colpito in Ludwig. Visconti ha voluto vestire Romy Schneider come sua madre (e Helmut Berger raccontava che, per farle avere quel vitino da vespa le aveva dato come dieta un biscotto e un bicchiere di vino al giorno) e all’inizio c’è un’immagine in cui sembrano due gemelli identici; erano nel momento della loro massima bellezza e hanno profili quasi identici, vestono lo stesso cappello nero, le sopracciglia sono curate nella stessa forma, è come se si vedesse la stessa persona da due diverse parti del volto tranne per un particolare, sul cappello di lei c’è una spilla con un diamante. Tre ore dopo, quando la vita di Ludwig è devastata, il suo cuore è spezzato e anche il suo fisico, è un uomo solo e cammina verso il lago dove andrà a morire, sta indossando lo stesso cappello e la spilla di diamanti che aveva Romy Schneider all’inizio del film. Ecco, il regista più grande mai esistito si soffermava su questi minimi dettagli e anche se nessuno se ne accorgeva andava bene per lui, aveva espresso quello che voleva. Con quel particolare aveva espresso il legame che Ludwig aveva con Sissy e ogni volta che lo rivedo mi sento commosso, è come un’autobiografia del suo autore.”
Dunque ogni dettaglio è importante, anche la scelta di un nome
“C’è un motivo per cui il protagonista del Cacciatore si chiama Michael, penso che sia facile capirlo. Il suo cognome è Vronski, come il personaggio di Anna Karenina, viene pronunciato solo una volta e poi compare scritto sulla sua uniforme.”
I suoi film vibrano sempre di passione. In tutte le amicizie deluse, contrastate, tradite, separate dalla violenza della vita. “E’ strano sentir definire la mia opera in termini di violenza perché ritengo che tutte le storie che ho scritto siano storie d’amore. Non mi riferisco all’amore romantico, ma all’amore vero tra persone, uomini o donne. E mi interessa cosa succede a questo amore, come si modifica sotto la pressione di eventi difficili come la guerra.  Il Cacciatore non è un film sul Vietnam, avrebbe potuto parlare anche della Guerra in Crimea, quello che è importante è raccontare come questi personaggi siano riusciti a sopravvivere lungo la via difficile. C’è chi soccombe, ed è Nick, il personaggio più bello e vivace muore di debolezza, perché permette a se stesso di soccombere. Gli altri sopravvivono e alla fine si riuniscono come una famiglia e cantano God Bless America ed è come una sorta di preghiera comune. Quando un gruppo di persone vive un’esperienza difficile insieme deve poter emettere un suono, un canto all’unisono. Tutti conoscono questa canzone da tutta la vita, anche i bambini, così iniziano a fischiettarla nel loro dolore, la cantano a bassa voce senza pensarci perché è qualcosa che conoscono in comune, e a poco a poco diventa il loro inno e la loro preghiera.”

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Gabriella Aguzzi