De Curtis, a prescindere

13/04/2017

Il principe Antonio De Curtis, noto al popolo come Totò, muore alle 3.25 del 15 aprile 1967 a Roma nella sua casa ai Parioli e subito, dalle prime ore del mattino, un fiume di personalità, amici, colleghi e gente comune si reca a rendergli omaggio. 
Quelli della mia generazione possono ancora immaginare la folla sconvolta per la morte di Totò ma per i più giovani l'immagine dell'"uomo con la bombetta" si sta confondendo con la silhouette di un altro gigante del cinema, ebbene sì, per gli adolescenti di oggi Totò e Chaplin spesso sono la stessa persona.
Altri giovani ne ricordano la foto vista in qualche pizzeria, soprattutto al Nord, in cui è ritratto in bianco e nero assieme al suo amico Eduardo De Filippo o con la Magnani che nel film “Risate di gioia” indossa una buffa parrucca bionda.
La televisione ormai non fa più opera di divulgazione e i giovani non la guardano, non possono più riconoscere a colpo d'occhio i grandi del cinema come in passato. Io stessa, quando ho cominciato a guardare in Tv i film di Totò e a imparare a memoria certe battute, Antonio de Curtis era morto da un pezzo eppure è parte della mia cultura, della mia formazione come di altri milioni di italiani.
Napoli gli renderà omaggio in occasione del cinquantenario della morte, con eventi, spettacoli, letture, concerti, rassegne e si prodigherà nel più caloroso degli abbracci a uno dei suoi numi tutelari conferendogli anche una laurea honoris causa. Fanno bene, hanno ragione ma un punto ci sfugge, la "maschera" di Totò non è solo napoletana anzi è profondamente italiana, di più, universale.
Bisognerebbe a questo punto dilungarsi sulla biografia dell'attore, poiché non possiamo darla più per scontata. Cercheremo con pochi tratti di delineare qualche elemento in modo da arrivare a ritrovare la sua universalità e il perché, nell'ingenuità dei teenagers, l'idea di sovrapporlo a Chaplin nella sua grandezza non è poi così sbagliata.
Nato nel 1898 come Antonio Clemente figlio di una relazione tra una giovane popolana e il marchese de Curtis, nel rione Sanità (e qui ricordiamo "Il sindaco del rione Sanità" dramma di Eduardo de Filippo che a studiarselo bene capiremmo perché Gomorra è così epico pur parlando di malavita)
Antonio, non riconosciuto dal padre, prese il cognome della madre e l'infamante sigla "figlio di N.N." 
Bambino taciturno e gracile crebbe in condizioni difficili ma la madre fece di tutto per toglierlo dalla strada e dargli un'istruzione tanto che avrebbe voluto diventasse prete. Mandato in collegio fu lì che prese quel pugno in faccia che gli conferì l'asimmetria del volto poi segno distintivo della sua maschera vivente.
Attratto dalle rappresentazioni popolari cominciò a frequentare i teatri e a inventarsi la macchietta del burattino dinoccolato; militare durante la prima guerra mondiale a conflitto finito ritornò al teatro di rivista dove conobbe e lavorò con quelli che sarebbero stati i suoi colleghi più illustri e con i quali condivise fame, difficoltà, delusioni e successi. 
Fu proprio con la formazione nel teatro comico che mise assieme i caratteri della sua futura carriera cinematografica che iniziò all'incirca negli anni '30 con un provino alla Cines durante il quale gli venne richiesto di imitare Buster Keaton.
Da qui in poi la filmografia è lunghissima come l'elenco dei registi con cui ha lavorato, tra questi: Mastrocinque, Monicelli, Steno, Blasetti, Lattuada, De Sica, Pasolini; dei colleghi che gli hanno fatto da spalla o coprotagonisti: Macario, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto, Mario Castellani, Fernandel; i generi dal film comico alla parodia, dal musicarello al film d'autore.
Una carriera densa e frenetica durante la quale Antonio Clemente, riconosciuto de Curtis nel 1933, riesce a conseguire titoli nobiliari grazie all'adozione da parte di un altro marchese così da diventare Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, una completa rivalsa forse nei confronti delle umiliazioni subite nel passato. Per tutti semplicemente “Totò, il principe della risata”. Un vezzo forse o un'esigenza personale quella di vedere riconosciuta sulla carta quella nobiltà d'animo e di pensiero che dimostrò sempre nei confronti dei poveri e degli ultimi impegnandosi in opere di beneficenza verso gli orfani, i senza casa, i cani abbandonati fino alla fine dei suoi giorni, quando nelle ultime apparizioni ormai quasi cieco è Carlo Croccolo, anche lui attore, a donargli la voce in fase di doppiaggio.
E poi gli amori e le conquiste, le donne fatali e quelle infedeli, poesie, scritti, canzoni, la sua disarmante eleganza nella vita privata, sigarette Turmac e gemelli ai polsi.

Antonio De Curtis appariva come un vero signore, severo nella vita privata mentre nel lavoro si sapeva trasformare nella summa massima del poveraccio all'italiana tanto che si dice che quando doveva studiare un personaggio chiedeva se questo "aveva fame, freddo o sonno" perché queste erano le condizioni primarie da cui potevano scaturire la farsa o la tragedia.
In tutto ciò egli non è mai stato attore dialettale, nei suoi film Totò parla italiano sempre. Con le parole gioca, le trasforma, inventa iperboli, ossimori tormentoni in cui nulla c'è di dialetto se non il colore e la calda intonazione della sua voce.
Ricordiamo solo alcune sue battute che sono entrate nella fraseologia italiana degli ultimi cinquant'anni: "Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui", "quisquilie e pinzillacchere", "il limite ha una pazienza", "e io pago!", “è la somma che fa il totale”, “e ho detto tutto". Gli intercalari  "modestamente", "e si capisce", "a prescindere", “Oh perbacco!”.
"E che so' Pasquale?" da una gag in cui il personaggio prende un sacco di schiaffi e non se ne duole perché il picchiatore lo aveva scambiato per un tale Pasquale, un paradosso che ha del filosofico al quale Chaplin, pur facendo spesso strapazzare il suo Charlot, non era arrivato. L'esaustivo "siamo uomini o caporali?" con cui ci si riferisce ai soprusi subiti dagli umili e compiuti da chi crede di avere il potere solo perché appena più in alto, anche se solo di un misero gradino.
Totò sappiamo non essere solo parodia o comicità, è riuscito ad affrontare temi dolenti con la grazia di chi fa ridere senza dimenticare il pianto. Film in cui si parla delle case chiuse, delle sedotte e abbandonate, di chi esce di prigione non riesce a inserirsi nella società e molto, molto dell'Italia ancora dolente ma allo stesso tempo crudele e moralista.
Il dialetto napoletano lo affida alla scrittura e alle poesie di cui la più nota è "'A livella" e alle tante canzoni da lui composte di cui "Malafemmena" è solo una delle più famose.
La figlia Liliana e la nipote Elena sono oggi custodi della sua memoria e instancabili divulgatrici del suo ricordo come lo è stata l'ultima compagna Franca Faldini.
In un' intervista dei primi anni duemila Liliana racconta che il padre si definiva un operaio dello spettacolo e quando tornava a casa si levava “la tuta”, ovvero gli abiti di scena, e diventava una persona totalmente diversa. Lui che recitava a voce alta in casa parlava pianissimo e non sopportava chi alzava la voce, era una persona completamente diversa... era austero.
Riguardando alcuni video di interviste fatte a Totò, o meglio ad Antonio de Curtis, gli chiedono chiamandolo "principe" se ha in casa i suoi cimeli, i costumi più importanti e lui risponde “ma no, ho buttato tutto, ci mancherebbe altro questa è una casa che potrebbe essere di un notaio, un avvocato, di un medico, tutti quegli stracci, quella è roba che appartiene a Totò”.
“Che differenza c'è tra lei e Totò?”
“C'è una grande differenza, io sono De Curtis, lui è Totò. Lui fa il pagliaccio, il buffone. Io no, io sono una persona perbene. Difatti noi in casa non viviamo vicini, lui mangia in cucina io mangio nella stanza da pranzo. L'ho schiavizzato, io vivo alle spalle di Totò, lui lavora e io mangio”.
“E le pare bello?”
“E si capisce, è ovvio , a prescindere è ovvio”.
Dopo uno stacco lo si vede in versione “Totò” intento a mangiare in cucina che dichiara “eh, ma io mi rivolgo ai sindacati!”.
A prescindere.

Katia Ceccarelli