Dylan, il profeta vagabondo insignito del Nobel

13/10/2016

“I ain't sayin' you treated me unkind. You could have done better but I don't mind. You just kinda wasted my precious time but don't think twice, it's all right”
Si chiude con queste parole una delle canzoni più toccanti di Bob Dylan. L’ha riproposta infinite volte nel corso dei suoi concerti dove è sua tradizione tramutare, con arrangiamenti sempre nuovi e sorprendenti, i suoi vecchi successi così come far fremere, con gli accordi della sua armonica, chi riconosce le prime note dei pezzi più inaspettati, quelli che non rifaceva da anni. Sempre uguale e sempre nuovo. Sempre grande. Dylan il profeta, il cantante arrabbiato che nel ’64 annunciava che “The times they are a-changin’”. Dylan il menestrello che, chitarra in spalla, arrivava in una nevosa New York e cantava per Woody Guthrie. Dylan il mistico, il trascinatore spirituale. Dylan l’inquieto vagabondo, Dylan il cantore di un’epoca. E ancora Dylan il talent scout, il rocker, l’autore di indimenticabili e tristi ballate. Ed ora Dylan il Premio Nobel.
Forse di tutte le immagini che ha attraversato con gli anni quella di cui meno si parla, ma a cui resta più fedele, quella più viva e più bella, è l’immagine di poeta d’amore. Nessuno ha saputo cantare gli addii con la malinconica rassegnazione, la pacata amarezza, la dolcezza di Bob Dylan.
You're right from your side, I'm right from mine. We're both just one too many mornings 
An' a thousand miles behind” canta sommesso in  One too many mornings (esiste una splendida versione in coppia con Johnny Cash). “She looked at him and he felt a spark tingle to his bones. 'Twas then he felt alone and wished that he'd gone straight and watched out for a simple twist of fate.” canta ancora cogliendo la dolorosa magia di quegli attimi in cui qualcosa scricchiola e nulla sarà come più come prima.  E’ il Dylan che, passando veloce, manda il suo saluto a una “girl from the north country” amata in un tempo lontano, quello che getta la sua disperazione, la delusione e la rabbia nell’album “Blood on the tracks”, rassegnato, vendicativo, indulgente, amaro, ironico, offeso. Quello che annuncia che “A hard rain is gonna fall”, e che ricorda gli amici perduti nella splendida Bob Dylan’s Dream (“How many a year has passed and gone, and many a gamble has been lost and won, and many a road taken by many a friend, and each one I've never seen again. I wish, I wish, I wish in vain, that we could sit simply in that room again”).
Il ragazzo di vent’anni che nel ’62 pubblicava il suo primo album è rimasto un mito. I suoi primi testi sembravano rispondere agli eventi che erano nell’aria, li interpretavano con la forza della poesia. Superata la settantina ricompariva sulla scena armato sempre del suo intramontabile carisma e della sua inconfondibile voce. Oggi è Nobel per la Letteratura.
“The town I was born in holds no memories but for the honkin foghorns the rainy mist and the ricky cliffs. I have carried no feelings up past the lake superior hill”. Chi ha il vinile di The Times they are a-changin ricorderà i 4 “Outlined Epitaphs” sul retro di copertina. Quando scrisse quella poesia il vagabondo senza sosta che non cessa di correre inseguito dal ricordo della sua città natale non sapeva che questa sarebbe stata una delle tante tappe del suo cammino.

Gabriella Aguzzi