Omaggio a Sergio Leone, padre del Western all’italiana

30/04/2015

26 anni fa moriva il grande regista. Lo ricordiamo a colloquio con Francesco Mininni, autore di un Castoro su Sergio Leone, e con Claudia Cardinale.

Come venne a Sergio, con “Per un pugno di dollari” (1964), l’idea di trasporre in ambiente western il capolavoro di Akira Kurosawa “La sfida del samurai” (1961)?
La cosa è un po' più complessa. Dopo “Il colosso di Rodi” Leone aveva già una gran voglia di realizzare un western, ma non trovava terreno fertile a livello produttivo perché nessuno credeva che il genere potesse essere trapiantato in Italia se non per qualche derivazione comica o parodistica. Poi accadde che Enzo Barboni (autore con lo pseudonimo di E.B. Clucher di “Lo chiamavano Trinità”...) andò con Stelvio Massi a vedere “La sfida del samurai” e che uscendo incontrò Leone raccomandandogliene la visione. Lui andò, ne fu entusiasta e convocò seduta stante Duccio Tessari, Sergio Donati, Sergio Corbucci e Tonino Delli Colli per stendere le prime linee del progetto. La sua idea di un West senza eroi, con varie sfumature di opportunismo, cinismo, crudeltà e violenza, aveva trovato lo sbocco ideale. Se pensiamo che “La sfida del samurai” è ispirato alla lontana a “Piombo e sangue” di Dashiell Hammett e che vent’anni dopo Leone realizzerà “C’era una volta in America”, è un altro cerchio che si chiude. Il resto è storia: i diritti non pagati alla Toho Film, il successo in tutto il mondo, la rivalsa verso chi pensava che fosse improponibile un western senza donne, il prendere forma di una trilogia che avrebbe riscritto una parte considerevole di storia del cinema, le musiche di Ennio Morricone che ancora oggi ci ritroviamo a fischiettare e la precisa impressione di trovarsi di fronte a un grande narratore di favole che, al nostro risveglio, si rivelano invece un'altra faccia della realtà.
Dopo aver completato la “trilogia del dollaro” con “Per qualche dollaro in più” (1965) e I”l buono, il brutto e il cattivo” (1966), cosa spinse Sergio a dare un tono più epico e crepuscolare al western all’italiana in “C'era una volta il West (1968), “Giù la testa!” (1971) e “Il mio nome è Nessuno” (1973), quest’ultimo da lui solo ideato e prodotto?
Motivi diversi in tutti e tre i casi. “C'era una volta il West” parte dall'idea di andare a stanare il lupo proprio nella sua tana. Un film molto diverso dalla trilogia, in gran parte girato nella Monument Valley tanto cara a John Ford, con personaggi-simbolo e con la precisa consapevolezza dell'inarrestabile scorrere del tempo che porta il West a scomparire per lasciare il posto a un paese unito dalla ferrovia, lanciato verso l'industrializzazione e a un passo dalla nascita delle metropoli al posto di paesi e villaggi. Non parlerei di film epico: è piuttosto la fine dell'epica e l'ingresso nella storia. I tempi così maestosi e distesi (qualcuno scrisse "nel tempo che Leone utilizza per i titoli di testa, John Ford sarebbe già a metà dell'azione") scandiscono un'azione rarefatta che rappresenta un vero e proprio balletto di morte al termine del quale sarà stato dato un taglio netto al passato. I tempi sono lenti anche perché Leone sa benissimo che sta lasciando per sempre qualcosa che ha amato alla follia: così cerca di ritardare l'inevitabile. A tutti gli effetti, “C'era una volta il West” rappresenta la chiusura del suo discorso sul West. “Giù la testa”, infatti, non è più un western, ma un southerner. Il Messico della rivoluzione non è il Far West e, per ribadire il concetto, Leone si sbarazza subito dello spazio circolare che nei film precedenti era teatro del duello finale e che qui compare all'inizio, nella scena di violenza sessuale di Juan nei confronti della signora Adelita. Più ancora, Giù la testa è un film che Leone neanche avrebbe voluto dirigere e per il quale erano stati contattati prima Peter Bogdanovich e poi Sam Peckinpah. Dopo che entrambi si tirarono fuori dal progetto, Leone meditò di farlo dirigere dal suo assistente, Giancarlo Santi, con la sua supervisione. Come sappiamo, furono Rod Steiger e James Coburn a pretendere che fosse Leone in persona a dirigere il film, minacciando in caso contrario di non onorare il contratto. E, dopo tutta questa gimkana, Giù la testa è diventato per Sergio Leone il film del cuore, quello in cui ha riversato tutta la propria esperienza sociopolitica con un gran corredo di disillusioni, amarezze e ripensamenti. "Amo i miei film sempre meno con lo scorrere del tempo, per il semplice fatto che via via mi diventano più lontani. Questo vale per tutti fuorché per Giù la testa. Lì dentro c'è tutto me stesso". Ancora diverso il caso di “Il mio nome è Nessuno”. Avendo chiuso con il western, Leone non prese neanche in considerazione l'idea di dirigerlo personalmente e lo affidò al suo aiuto di una volta, Tonino Valerii. Alla base del film un'idea molto semplice: Leone voleva che coloro i quali avevano incassato miliardi con gli sberleffi di Trinità sapessero che quel che avevano fatto era stato reso possibile da chi era venuto prima. Cioè, Trinità senza John Ford, Howard Hawks, Henry Hathaway e Sergio Leone non sarebbe mai esistito. Per questo nel film è evidente il confronto tra la vecchia frontiera, rappresentata da Henry Fonda, e le nuove generazioni, incarnate da Terence Hill. I vecchi continuano a sparare per uccidere, i nuovi vanno avanti a sganassoni. Non perfettamente bilanciato, il film è tuttavia ricco di motivi di interesse e perfettamente chiaro nelle sue motivazioni. Interrogato sulla straordinaria somiglianza di alcune scene al suo stile inconfondibile, Leone rivelò di averle girate nel momento in cui le riprese negli Stati Uniti non erano ancora terminate e il set spagnolo già pronto. E' evidente, tuttavia, che Tonino Valerii ha fatto il grosso del lavoro e non è un semplice prestanome.

 

Cosa spinse Sergio a passare al gangster movie con “ C'era una volta in America” (1984)?
Innanzitutto dire che “C'era una volta in America” è semplicemente un gangster movie significa togliergli la portata storica, sociale, politica e umana che lo anima. C'era una volta in America è la chiusura del cerchio tra il West e le nuove frontiere. Armonica, silenzioso e molto attaccato al proprio codice morale, è diventato Noodles. Frank, cinico, spietato e incline ai compromessi, è diventato Max. E Jill, intorno alla quale era nata la ferrovia che trasformava il villaggio in una città, è diventata Deborah. L'uomo, consapevole dell'importanza del ruolo della donna ma non disposto a cederle il timone, tenta di riportarla al ruolo di oggetto (amoroso, sessuale, familiare) anche usandole violenza. Vediamo quindi che il passaggio da C'era una volta il West a C'era una volta in America è perfettamente conseguente. E imprevedibilmente c'è un'inquadratura che lega i due film. Dopo che Jill, rimasta sola in casa, comincia a cercare freneticamente nei cassetti e nei bauli un tesoro che non c'è, esausta si lascia cadere sul letto. Leone la inquadra dall'alto attraverso il filtro del baldacchino traforato. E' esattamente la stessa inquadratura che chiude C'era una volta in America nella fumeria d'oppio: Noodles guarda in macchina e sorride. Leone non passa dai cowboy ai gangster: continua a raccontare l'America raccogliendo intorno a sé tutto il bagaglio culturale delle letture di gioventù (Hemingway, Dos Passos, Faulkner) passato al setaccio del piccolo Harry Grey, autore di Mano armata, letterariamente di poco spessore ma fondamentale per la nascita del film. Cosa lo spinse? La passione, come sempre. La voglia di mettere in immagini i ricordi di una vita. La consapevolezza che molto probabilmente dopo un film così avrebbe dovuto rivolgersi altrove, perché per lui l'America non aveva più storie da raccontare. 
Come nacque a Sergio l’idea di realizzare un film sulla battaglia di Leningrado, purtroppo rimasto solo sulla carta a causa della prematura scomparsa?
In un certo senso parte della risposta a questa domanda si trova già nella risposta precedente. Esaurito con C'era una volta in America il percorso americano, Leone pensò ad altre frontiere. E l'assedio di Leningrado gli sembrò l'idea giusta. Ancora storia, ancora epica, ancora complessi rapporti umani. Non più, almeno sulla carta, la possibilità di ribaltare un'iconografia e uno stile di rappresentazione correnti, come era accaduto invece con il western. La continuità, in ogni caso, era assicurata dal fatto che protagonista della vicenda sarebbe stato un giornalista americano. Del film sappiamo poco e l'ipotesi che il progetto possa finire in mano a qualcun altro ci induce a sperare che il tutto rimanga in un cassetto. Sappiamo per certo che il film si sarebbe aperto sulle mani di Dimitri Šostakovič che al piano esegue la sua settima sinfonia, Leningrad. E tanto rimpianto per un grande del cinema che aveva ancora molto da dire e se n'è andato troppo presto.

A sedici anni dalla scomparsa, cosa rimane di Sergio come uomo e come regista?
Posso dire innanzitutto cosa è rimasto a me. Innanzitutto il ricordo di un uomo che, indicandomi una sua foto con Charlie Chaplin, disse queste testuali parole: "Vede, se questo signore non avesse fatto mai cinema, oggi molti di noi sarebbero nei campi a zappare la terra". Poi il ricordo di un uomo molto consapevole di sé e della posizione raggiunta, il che lo portava talvolta ad amplificare alcuni ricordi allo scopo di darsi più importanza. E il ricordo di un uomo che, prima di concedere fiducia e confidenza, esaminava attentamente chi gli stava davanti, a costo di metterlo in difficoltà o in agitazione, per capire se fosse il caso di aprire un dialogo. Ma anche il ricordo di un uomo che, la mattina dopo il nostro incontro a Roma, mi telefonò nella mia casa di Firenze per darmi un suo parere sui tre capitoli (la trilogia del dollaro) che gli avevo lasciato da leggere. Li aveva letti. E mi disse che quanto scrivevo era giusto, ma troppo inquadrato soltanto nell'epoca di realizzazione dei film. Come dire che avrei dovuto tenere conto dell'evoluzione della sua opera e di ciò in cui tutto era confluito. E questo è il motivo per cui il mio libro comincia dalla fine con un capitolo che si chiama Ouverture: C'era una volta in America. Cosa rimane di Sergio Leone come uomo bisognerebbe chiederlo ai familiari, a chi lo ha frequentato quotidianamente, a chi ci ha lavorato e litigato condividendo un percorso che a noi è noto soltanto come prodotto finito. Riesce più facile individuare cosa è rimasto dell'artista: di sicuro uno stile inimitabile che qualcuno ha cercato di riproporre con risultati men che modesti. Una visione personale e particolare che lo ha portato a filtrare la mitologia del West attraverso il setaccio del neorealismo, in modo da restituire a un'epica in gran parte inventata un po' di verità storica. La grande soddisfazione di aver messo la parola fine a un genere inventato dagli americani, da essi trasformato in radici storiche pretestuose e insincere ma anche in grande spettacolo. Uscito dal circo e trovatosi in strada, il western non ha più avuto ragione di esistere. Solo allora anche gli americani hanno cominciato, da Clint Eastwood a Kevin Costner, da Dick Richards a Monte Hellman, a raccontare un West crepuscolare e stanco. E così anche in America, con l'eccezione di Quentin Tarantino che lo ha recentemente eletto a proprio personale parco giochi, nessuno fa più western. Ma noi sappiamo che il gioco era stato smascherato, e quindi era finito, nel 1968, quando Armonica si allontanava da Sweetwater portando con sé il cavallo e il corpo di Cheyenne.

Chiudiamo questo pezzo con il ricordo di Claudia Cardinale, che ricorda così l’esperienza come protagonista di C’era una volta il West: “Il set è stata una cosa incredibile, perché ero l’unica donna che recitava in questo film: la cosa bellissima era che, prima di iniziare le riprese, io e Sergio andavamo da Ennio Morricone, che ha creato la colonna sonora prima del film, cosicché quando l’abbiamo girato ogni attore avesse il suo tema musicale. La nostra collaborazione è stata straordinaria, anche perché Sergio aveva un modo eccelso di riprendere gli occhi e il corpo a rallentatore. Eravamo molto uniti: la cosa che più mi fa ridere è che io mangiavo poco e lui mi diceva sempre: ‘Ma perché non mangi?’. Per me è stato un incontro bellissimo: quando è partito per me è stato un trauma, dal momento che avevamo girato insieme un western all’italiana con attori straordinari. In quell’occasione legai particolarmente con Jason Robards, di cui divenni appunto molto amica”.

Alessandro Ticozzi