Paolo Villaggio: i mille volti del ragioniere piu’ amato

08/07/2017

Cari “fottutissimi amici”, Paolo Villaggio ci ha lasciato, se ne è andato il suo corpo, per altro da anni latitante da qualsiasi schermo (piccolo e grande), ciò che invece rimane e rimarrà è la sua maschera, una delle ultime vere macchiette che il cinema italiano ha saputo creare: Fracchia alias Fantozzi.
Trattasi di quei rari casi per i quali il personaggio coincide con la creatività e la gestualità dell’attore: Fantozzi è Paolo Villaggio, Paolo Villaggio è Fracchia, equazione insostituibile. Un po’ come Mr. Bean, nessuno potrà mai avere il privilegio e la capacità di “replicare” Fracchia o Fantozzi, allo stesso modo. Il brevetto, il marchio di fabbrica e di garanzia sarà per sempre dell’attore genovese, colui che ha inventato letterariamente e poi dato un volto alla sua stessa macchietta; difficile quindi immaginarsi un Fantozzi con la faccia di un altro ; e se, addirittura, sarebbe potuto esistere indisturbato e così a lungo.  Probabilmente la sottomissione lavorativa, il grigiore meschino della quotidianità impiegatizia, tipici dell’italiano medio non sarebbero stati denunciati e sdoganati, sotto forma di pratiche e tormentoni ritualizzati, tali da farne un tratto distintivo del costume e dell’humour italiano. La  mimica, le smorfia, il frasario che sintetizza una serie di situazioni ad hoc, riassunte nell’aggettivo “fantozziano” sono chiari esempi in tal senso.
Fantozzi non ha bandiere regionali, al tempo stesso non è doppiabile ed è l’uomo qualunque e in ogni luogo, fa ridere per il suo essere infantile e indistruttibile (fisicamente e moralmente) e per il suo vivere in un mondo adulto che non si accorge, volente o nolente, di essere tale. Un mondo , quindi, che accetta con rassegnazione l’unica alternativa tra buoni e cattivi, dove essere buoni significa subire la volontà altrui perché è giusto così, con la minaccia magari di un’umiliazione pubblica in sala mensa o il premio di una poltrona in pelle “umana”.
Dietro questa leggerezza favolistica da cartone animato che nel tempo ha conquistato anche i bambini, si nasconde il tragico dell’alienazione dell’uomo, della sua impossibilità di ribellarsi al potere costituito, ma anche all’ipocrisia dei rapporti umani.
Se da un lato va riconosciuta questa genialità di Villaggio e di Salce, di avere reso comica la lotta di classe e il disagio esistenziale della piccola-borghesia urbana (e  non è poco!), d’altra parte la maschera fantozziana ha soffocato il nostro eroe Ugo-Paolo di potenzialità espressive non comprese o non acclamate con degna attenzione.
Il personaggio-stereotipo Fantozzi/Fracchia sopravvive, infatti, anche in altre produzioni, anche se porta nomi diversi e lavora in altri ambiti professionali, perché ormai Villaggio, come già detto, coincide con la sua creatura e non può deludere il suo pubblico, quello che lui vuole rappresentare. Assistiamo quindi a un Fantozzi-pompiere ne I pompieri (1985), a un Fantozzi metronotte che si improvvisa ladro in Scuola di ladri (1986), a un Fantozzi romantico e distratto fumettista innamoratosi platonicamente di una delle sue eroine in Sogni mostruosamente proibiti (1982), a un indimenticabile Fantozzi in versione venditore di lupini ad Amsterdam, che del tutto fortuitamente si ritrova a fare spettacoli sexy [l’episodio di Nanni Loy è tratto da una commedia a episodi dal titolo Quelle strane occasioni(1976)]
Eppure nonostante tutto, in qualche personaggio fantozziano, Villaggio ha voluto lasciarci qualcosa di più, quasi a ricordarci che sotto l’ottusa stupidità balena il guizzo dell’intelligenza o l’introspezione dei sentimenti più profondi.
È il caso, per esempio, di Guido, protagonista de Il belpaese (1977) di Salce, film-viaggio nella Milano degli anni di piombo, un orologiaio che ritorna dal golfo Persico e che si sente smarrito in questa nuova realtà, fatta di manifestazioni, pistole, molotov e fumogeni, fa la corte con stucchevole stilnovismo a una giovane femminista che lo riporta sulla terra con un secco: “vuoi scopare o no?” e, nella sua ingenuità, capisce sul finale, che la sfida alla paura e alla violenza non può consistere che in una ribellione collettiva, in un invito pubblico, a uscire di casa la sera, violando il coprifuoco. Gino Sciaccaluga, invece, è il tassista squattrinato e sfigato che affianca Johnny Dorelli in A tu per tu (1984) di Sergio Corbucci; buono come il pane si fa abbindolare da un faccendiere, ma poi alla fine…ride bene chi ride ultimo!
Un Villaggio comunque goffo e grassottello che si è preso spesso la rivincita avendo anche al fianco attrici molto belle: Eleonora Giorgi, Ornella Muti, Silvia Dionisio, Anna Maria Rizzoli, Edwige Fenech, Janet Agren, Anja Pieroni, Serena Grandi.
Tuttavia, il comico genovese è indimenticabile anche per la maschera del professor Kranz, tedesco dai modi nazisti, sgarbato e lunatico, soprattutto con le donne, ma che nonostante si sforzi di apparire autoritario, sagace e furbo, si rivela quasi sempre alquanto ingenuo e sciocco e, quando si accorge di qualche impasse, ecco, irremediabilmente disegnarsi sul suo volto le classiche espressioni fantozziane di insicurezza e di impotenza.
È ancora Luciano Salce a trasporre il personaggio televisivo di Kranz in un film, Professor Kranz tedesco di Germania (1978),  di cui si apprezza il tentativo, ma meno i risultati finali.
Altri film non fantozziani o semi-fantozziani sono Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno (1974), ancora di Salce, delicata e agrodolce storia di un uomo complessato sessualmente, Brancaleone alle crociate (1969) di Monicelli, Il turno (1981) di Tonino Cervi e tanti altri.
E sopra ogni cosa, c’è l’esperienza  con il teatro, con i registi d’autore, che non sono soltanto i mostri sacri Olmi e Fellini che hanno sfruttato la personalità più raffinata e poliedrica dell’attore. Nel suo curriculum filmografico, compaiono anche i nomi di Lina Wertmüller, di Francesca Archibugi, di Marco Ferreri, di Gabriele Salvatores.
Un Leone d’ Oro alla carriera più che meritato! Con buona sorte, il vero film  Fantozzi in paradiso Paolo lo sta interpretando adesso. Con la nostra meritata stima.

Carlo Lock