Ricordo di Paolo Villaggio

05/07/2017

La scomparsa di Paolo Villaggio porterà con sé, come sempre in questi casi, un soprassalto di nostalgia. Si leggeranno commenti riguardanti il cinema comico, che non è più quello di una volta, che i comici di oggi non fanno ridere, eccetera. Meglio evitare. Anche perché sarebbe il caso, una tantum, di spezzare una lancia a favore dei cineasti contemporanei, italiani e non. Realizzare un film nel Duemila e rotti è senza dubbio maggiormente problematico che negli anni Settanta, quando Villaggio era all'apice della carriera. Tanto per dire, in quel periodo la televisione italiana disponeva di due soli canali e le ore di programmazione erano ridotte. Non esistevano Internet e  lo streaming, Sky, Netflix, le serie tv e via elencando. Il cinema, inteso come frequentazione di sale cinematografiche, era, insieme alle partite di calcio, uno degli svaghi principali (la crisi cominciava proprio allora, ma questo è un altro discorso). Logico quindi che si investisse molto nella produzione di film, con quel che ne consegue. Per farla breve, la notevole quantità di pellicole comportava la necessità di un numero elevato di professionisti che si occupassero della parte creativa. Produttori, registi e sceneggiatori erano figure fondamentali per la crescita e l'affermazione di un comico. Gli facevano in un certo senso da balia (così si è espresso Neri Parenti qualche anno fa). Prendiamo un caso recente. Omicidio all'italiana, di Maccio Capatonda. Buon soggetto, inizio straordinario, poi il film s'affloscia e il risultato non si eleva al di sopra di quello di una qualsiasi puntata di Don Matteo (infatti ha avuto il numero di spettatori che avrebbe una puntata di Don Matteo proiettata in una sala cinematografica). Si ha la sensazione che un team di autori di livello avrebbe potuto aiutare un comico di potenziale valore come Capatonda. Fatte le debite proporzioni, si può tranquillamente affermare che nel 1975 Luciano Salce, Piero De Bernardi e Leonardo Benvenuti diedero una grossa mano a Paolo Villaggio quando si trattò di portare sul grande schermo il suo libro, che era stato un best-seller, cioè Fantozzi. Non dimentichiamo che nonostante la sua grandezza, Villaggio tentò solo una volta di dirigersi: nel 1980 con Fantozzi contro tutti, ma gli fu affiancato un giovane emergente, Neri Parenti (che praticamente girò il film da solo) e non ripeté l'esperienza. L'intelligenza dell'attore genovese è stata anche quella di sapersi affidare a registi e sceneggiatori capaci di cogliere ogni sfumatura dei suoi personaggi e di valorizzarne lo straordinario talento. Salce, appunto, che lo ha diretto in sette film (oltre ai due Fantozzi, vanno ricordati almeno Sistemo l'America e torno, che è del '74, Il … Belpaese, del '77, e 'episodio Sì, Buana, del 1978), Sergio Corbucci, Parenti (ben diciassette i film con Villaggio che portano la sua firma, tra cui sette Fantozzi e due Fracchia), Steno. Gli sceneggiatori (i già citati De Bernardi e Benvenuti, e poi Castellano e Pipolo, Luciano Vincenzoni, Sergio Donati, Laura Toscano, Franco Marotta, Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni) e i produttori (Cecchi Gori, Franco Cristaldi, Achille Manzotti). Il meglio Villaggio lo ha dato in questi film, non c'è dubbio. Oltre che nelle prime trasmissioni televisive, ad esempio Quelli della Domenica, dove propose con grande successo i personaggi del professor Kranz e del vessato Giandomenico Fracchia (che poi diventerà protagonista nel 1975 di un indimenticabile show in quattro puntate). Però è giusto ricordare anche alcune interpretazioni di Villaggio che esulano dal genere comico. Diretto da registi come Federico Fellini (La voce della Luna, del 1989), Marco Ferreri (Non toccare la donna bianca, del 1974), Ermanno Olmi (Il segreto del bosco vecchio, 1993) e Mario Monicelli (Cari fottutissimi amici, del 1994), che peraltro gli aveva anche affidato un ruolo agli inizi della carriera in Brancaleone alle Crociate (1972).

Roberto Frini