Il Libro della Giungla

09/05/2016

La trama fluisce tra le stesse avventure per riportare il cucciolo d’uomo al mondo degli umani a cui appartiene, ma molte sono le differenze tra le due produzioni Disney di Il Libro della Giungla, quella cara ai ricordi della nostra infanzia e quest’ultima in chiave live action, sorprendente per effetti speciali e precisione tecnica.
Innanzi tutto nel film di Jon Favreau, dove Mowgli è letteralmente il solo umano perché unico attore tra animali e scene realizzati utilizzando al meglio la tecnologia digitale (mescolando performance live-action con incredibili ambientazioni digitali e straordinari animali frutto di un’animazione fotorealistica), il clima è profondamente più drammatico e questa è la differenza fondamentale che imprime tutto un diverso tono e una diversa lettura alla storia.
Il divertimento che domina nel film d’animazione è sostituito da riflessioni dolenti che poco concedono all’umorismo, e semmai si rilassano nel gusto per l’avventura. Basti confrontare la scena dell’incontro con gli elefanti, là dove erano rappresentati come un grottesco esercito in marcia verso un’inesistente battaglia, con gustosi siparietti e un generale affetto da rimbambimento senile, qui sono creature che incutono un magico rispetto alle quali Mowgli, con la capacità tutta umana di costruire marchingegni, si avvicina per trarre in salvo il loro cucciolo.

Non abbiamo Baloo che danza travestito da scimmia, ma la scena di un Re Scimmione che cita apertamente il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Una scena potente in cui il film raggiunge l’apice della perfezione tecnica (peccato solo che abbiano voluto mantenere la canzoncina dell’originale, che stona con tutto l’impatto cupo che si voleva raggiungere).
Con la sola leggerezza dell’Orso Baloo, la Giungla qui rappresentata è dunque un cuore di tenebra fatto di insidie e sacrifici, di tregue sancite e patti violati, di pericoli e vendette.
Inoltre Mowgli è già consapevole dall’inizio, adulto anzi tempo, conscio di dover andarsene per salvare il branco. E la sua scelta finale è quella di decretare il suo mondo di appartenenza individuandolo in quello che l’ha cresciuto.
Saprà anche costruire attrezzi e maneggiare l’arma del fuoco, ma Bagheera è suo padre, la Giungla il suo habitat e gli animali la sua gente. Il finale si discosta, anzi si oppone, a Kipling e il novello Mowgli non avverte il richiamo della corsa di primavera né si lascia incantare dal canto dei suoi simili. Questo Mowgli decide che la sua famiglia è quella che lo ha allevato, esponendo chiaro il pensiero dei tempi correnti. Non è infatti una coincidenza che altri film di animazione distribuiti negli ultimi mesi espongano lo stesso dilemma.

Le voci italiane di Toni Servillo (Bagheera), Neri Marcorè (Baloo), Giovanna Mezzogiorno (Kaa), Violante Placido (Raksha) e Giancarlo Magalli (King Louie) ben sostituiscono quelle di Ben Kingsley, Bill Murray, Scarlett Johansson, Lupita Nyong'o, Christopher Walken.

Gabriella Aguzzi