Dai libri di Hemingway ai film

07/07/2011

La vita di Ernest Hemingway è degna di un grande film, con i suoi amori e la guerra, i viaggi e la letteratura, gli sport e le colossali bevute, la vita “maschia” a tutto tondo romanzescamente chiusa con il suicidio del 2 luglio di 50 anni fa. Eppure, a parte delle scialbe sortite come lo stucchevole “Amare per sempre” con Chris O’Donnell e Sandra Bullock, il cinema ha preferito ispirarsi alle sue opere. Tra i film maggiori ne ricordiamo almeno tre tratti dallo stesso libro, “Addio alle armi”, e tre interpretati dalla stessa attrice, Ava Gardner.
La versione più convincente del celebre romanzo è quella del ’32 diretta da Frank Borzage e interpretata da Gary Cooper. Ben scritto e recitato, insolitamente malinconico e privo di sentimentalismo, fotografato in un raffinato bianco e nero, ha per di più il pregio di essere fatto quasi in “diretta”, solo 15 anni dopo i fatti narrati e tre da quando “Addio alle armi” viene pubblicato. Purtroppo nel ’57 Charles Vidor ne fece un remake con lo stolido Rock Hudson e un Vittorio De Sica che fa di tutto per non apparire indecoroso. Il problema, comunque, non sono gli interpreti, ma i colori inutilmente sgargianti e il tono enfatico e prolisso, che accentua nel modo peggiore il lato melodrammatico strisciante nelle pagine scritte dall’ancora inesperto Hem ( a costo di apparire blasfemi, ci vien da dire che la cosa più bella del libro è la copertina di una nota edizione, con la foto del giovanissimo Ernest che sorride dal letto dell’ospedale milanese). Tra le due pellicole ne fu fatta una terza versione, del ’51, dal titolo “Stringimi forte tra le tue braccia”, ambientata durante la seconda anziché la prima guerra mondiale. Perché? Mistero, forse solo per evitare di pagare i diritti d’autore….E con questo si è detto tutto del film.
“Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso….Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché partecipo dell’umanità. Così non domandare per chi suona la campana, essa suona per te”. L’altisonante brano di John Donne fu usato come epigrafe da Hem per il suo cupo romanzo sulla guerra di Spagna “Per chi suona la campana”. Il film che ne fu tratto lasciò perdere la cupezza e conservò l’altisonante, pigiando il tasto sul romanticismo zuccheroso ( cosa che fece molto arrabbiare l’autore, che all’inizio si era entusiasmato del progetto scegliendo personalmente i protagonisti, Gary Cooper e Ingrid Bergman, le cose effettivamente meglio riuscite della pellicola). La regia di Sam Wood non va al di là del compitino, le scenografie sono palesemente di cartapesta, la greca Katina Paxinou strabuzza gli occhi da menagramo e veste come la messicana di un western di serie B, gli interventi “politici” sono didascalici e il finale non passa più. Un po’ meglio funziona “Il vecchio e il mare”, con bei paesaggi marini e un grandioso Spencer Tracy che porta il film sulle spalle, ma lo spirito del libro è perduto: il breve romanzo ( o il lungo racconto) infatti fonde una sfida titanica quasi melvilliana (ma sfrondata di simbolismi!) con un realismo linguistico e una semplicità narrativa esemplari, da libro per ragazzi. La pellicola invece ci dice solo che l’uomo non può sfidare la Natura e che i Caraibi sono belli.

E veniamo ad Ava Gardner. Nel ’52 è con Gregory Peck e Susan Hayward nel film di Henry King “Le nevi del Kilimanjaro”. E qui siamo allo scempio. Il racconto di Hem è probabilmente la sua cosa più bella, nel suo intrecciarsi di struggenti nostalgie parigine e poderoso senso della morte, nel suo febbrile correre verso un finale ineluttabile. Il film è un polpettone sentimentale con inopportuno lieto fine, un’accozzaglia di temi hemingwaiani malamente interpretati, lontani dalla sua sensibilità. E se anche non fosse colpevole di alto tradimento della matrice letteraria, sarebbe comunque un brutto film, sottoprodotto del genere melodrammatico. La bellissima Ava torna ad Hem nel ’57, sempre con lo stesso regista, ed affiancata da Tyrone Power ed Errol Flynn , in “Il sole sorgerà ancora”. Vi interpreta la parte di una mangiatrice d’uomini in odore di “lost generation”, contesa tra uno scrittore impotente e alcolizzato (Power) e un uomo affascinante, altrettanto alcolizzato ma assai più efficace a letto, più alcuni altri, tra cui un torero che incontrano a Pamplona dove vanno a svagarsi e trovare gioia di vivere dopo che Parigi li ha delusi….Sì, ci siete arrivati, è “Fiesta”. Il film è indubbiamente avvincente, ma se già nel libro i bei capitoli iniziali scivolavano in un deludente accenno di folklore spagnoleggiante, la pellicola naviga in un esotismo all’americana scoraggiante: è inutile che Flynn ci regali la sua interpretazione migliore, se è costretto a vestirsi di bianco con foulard rosso al collo e basco sulle ventitré…
A questo punto vi sarà chiaro cosa non funziona nei film da Hemingway: la personalità dello scrittore attrae i registi più della sua scrittura. Per chi lo mette in scena, i suoi protagonisti devono essere tutti dei cacciatori di donne e leoni, così è rispettato il suo lato virile, dimenticando il senso di desolazione dei suoi libri e lo stile diretto, che ha fatto scuola tra gli scrittori americani, liberandoli dal complesso d’inferiorità nei confronti degli europei. Ma un bel film c’è. È “I gangster” ovvero “The killers”, protagonista maschile Burt Lancaster, Gardner esordiente, anno ’46, riscrittura e regia Robert Siodmak. Gran noir che parte da un breve racconto di Hem e che poi si sviluppa per la sua strada, ma si sviluppa tanto bene -  nella sua struttura a inchiesta, da cui scaturisce una serie di flash back (il film inizia dalla fine, con un uomo che attende nella camera di un motel i sicari che lo uccideranno) -  che Hem usava proiettarlo ai suoi amici, sostenendo che finalmente un film rispecchiava il suo spirito. De “ I gangster” fu anche fatto un remake, diretto nel ‘64 da Dom Siegel, con  un grande John Cassavetes, “Contratto per uccidere”. Ormai lontano dalla matrice letteraria, ma forse ancora più vicino al suo autore nel suo freddo cinismo privo di illusioni romantiche. Peccato che Hem non abbia potuto vederlo. 

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Elena Aguzzi