James Jones

03/03/2013

La recente riedizione in versione “author's cut” di “Da qui all'eternità” riporta agli onori della cronaca e delle librerie James Jones (1921-1977), uno degli autori americani di maggior talento eppure troppo frettolosamente etichettato come autore di melodrammi a sfondo guerresco. La colpa di questa etichettatura sta proprio nel romanzo testé citato e nella sua versione cinematografica. Il problema è che il bravo Fred Zinnemann non ricavò il film dal libro scritto da Jones, ma dal libro che gli pubblicarono. L'operazione portata avanti dagli eredi di Jones, che han recuperato il manoscritto originale e lo han dato alle stampe, non è infatti un'operazione commerciale del tipo aggiungo un paio di capitoli caduti sotto le forbici della censura e via andare: si tratta proprio di un altro libro. Trama, struttura e personaggi restano gli stessi, ma la scrittura è un'altra. Nel '51 gli editori costrinsero l'artista a riscrivere il tutto omettendo sesso (molto di quello etero e tutto quello omo), antimilitarismo, dubbi esistenziali,  ed esplicito linguaggio da caserma e ne rimase solo un bel dramma d'ambiente militaresco (“un romanzo di guerra in tempo di pace”), passionale e appassionante, ma cui era stato tolto tutto ciò a cui l'autore teneva, innanzitutto la verità. Dunque il cinema non tradì un romanzo violentemente, crudamente realistico, scandito dal senso dell'onore e dalla sensazione che il mondo è in mano agli opportunisti e che per chi ha degli ideali c'è solo la morte;  ma si limitò a edulcorare ulteriormente qualcosa che poteva essere sì potenzialmente scottante, ma che si muoveva comunque prudentemente nell'ambito del convenzionale; sottolineò gli aspetti sentimentali a discapito di quelli di caserma, aggiunse un pizzico di retorica e di patriottismo (inesistenti già nell'edizione del '51), smussando il cinismo (si confronti il finale: apparentemente uguale, alla lettera, ma opposto nello spirito), e semplificò le dinamiche interpersonali con la divisione, cinematograficamente assai efficace ma che nella narrazione non esisteva, tra buoni e cattivi. Scelse interpreti azzeccatissimi e memorabili (Montgomery Clift, immenso, Burt Lancaster, Deborah Kerr, Frank Sinatra, Ernest Borgnine), regalò al cinema una scena di bacio che divenne iconica, riuscì – nonostante tutti questi “annacquamenti” - a far scandalo, e tolse alla letteratura la possibilità di ricordare Jones come un autore Vero.
Le cose migliorarono con “Qualcuno verrà” (1957). Il romanzo mantiene gli stessi pregi del precedente (una storia corale, ma con psicologie ben sviluppate; la vocazione al melodramma; uno sguardo critico sul sogno americano e il perbenismo che frena la ricerca della felicità tanto decantata dalla Costituzione), riuscendo ad esser più insolito, veritiero e toccante: evidentemente, il povero Jones aveva avuto le mani meno legate – anche se, visto il clamoroso precedente, viene il sospetto che qualche controllo censorio ci sia comunque stato. E anche il film di Vincente  Minnelli alza il tiro rispetto al celebre predecessore. Complice il fatto che l'esercito resta quasi fuori dalla trama (il protagonista è un reduce), non deve stare attento a non mettere in discussione i valori patriottici, e può lasciarsi andare svergognatamente sul lato sessual-sentimentale. Anche se la drammaturgia ovviamente semplifica situazioni, personaggi e tempi di svolgimento, “asciugando” un po' troppo certe parti (il cinema ha sempre avuto maggiori costrizioni che non la carta stampata, non solo per questioni di censura, ma anche di svolgimento narrativo: i monologhi interiori devono essere tradotti in immagini in movimento!), Minnelli , nella trasposizione dalla pagina allo schermo, tradisce meno e, sempre  coadiuvato da un bel cast – su  cui svetta una toccante Shirley MacLaine –,  ci lascia un capostipite del cinema melodrammatico, con un gran uso del cinemascope e un finale che strappa sinceramente le lacrime.  Eppure sia al film che al romanzo manca quel certo non so che li faccia classificare tra i “capolavori”.

Quel certo non so che è la possibilità di affondare il dito nella piaga, senza veli e giri di parole. Ciò riesce finalmente a Jones nel '61 con “La sottile linea rossa”. Ancor più autobiografico di “Da qui all'eternità”, meno spinto nel linguaggio rispetto alla versione originale del noto predecessore, ma più aperto e gergale della versione epurata, racconta la guerra nel Pacifico delle truppe americane (l'isola da conquistare è chiamata Guadalcanal, ma l'autore avverte subito che il paesaggio e le azioni sono di pura fantasia e il nome è mantenuto solo per la sua portata evocativa), una guerra vista dall'interno, ad altezza di tana di volpe: “Un giorno uno di questi [soldati] avrebbe scritto tutto ciò, ma nessuno di loro ci avrebbe creduto, perché nessuno di loro lo avrebbe ricordato così”. La vicenda, monotona e crudele fino allo sfinimento, ripercorre l'assalto all' “Elefante Ballerino” e al “Granchio Bollito Gigante”, due catene di colline. Vi recitano oltre 80 personaggi, una ventina dei quali di maggior peso e una decina visti da vicino, come personaggi conduttori, ma mai veri protagonisti. Protagonisti, invece, sono la paura, il dolore, la stanchezza, il caldo, la sete, il senso di inutilità, le ferite, i moti d'orgoglio e d'amore, il fango, il sangue, la solitudine, le sbronze, la giungla, il pericolo, i dubbi, la crudeltà, la follia (citazione di un proverbio, da cui il titolo: “Tra i sani di mente e i pazzi c'è una sottile linea rossa”). Nessuno alla fine risulterà vincente o ne uscirà integro: anche gli scampati (pochi) porteranno con sé indelebili cicatrici, fisiche e soprattutto morali. Perché chi ha avuto il battesimo del fuoco sa che non potrà essere più lo stesso.
È un libro innovativo, che dice la realtà dei fatti, antesignano di certi capolavori cinematografici sul Vietnam di oltre 15 anni dopo, e da cui è quasi impossibile trarre un film. Invece ne sono stati realizzati due.
Il primo è assolutamente trascurabile. Diretto da tale Andrew Morton nel '64 (troppo presto), si limita ad illustrare decentemente una guerra faticosa e mettere uno contro l'altro il buono (ma imbelle) e il cattivo (ma eroico). Cancellato ogni contenuto “forte” (violenza e omosessualità in primis), ma anche ogni “difficoltà” ideologica , oggi nessuno se lo filerebbe se non fosse per via del tentativo numero due.
Diretto da Terrence Malick nel '98, è un film di guerra che trascende il genere per diventare un'opera filosofica e poetica di grande e commovente bellezza, che si interroga sul senso (se ce n'è uno) della vita. Rende giustizia al libro restituendoci il suo senso di coralità, i temi portanti, lo smarrimento dei soldati, ma nello stesso tempo lo tradisce. Non perché i personaggi vengono stravolti nelle loro caratteristiche, mantenendo appena qualche nome in comune con quelli del romanzo, ma perché il regista impone la sua visione panteistica del mondo a tutta la pellicola. Panteismo e  tendenza estetizzante non sono ancora odiosi manierismi come nei suoi film successivi: tuttavia il regista permea il film di un attento sguardo  verso la natura (materna, indifferente o sofferente a seconda dei casi), sfrutta al massimo (a volte anche eccessivamente) la tecnica del monologo interiore, predilige uno stile alto e un linguaggio poetico fatto di ellissi, metafore, suggestioni, rallenty e lirismi verbali – il tutto in contrasto con quello concreto, crudo e prosaico usato da Jones. Dove lo scrittore è ancorato alla verità, il regista porta questa verità su un piano più “alto”. Un tradimento perfetto che ha portato alla realizzazione di un'opera personale da un'altra opera personale, di un capolavoro da un altro capolavoro.

Elena Aguzzi