Roald Dahl, un vero Grande Gigante Gentile: un solo film non vale una vita fantastica

25/01/2017

Londra, tarda notte, l’ora delle streghe (quella vera). Nelle strade dalle lunghe ombre giallastre, schiamazzano gli ubriachi e ruzzano i gatti, mentre negli stanzoni dell’Orfanatrofio, immersi nel sonno, solo Sophie s’attarda a leggere rintanata sotto la coperta.  Fuori, tra i caseggiati di mattoni rossi, scivola furtiva un’ombra gigantesca: la paura è tanta, ma la curiosità di Sophie è più forte. Basterà un solo sguardo di troppo, e in un attimo si troverà (gentilmente) rapita e coinvolta in un insospettabile (gigantesco) mondo, dove le proporzioni della vita e dei sentimenti sono definitivamente alterate, dove le belle (e brutte) sorprese non lasciano tempo per stupirsi.
Prima di tutto, e soprattutto, il GGG è - e rimane, dall’inizio alla fine - un film per bambini.
Dimenticate quindi, signori adulti, i cartoon alla Pixar (da Nemo a Monster & Co per arrivare al più recente e godibilissimo Sing) dove l’ironia è ospitale anche per gli “over thirteen”, e i dialoghi quasi ammiccano ad altre e più mature sensibilità. Ricordate piuttosto meraviglia e terrore delle Mille Fiabe dei nostri sei-nove anni, e umilmente ascoltate. Perché la storia è molto bella, e come tutte le narrazioni di Dahl unisce con leggerezza tremore e stupore, raccoglie un immaginario coerente e ben costruito, che ci conduce letteralmente per mano ad un inevitabile lieto fine.
Questo per la storia, che è altra cosa rispetto al film, questo film. Perché – va detto - questo GGG classe 2016 (c’è un precedente d’animazione del 1989), vuole rispettosamente rimanere in ogni momento fedele alla narrazione originale, e finisce così per risultare quasi un esercizio filologico, senza nulla togliere e, ahimè, senza nulla aggiungere all’omonimo romanzo di Roal Dahl.
Cucendo con arte e perizia i suoi quadri, con grande potenza visiva, e riuscendo talvolta a cogliere l’originalità di un punto di vista (e di ripresa) gigantesco, il film di Spielberg sembra però soltanto prestare le sue immagini al romanzo, e finisce perciò per essere nulla più dell’illustrazione del libro (peraltro già arricchito dai deliziosi disegni di Quentin Blake).
Bello davvero l’incipit notturno nella Londra Anni Cinquanta, coinvolgenti e realistiche le figure dei nove malvagi giganti (che sfoggiano nomi deliziosamente inquietanti come L'InghiottiCicciaViva, Il Ciuccia Budella, Lo StrizzaTeste, Il Trita Bimbo e via via orripilando).
Poi però il ritmo si fa incerto, il senso della storia ondeggia, il personaggio di Sophie rimane un po’ indefinito: perché non si può forzare un racconto per bambini d’altri tempi (il romanzo è del 1982) a diventare qualcosa di più moderno, né si riesce a infondergli per davvero quella poesia e quella leggerezza, che regalavano ai piccoli lettori un dolce brivido serale, lasciando alla loro fantasia di riempire di sé i vuoti e la pause saggiamente disposti per accoglierli.

Il film di Spielberg ha comunque il merito di riproporre, con onestà, una bella storia, in cui coabitano il paradosso e la normalità, il grottesco e la quotidianità: la storia di un’amicizia improbabile ma inevitabile, in cui tutto è possibile, soprattutto trasformare la paura in meraviglia e vincere gli incubi e il Male cominciando con l’accettarne l’esistenza. A suo modo, è anche una storia di crescita, un viatico garbato alla vita adulta, come tutte le favole.
Di Roald Dahl ricordiamo altre storie, molte già portate al cinema (in qualche caso con risultati più originali): perché il suo era anche e soprattutto un immaginario ‘visivo’, sempre colorato e sopra le righe.
In James e la pesca gigante (1961), La grande fabbrica di cioccolato (1964), Matilda (1988) ricorrono i temi della solitudine e dell’incomprensione, di un vissuto infantile che non è mai cupo, quanto piuttosto d’attesa: d’un riconoscimento, d’una figura di riscatto che finalmente comprenda il potenziale del protagonista, che sia il James, vessato dalle zie grottesche, o la Matilda, maltrattata e schiacciata da genitori ottusi, gretti e disonesti.
Ma in tutti i casi la figura salvifica sarà in realtà solo lo spunto per la trasformazione del/della protagonista in un piccolo, coraggioso adulto. E la fantasia, l’immaginazione visionaria e stralunata del racconto, sono in fondo solo il mezzo, avvolgente e protettivo, per sollecitare e accompagnare questa metamorfosi, ogni volta cambiando completamente lo scenario e la scenografia (sempre inseguito dal fedele illustratore Quentin Blake).
E allora in James e la pesca gigante il protagonista in fuga dalle perfide (e dickensiane) zie sfruttatrici attraversa l’oceano in una pesca gigante e volante, in compagnia d’uno stralunato equipaggio di insetti a dimensione umana, destinazione New York, mentre ne La grande fabbrica di cioccolato, Charlie, undici anni e tanta sfortuna in famiglia, è tra i vincitori del Biglietto D’Oro che apre le porte alla Great Factory a cinque bambini, visitatori di quel luogo incantato, che incarna e materializza tutte le meravigliose fantasie dei bambini golosi.
Ogni volta il racconto ci solleva con garbo dalla nostra quotidianità, alzando il velo della banalità per mostrarcene la magia, certo senza dimenticare il Male, la cattiveria, le nostre involontarie sfortune, ma anzi ricordandoci che sì, purtroppo è così che va il mondo, ma c’è anche dell’altro: ci sei tu, la tua fantasia, la tua capacità di cambiare, crescere, mostrare quel che sei, ed essere compreso, accolto.
Come nella fotografia di Doisneau o di Henry Cartier Bresson, e come in certa letteratura Latinoamericana (Garcia Marquez, Jorge Amado), l’abilità seducente di Dahl è nel saper cogliere “nella” realtà i segni magici, trascendenti, che possono conferirle un senso differente, a tratti inquietante o seducente.
Il “sense of wonder” di Dahl nasce infatti dalla sua capacità di accostare la quotidianità, a tratti anche arida e umiliante, alle piccole grandi magie dietro l’angolo: ciò che è piccolo e ciò che è gigantesco, magico.
Ha scritto anche dell’altro, Roald Dahl, ricordiamo due sceneggiature cinematografiche, tratte da romanzi di Ian Fleming (ex collega di intelligence ai tempi della guerra): “Agente 007 - Si vive solo due volte” (sic) e lo splendido – molto datato – “Chitty Chitty Bang Bang” (1968, regia di Ken Hughes, sempre tratto dal romanzo di Ian Fleming e prodotto incredibilmente da Albert Broccoli).
Per noi “grandi” ha scritto spesso di horror e fantascienza, anche in serie televisive (Anni Sessanta) di grande successo: ricordiamo soltanto “Twilight Zone” e “Tales of Unexpected” (in Italia uscito come “Il brivido dell’imprevisto”).
Guardando ai numeri, Dahl è stato tradotto in 60 lingue, i suoi libri hanno venduto (si stima) più di 250 milioni di copie (sic). La sua vita, ricca, avventurosa e spesso drammatica, lo ha portato in Africa per sette anni con la Shell, pilota della RAF durante la seconda guerra mondiale, poi diplomatico e intelligence officer a Washington. La sua eredità, forse anche il suo testamento spirituale, sono oggi incarnate dalla Roald Dahl's Marvellous Children's Charity, mentre il sito (http://www.roalddahl.com) offre ai (giovani) visitatori non solo inviti alla lettura, ma soprattutto inviti alla scrittura e spunti per la loro fantasia.
Ben piantato ormai nel nostro immaginario collettivo, affollato dei suoi personaggi sempre un po’ folli e delle loro sorprendenti vicende, l’eclettico e generoso Roald Dahl è morto il 23 Novembre del 1990, dopo lunga e sorprendente vita.
Ci piace però immaginare che abbia lo stesso felicemente festeggiato con noi il suo centesimo compleanno (il 16 Settembre scorso), magari veleggiando sopra l’Oceano, da qualche parte tra le scogliere di Dover e New York, a bordo d’una pesca gigante, un sorriso smaliziato e uno sguardo divertito verso di noi.


Per il film: si lascia guardare. Voto 6
Per l’autore: lettura obbligatoria dei grandi ai piccini. Voto 9 e mezzo

Davide Benedetto