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Bud e Terence, risate d’azione in perfetta nonchalance

28/06/2016

Alcune cose, come il vino, migliorano invecchiando. Altre, sempre come il vino, si guastano e diventano aceto. Ma ce ne sono di una terza specie, la cui (ottima) qualità rimane semplicemente inalterata. Puoi diventare adulto e continuare a leggere Topolino, ad ascoltare le sigle di Cristina d’Avena, a mangiare il gelato al cioccolato: ogni volta è come la prima volta. I film di Bud Spencer e Terence Hill, per chi scrive così come per moltissimi spettatori in Italia, Germania, Spagna, Francia, Stati Uniti... appartengono a questa speciale categoria.


Quello grosso e con la barba è taciturno e sempre di malumore, un cielo nuvoloso che si mette al bello solo davanti a un piatto (spesso una padella) di fagioli o a un pollo arrosto. Non è una volpe, ma gli smargiassi che provano a fare i furbi con lui finiscono con le ossa rotte. Quello smilzo e con gli occhi azzurri è sempre di buonumore, un cielo sereno dalle perturbazioni più uniche che rare; sa godersi la vita e flirtare con il gentil sesso, ma è anche un dritto, uno che la sa lunga. Quando si incontrano da perfetti sconosciuti, o si ritrovano dopo anni di lontananza, all’inizio della storia, è sempre il “tigrotto” (come viene chiamato in “I due superpiedi quasi piatti”, 1977, regia di Enzo Barboni) a voler formare coppia, mentre il “grande drago” non sopporta minimamente la presenza del compagno, anche perché giustamente, dove c’è lui, presto arrivano anche i guai. Non di rado i due sono nientepopodimeno che fratelli, separati da un’incolmabile distanza nel modo in cui affrontano l’esistenza (e da qualche marachella che il dritto ha combinato, tempo addietro, ai danni dell’ “onorevole omone”) ma rimessi insieme dalle circostanze e dalla necessità. Se invece non si conoscono affatto, non passa molto tempo prima che il tigrotto ne combini una delle sue per esaurire la (già scarsa) pazienza del grande drago. Spesso entrambi sono dei perdigiorno, dei vagabondi che vivono di espedienti e sotterfugi; magari uno dei due è appena uscito di galera, dov’era finito per aver affondato il panfilo che lo aveva disturbato mentre stava pescando (“Nati con la camicia”, 1983, regia di Enzo Barboni). Altre volte, al contrario, vestono l’uniforme della polizia, magari per sbaglio, magari per vocazione; o addirittura una tonaca da missionari (“Porgi l’altra guancia”, 1974, regia di Franco Rossi). In un caso o nell’altro, le donne non sono pane per i loro denti, o meglio: i denti del tigrotto funzionano benissimo, ma le sue avventure romantiche rimangono sempre sullo sfondo, senza alterare granché la traiettoria narrativa. Anche quando è sul punto di sistemarsi, o addirittura di sposarsi, si risolve tutto nel nulla. Il grande drago invece è quasi sempre refrattario, impermeabile a qualsiasi canto di sirena; oppure, al ristorante, finisce sotto gli sguardi famelici di qualche anziana signora, decisamente troppo in là con l’età.


Il merito di aver inventato la coppia è soprattutto del produttore Italo Zingarelli e di E. B. Clucher, alias Enzo Barboni, regista e sceneggiatore di “Lo chiamavano Trinità...” (1970) e “… continuavano a chiamarlo Trinità” (1971), in cui Spencer e Hill assumono per la prima volta quei tratti distintivi che ne faranno un marchio inconfondibile. Se a Sergio Leone va l’onore di avere codificato e portato al successo lo spaghetti western, cioè il western all’italiana, più violento, più disincantato, senza eroi, senza buoni ma con tanti cattivi e tanti cacciatori di taglie, Barboni è il padre di quel filone che la critica ha giustamente battezzato “fagioli western”, la cui originalità distintiva consiste nell’elemento comico. Ma Barboni non fu il primo a dirigere Bud e Terence fianco a fianco nello stesso film. All’epoca di “Trinità” i due erano infatti reduci da un tris di spaghetti western diretti da Giuseppe Colizzi: “Dio perdona… io no!”, 1967; “I quattro dell’Ave Maria”, 1968; “La collina degli stivali”, 1969. Ed è anche vero che la formula, una volta messa a punto, risultò talmente precisa da poter essere replicata spesso e volentieri da altri sceneggiatori e altri registi, senza che lo spettatore avvertisse più di tanto la differenza. Basti pensare a due ottime prestazioni come “… altrimenti ci arrabbiamo!” (1974), diretto da Marcello Fondato e scritto da Fondato insieme a Francesco Scardamaglia, e  “Pari e dispari” (1978), per la regia di Sergio Corbucci, scritto da quest’ultimo insieme al fratello Bruno, a Mario Amendola e a Sabatino Ciuffini.

Spesso l’evento dinamico che dà avvio ai film di Bud e Terence è un danno subìto che deve essere riparato. A volte, come in “… altrimenti ci arrabbiamo!”, la coppia si ribella a un torto personale: i cattivi gli hanno sfasciato la Dune Buggy e loro ne vogliono una nuova, uguale, “rossa con cappottina gialla”. In altri casi c’è un omicidio da risolvere: “I due superpiedi quasi piatti”, “Miami Supercops” (Bruno Corbucci, 1985). Oppure la dimensione individuale si lega alla tutela degli animali contro il bracconaggio: “Io sto con gli ippopotami” (Italo Zingarelli, 1979), o alla promozione di migliori condizioni di vita per popolazioni oppresse e schiavizzate, quali quelle indigene del Sudamerica in “Porgi l’altra guancia”. I personaggi di Spencer e Hill, infatti, vorrebbero fare i duri ma alla fine hanno il cuore tenero. Un leitmotiv dei loro film è la donazione finale del bottino (premio, taglia, ecc.) ai poveri e ai deboli, o comunque la totale rinuncia al denaro, che corromperebbe la loro purezza. In “Lo chiamavano Trinità…” Bambino viene raggirato dal fratello Trinità, che dona ai mormoni della valle i cavalli rubati al maggiore, “come risarcimento” per tutte le angherie subite. Nel sequel dell’anno successivo, “... continuavano a chiamarlo Trinità”, i due riescono a sequestrare un ingente bottino a una banda di messicani che comprava armi di contrabbando dagli Stati Uniti, ma sono costretti a consegnare tutto il denaro ai ranger: si sono fatti passare per agenti federali e ora non possono fare la cresta su quei soldi. Anche perché quello grosso e con la barba somiglia incredibilmente a un razziatore di cavalli che stanno cercando. Senza contare che per tutto il film, ogni volta che i due fratelli pistoleri incrociano la stessa famiglia di contadini diretti a ovest, che all’inizio intendevano rapinare, finiscono per sganciargli un po’ di grana: il figlioletto soffre di aerofagia e ha bisogno di cure.


Tra sole e delfini, gomme al crisantemo, fagioli in padella e padellate in faccia, camicie hawaiane, motociclette della polizia, partite di pelota, elicotteri, hamburger, sigari, una birra e una salsiccia, cappelli panama, casi da risolvere e complotti da sventare, partite di poker, truck rubati con disinvoltura, gelati al pistacchio, match di football e valigette da un milione di dollari, Miami fa da sfondo a diverse pellicole: “I due superpiedi quasi piatti”, “Pari e dispari”, “Nati con la camicia”, “Miami Supercops”. In altri casi lo scenario è ancora più esotico: la giungla sudamericana di “Porgi l’altra guancia”, l’isola sperduta nel Pacifico di “Chi trova un amico, trova un tesoro” (Sergio Corbucci, 1981), l’Africa di “Io sto con gli ippopotami”… Un po’ come i cinepanettoni di oggi, che programmaticamente portano “in vacanza” gli spettatori ogni anno in una località turistica diversa, anche certa commedia italiana degli anni ‘70 non sfuggiva a una logica produttiva che voleva, per l’uscita spesso natalizia del film, sfondi da cartolina o perlomeno in grado di far provare allo spettatore il fascino dei luoghi lontani, come spiega lo stesso Terence Hill nell’extra del DVD di “Io sto con gli ippopotami”. In questo senso, le sequenze introduttive sono spesso programmatiche. Un classico è la panoramica dall’alto, con la macchina da presa montata su un elicottero che sorvola la città teatro dell’azione, mostrandone le attrattive turistiche quali spiagge, piscine, delfinari ecc. (“I due superpiedi quasi piatti”); oppure, come in “Pari e dispari” e “Miami Supercops”, si ricorre a una sequenza a episodi musicata che mostra una serie di luoghi e situazioni tipiche, alcune delle quali poi non avranno nemmeno parte attiva nella storia, ma che fungono da dépliant per lo spettatore. In “Miami Supercops”, ad esempio, locali notturni e spogliarelliste dell’incipit sembrano quasi degli specchietti per le allodole, visto che poi nel film non se ne vedono affatto.

Superfluo ricordarlo: la comicità fisica, slapstick, dei film di Spencer e Hill, sta quasi tutta nelle risse epiche in cui i due si ritrovano sempre coinvolti, volenti o nolenti. La loro specialità non è la buccia di banana sulla quale scivolare, o la panchina verniciata di fresco sulla quale qualcuno dovrà sedersi. Niente ispettor Clouseau o ragionier Fantozzi o Mr. Bean. Le risate arrivano quando è ora di darsele di santa ragione. Nell’extra del DVD di “... altrimenti ci arrabbiamo!”, dal titolo “Le botte, i cattivi, il piccione”, a cura di Mario Sesti, viene giustamente fatto notare: “Non sono stati certo loro a inventare lo spettacolo della gazzarra fisica, della destrezza quasi acrobatica della lotta, dello humour della percossa o della legnata. Anzi: il cinema, ai primordi, era molto simile al caos di una rissa continua. La loro intuizione, insieme alla convinzione del regista Barboni e del produttore Zingarelli, è stata quella di riproporre lo stesso primitivo spettacolo quando tutti pensavano che ormai appartenesse all’archeologia del grande schermo, ai primordi del cinema muto”. Tra le scazzottate più divertenti di tutti i loro film si possono annoverare quella nella palestra di “… altrimenti ci arrabbiamo!”, che diventa una miniera di armi improprie con tutti gli attrezzi ginnici che contiene; quella sulla nave del diabolico K1 in “Nati con la camicia”; quella nella panineria di “I due superpiedi quasi piatti”, in cui i due si fanno passare per uno zoppo (Hill) e un sordomuto (Spencer) con dei teppisti venuti a demolire il locale. Se a mani nude i due se la cavano benissimo, sanno anche improvvisare con tutto quello che gli capita a tiro: padelle, birilli, stecche e palle da biliardo, bottiglie. Un classico è la sistemazione finale dei cattivi, che dopo essere stati sconfitti, ormai semi incoscienti, vengono spediti tutti in un angolo a suon di “uppercut”, magari in attesa dell’arrivo della polizia. Sincronia perfetta e agilità dei movimenti, coreografie articolate, effetti sonori inconfondibili e antagonisti troppo sicuri di sé, buffi e simpatici nella loro cattiveria fanciullesca, fanno di queste scene dei pezzi da antologia della commedia italiana. Il tutto sigillato dal fatale “piccione” di Bud, ovvero il cazzotto verticale in testa che non lascia scampo a nessuno.

Ci sono però anche alcune gag slegate dai momenti più turbolenti, come ovviamente quelle che si dispiegano a tavola, vista la centralità che il cibo riveste costantemente per i personaggi della cinematografia Spencer-Hill. Bud che si sciacqua una mano nella brocca dell’acqua e poi si dà una rinfrescata dietro le orecchie e sul collo è un classico che ritorna in diversi film: “Io sto con gli ippopotami”, “Banana Joe” (Steno, 1982), “I due superpiedi quasi piatti”. Unica, invece, è la tazza che sembra non riempirsi mai nella prima sequenza di “Lo chiamavano Trinità…”. Seduto al tavolo di una stazione della diligenza, reduce dall’attraversamento del deserto, Trinità/Hill è tutto concentrato sulla sua padella di fagioli: con una mano lavora di cucchiaio, mentre con l’altra versa il vino nella tazza fin quasi a svuotare la bottiglia. Sembra quasi un gioco di prestigio.
In “… continuavano a chiamarlo Trinità” resta memorabile la scena del ristorante esclusivo: dopo aver vinto parecchi soldi a poker, i due si mettono in tiro acquistando degli abiti nuovi e si recano a pranzare in un ristorante decisamente al di sopra delle loro competenze di galateo. Gli occhi di tutti gli astanti ben presto si concentrano su di loro. Una bottiglia di champagne stappata, scambiata per un colpo d’arma da fuoco, li fa immediatamente saltare in piedi con le pistole puntate sul povero cameriere: “Non farlo mai più, amico”. Il maître, abituato a lesinare sulle porzioni, è costretto a uno strappo alla regola con Bambino/Bud, che fa calare le sue manone su piatti e vassoi, inchiodandoli al tavolo. Durante la preparazione delle crêpes suzette i due fratelli scambiano le fiamme per un attentato: buttano acqua sul fuoco e strapazzano il personale di sala, per poi andarsene tra sguardi esterrefatti e scandalizzati. Una scena comica che verrà consapevolmente ripresa qualche anno più tardi: “The Blues Brothers” (John Landis, 1980). Anche qui i protagonisti, interpretati da Dan Aykroyd e John Belushi, sono due fratelli a corto di galateo, che però in questo caso sfruttano consapevolmente i propri modi incivili, anche esagerandoli, per ricattare il trombettista della loro vecchia banda, ora maître di un ristorante di lusso: o lui accetta di tornare a suonare con loro oppure se li ritroverà come clienti fissi, rendendogli la vita impossibile.


Ma Bud e Terence divertono anche perché riescono a sfoggiare il massimo aplomb in situazioni, battute e capi di vestiario al limite del surreale. Quando in “Nati con la camicia” devono farsi  passare per “due ricchi texani goderecci e vogliosi di spassarsela” (secondo le istruzioni del capo della CIA), si presentano all’hotel vestiti in maniera a dir poco eccentrica, con una pacchiana Lincoln Continental Mark III dorata, sul cui cofano fanno bella mostra le corna di un toro, portandosi appresso a rimorchio la vacca Brunilde: “Noi beviamo solo latte della nostra fattoria, la mattina”. Il carrello appendiabiti dell’hotel diventa un mezzo di trasporto: i due ci salgono sopra, aggrappandosi alla sbarra come se fossero su un autobus, e al povero facchino non resta altro da fare che spingerli a forza di braccia. L’ingenuità dei personaggi di Bud offre un sacco di spunti comici: sempre in “Nati con la camicia”, nel bagno della camera dell’hotel, rimasto interdetto alla vista del bidet (che nei Paesi anglosassoni non si usa), Mason/Spencer esclama: “Perché due tazze?”, e Steinberg/Hill gli risponde: “Ma come, non lo sapevi? La gente ricca… la fa insieme, no?”. “Che zozzi!”, conclude Spencer. In “… altrimenti ci arrabbiamo!”, i due continuano imperturbabili a bere e mangiare nella birreria che viene fatta letteralmente a pezzi dai cattivi di turno, tra bottiglie spaccate e sedie che volano, mentre tutti i clienti fuggono via: “Avevi detto che era un posto tranquillo o sbaglio?” (Bud) “Infatti si sta svuotando!” (Terence). Al momento di pagare, Ben/Spencer commenta: “Beh… gli manderemo un assegno. Non vorrei che subissero un danno”, mentre cade a terra pure il registratore di cassa. Se il cibo è giustamente, insieme ai cazzotti, un ingrediente fondamentale dei film della coppia, è una logica conseguenza che alcune delle battute migliori facciano leva su questo elemento. Il trucco è semplice ma efficace: basta creare accostamenti palatali impossibili e presentarli con nonchalance. Da “… altrimenti ci arrabbiamo!”, Ben/Spencer: “Ah, s’è alzato presto, stamattina, il signorino. Vuoi una tazza di tè?”; Kid/Hill: “No, grazie. Una zuppa di cipolle”. Da “I due superpiedi quasi piatti”, Walsh/Spencer: “Vuoi una gomma?”; Kirby/Hill: “Che gusto è?”; Spencer: “Al crisantemo!”; Hill: “Il crisantemo non mi piace”.
Innumerevoli poi le occasioni in cui Terence si fa beffe di Bud, più o meno esplicitamente, approfittando della sua ingenuità ma rischiando anche di subire le conseguenze della sua collera. Un solo, magistrale esempio: la sequenza del gelato al pistacchio in “Pari e dispari”, in cui Johnny/Hill assilla Charlie/Spencer, riciclatosi gelataio dopo aver perso il suo camion, con la richiesta del gusto pistacchio, che Charlie gli ripete più volte di non avere. “Non ce l’ho il pistacchio. C’ho la vaniglia, cioccolato, fragola, limone e caffè!” [...] “Charlie, mi raccomando il pistacchio, eh!”. Si fa prima a vederla che a spiegarla (basta cercarla su youtube).


L’elemento quasi invariabile dei film di Bud e Terence, insomma, è quella peculiare atmosfera scanzonata (uno degli aggettivi più usati per descrivere il loro cinema) e di buonumore, creata ad esempio dalla colonna sonora, dall’ambientazione esotica, dalle situazioni strampalate, ma anche dal fatto che, se la violenza c’è, è quasi innocua, quasi da cartone animato, senza sangue. Quindi una violenza irresistibilmente spassosa. Si tratta sostanzialmente di film per famiglie, anche se di famiglie i protagonisti non ne hanno quasi mai, lasciando intendere che nemmeno ne vogliano avere. Le armi da fuoco, a parte le storie ambientate nel West, sono praticamente bandite; se spunta una pistola, verrà presto gettata in acqua o fuori del saloon in cui si sta per scatenare la rissa. “Miami Supercops” fa eccezione: più pallottole e meno scazzottate, anche i cattivi non sono per niente buffi, al contrario del solito. È un film più silenzioso, meno spensierato, più vicino al genere poliziesco-investigativo classico. Non a caso è proprio il film che sancisce la conclusione del sodalizio tra i due attori (con un’unica eccezione, di cui si dirà più avanti). Ma di solito si respira aria di evasione infantile nei film di Bud e Terence: guardarli fa tornare bambini, i loro personaggi sono due giocherelloni, due monelli cresciuti soltanto fisicamente. Che spesso accettano un gioco più grande di loro stessi, prendendolo sottogamba e finendo quindi per vincere. “Nati con la camicia” è l’esempio perfetto: due animali da strada, senza arte né parte, vengono scambiati per agenti della CIA. Pur di tenersi la valigetta da un milione di dollari che gli è stata consegnata, finiscono per compiere una missione impossibile, salvando il mondo da una terribile minaccia.

Non è un caso allora che alcune sceneggiature diano anche libero sfogo alle rime, ai proverbi, ai modi di dire, alle filastrocche. In “Porgi l’altra guancia” Padre G., il (falso) missionario interpretato da Hill, che insieme a Padre Pedro (Spencer) si trova nella giungla del Sudamerica a lavorare in una missione, durante il viaggio in barca verso il porto di Maracaibo, recita fra sé e sé: “Trenta giorni e trenta notti navigando su quel mar… se non canti, se non scrivi, se non picchi tuo fratello, se non mangi un pipistrello, se non bevi a garganella, suona allor la campanella”. Più tardi, dopo essere finiti sotto le armi dei prepotenti di turno, Padre Pedro, costretto a saltare il pasto, reciterà a sua volta: “San Camillo, San Camillo, fammi stare un po’ tranquillo; San Tommaso, San Tommaso, or mi vien la mosca al naso; San Clemente, San Clemente, fa’ ch’io sia molto paziente, ché se perdo la pazienza devo fare penitenza”. In “Pari e dispari”, durante la partita a poker con il Greco, Johnny/Hill innervosisce il suo avversario con una raffica di proverbi ed espressioni personalizzati: “Impara l’arte e giocatela a carte”; “Punto senza vedere: mi fido ciecamente del sedere!”.

Anche ai tempi d’oro del sodalizio, Bud e Terence hanno comunque girato da soli diversi film: “Il mio nome è Nessuno” (Tonino Valerii, 1973), “Banana Joe”, “Lo chiamavano Bulldozer” (Michele Lupo, 1978), “Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre” (M. Lupo, 1979), “Poliziotto superpiù” (Sergio Corbucci, 1980), “Bomber” (M. Lupo, 1982). A volte riuscendo a far funzionare i propri personaggi anche senza la presenza del partner, riproponendo sostanzialmente gli stessi tipi già sagomati fin dai tempi di “Trinità”; in altri casi discostandosi invece dai sentieri battuti e cercando delle soluzioni nuove. In “Lo chiamavano Bulldozer” e “Bomber”, ad esempio, al personaggio di Bud Spencer rimane ben poco dell’ingenuità infantile e della scontrosità che lo rendono così scompisciante al fianco di Terence Hill. Bulldozer e Bomber sono ex campioni di sport (football in un caso, pugilato nell’altro) che hanno voltato le spalle a un mondo dominato da incontri e scommesse truccate, ma che per amore dello sport e per aiutare dei giovani pieni di sogni ed ideali decidono di tornare a lottare per un ultimo, grandioso incontro/scontro. Che pareggerà i conti una volta per tutte. In entrambi i casi il protagonista è un vecchio lupo di mare, a modo suo un uomo di mondo, saggio e navigato, molto più maturo e vissuto rispetto a un Doug O’ Riordan (“Nati con la camicia”) o a un Charlie Firpo (“Pari e dispari”), che ricorre alla sua enorme forza bruta solo quando è strettamente necessario. In “Bulldozer”, in particolare, lo sport è proposto come un modo per riportare i giovani sulla retta via: nella sua squadra Bulldozer recupera un rapinatore, un giocatore d’azzardo e un picchiatore. Quasi un Gesù dei tempi moderni.

“Botte di Natale” (1994, regia dello stesso Terence Hill) si può considerare il tentativo non riuscito di resuscitare la coppia che aveva fatto scintille per quindici anni, dall’inizio dei Settanta fino a metà degli Ottanta. Nove anni dopo l’ultima pellicola che li aveva visti fianco a fianco (“Miami Supercops”, del 1985), “Botte di Natale” sembra arrivare fuori tempo massimo, con una sceneggiatura troppo debole e degli attori troppo stanchi per poter far rivivere l’incantesimo di un tempo che fu, un premio di consolazione deludente rispetto a quel “Don Chisciotte” di cui per tanti anni si è parlato, senza farne mai niente. Terence Hill, in particolare, in questo film sembra adagiarsi troppo sul personaggio di Lucky Luke, di cui ha vestito i panni fino a poco prima (il lungometraggio è del 1991, la serie televisiva viene prodotta tra il 1991 e il 1993), ben lontano dallo smalto e dall’argento vivo che contraddistinguevano i suoi personaggi di un tempo. C’è troppo buonismo, in “Botte di Natale” (anche se non manca la consueta antipatia, intrisa di cinismo, che i personaggi di Bud hanno sempre nutrito verso quelli di Terence, anche e soprattutto quando i due sono fratelli, come accadeva nel “capostipite” “Lo chiamavano Trinità…”), a cui non giova affatto la scrittura musicale, piuttosto melensa e di maniera, dell'altrimenti grande e virtuoso Pino Donaggio (spesso compositore, tra l'altro, anche per le opere di un regista della caratura di Brian De Palma). Tutt’altra musica, è il caso di dirlo, rispetto ai motivetti irresistibili dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, alias gli Oliver Onions, che sapevano dare un tocco magico alla miscela vincente dei tempi d’oro. Magari un intero film insisteva su un solo tema principale, con uno scarno contorno di due o tre altri brani, ma l’ampio ventaglio degli arrangiamenti (o le semplici variazioni di tempo, ora più rapido ora più lento) e la corrispondenza tra il “mood” musicale, quello dei personaggi e quello più generale del film bastavano per fare di quel pugno di note un riff instancabile, da canticchiare e fischiettare senza stancarsi mai. In ambito musicale vanno riconosciuti anche i meriti di Franco Micalizzi, che oltre allo straordinario tema di “Trinity”, riportato al successo qualche anno fa dalla cover di Mario Biondi,, firmò le musiche di “Nati con la camicia” e “Non c’è due senza quattro” (Enzo Barboni, 1984), e di Walter Rizzati, autore dell’indimenticabile “Grau grau grau” di “Io sto con gli ippopotami”, cantato da Bud Spencer con la sua voce originale. Anche per le musiche vale quindi il principio di cui si diceva prima a proposito delle sceneggiature: squadra che vince si può anche cambiare, se gli schemi di gioco rimangono gli stessi. Ma è proprio degli Oliver Onions una pietra miliare come la colonna sonora di “... altrimenti ci arrabbiamo!”, con il celebre brano “Dune Buggy” e con il “Coro dei pompieri”, che accompagna l’esilarante sequenza in cui i due, per sfuggire al killer soprannominato Paganini, cercano di confondersi a teatro tra i membri del coro che stanno provando, con Ben/Spencer che “stecca” l’assolo (anche qui, un youtube vale più di mille parole).

Bud e Terence, nei personaggi che interpretano ma di riflesso anche come attori e persone in carne e ossa, non sarebbero stati gli stessi senza le voci inconfondibili dei loro doppiatori storici. Pino Locchi, la voce di Terence Hill, è scomparso nel 1994, mentre Glauco Onorato, alter ego vocale di Bud Spencer, è venuto a mancare il 31 dicembre 2009. Grandi doppiatori perché capaci di completare l’identità di quei personaggi con delle voci talmente calzanti, cucite su misura, da sembrare quelle originali degli attori.

Parafrasando la dedica introduttiva che si può leggere nell’edizione DVD di “Lo chiamavano Trinità...” e altri film, rivolta al produttore e regista Italo Zingarelli, si conceda a chi scrive di concludere l’articolo salutando, con grandissimo affetto e gratitudine, i due grandissimi attori: “A Bud e Terence, grazie perché dopo più di quarant’anni ci fate ancora ridere con i vostri film”. E all' "onorevole omone" diciamo inoltre: "Buon volo! Tu che per passione pilotavi gli elicotteri, da oggi potrai solcare i Cieli con le tue sole ali da grande drago buono".

Giulio Brillarelli