Oshima, il poeta della morte

25/01/2013

Ci ha lasciati a 80 anni Nagisa Oshima, regista estremo, ossessionato dai temi della morte, della passione e della tradizione. Lo avevamo incontrato un paio di volte al Festival di Cannes, la manifestazione che lo ha fatto conoscere e amare anche dal pubblico occidentale. Incontrato e intervistato, ma non conosciuto, perché Oshima era estremamente dolce e riservato, uomo quasi timido e “a bassa voce” che preferiva esprimersi attraverso le sue opere spesso critiche nei confronti sia della realtà presente che del passato.
Nato a Kyoto nel marzo del 32, si laurea in scienze politiche ma si avvia al dapprima come sceneggiatore e assistente alla regia. L'esordio è del 59. I suoi primi titoli sono estremamente suggestivi: Il quartiere dell'amore e della speranza, Racconto crudele della giovinezza, Notte  e nebbia del Giappone. Gli occorrono più di 10 anni e ben altri 28 film prima che il cinema occidentale si accorga di lui: ciò avviene grazie a La cerimonia, del 71, presentato alla Quinzaine des Realisateurs, sconvolgente film, giocato sui flash back, sulla morte e la decadenza di una famiglia, che appare già come una summa funerea del suo cinema. La notorietà presso il grande pubblico si ha però nel 76 grazie a Ai no corrida, corrida d'amore, in francese L'empire des senses, tradotto in italiano con l'ammiccante Ecco l'impero dei sensi. Anche qui presentato alla Quinzaine ha un successo di scandalo per l'alto tasso di erotismo (da noi sarà massacrato dalla censura), erotismo però che turba più che per quanto è mostrato per il morboso rapporto che ha con la morte. A Cannes è in concorso nell'83 con Merry Christmas Mr Lawrence (misteriosamente ribattezzato da noi come “Furyo”) e poi ancora nell'86 con una produzione francese “Max mon amour”, surrealista dramma amoroso sceneggiato da Jean Paul Carriére  (lo sceneggiatori di Bunuel, per intendersi) tra una donna e un gorilla. Problemi di salute lo tengono poi lontano dal cinema. Nel 99 esce il suo ultimo film, Tabù- Ghoatto, che riprende in maniera ancor più stilizzata il tema dell'omosessualità tra samurai in qualche modo già presente in Furyo. Ancora amore e morte, conflitto interno e tra persone, pulsioni e tradizioni, cifra tematica di un autore che, stilisticamente, si distingue per la sua compostezza: piani sequenza, inquadrature “pulite”, un andamento lento e rituale, con messinscene quasi teatrali.

“Furyo è un film sullo scontro tra due diverse culture – ci aveva detto – la cultura orientale e quella occidentale, e ciò che si svolge nel film è proprio il risultato dell'urto  di queste differenti culture. La situazione narrata in questo film è frequente in prigionia , e qui è portata al parossismo, ed è proprio il parossismo del rapporto che si instaura tra gli ufficiali inglesi e i loro carcerieri giapponesi che permetterà di sormontare le differenze”
Il film si muove in bilico tra queste due mentalità, e un aspetto che sicuramente colpisce lo spettatore europeo è che la parte ambientata, in flash back, in Inghilterra, è quella più stilizzata e che maggiormente riflette la mentalità giapponese – fatta di sguardi e gesti precisi, che vede la violenza come rito e modo d'esprimersi, anche quando ciò che vuole esprimere è l'amore – o almeno la visione che ne abbiamo noi
“Sono un regista che cerca situazioni estreme, ho sempre voluto fare un film dal punto di vista di chi è oppresso. La razza giapponese è una razza oppressa e repressa, ed è questo che ho voluto mostrare  in Furyo. Non volevo fare un film di guerra. È stato per caso, ero in libreria e sono incappato in un libro “Il seme e il suo seminatore" di Laurens Van der Post e ho pensato che vi erano molte cose che potevo mettere in un film. Come i demoni. Sono sempre stato interessato ai demoni che vivono nei nostri cuori, alle azioni che la gente commette e che non hanno spiegazione”

Elena Aguzzi