Storie di Fantasmi e memorie dall’invisibile

26/08/2010

Categoria: spiriti

Longevità: illimitata

Punti di forza: pochissimi. Sono gli “esterni/revenanti” in assoluto meno pericolosi perché derivanti da questo mondo e ancora saldamente legati ad esso. A parte l’immaterialità e la capacità di interagire con gli oggetti, possono fare davvero poco oltre a spaventarci.

Punti deboli: quasi tutti: i fantasmi non riescono neppure bene a comprendere di non essere più in vita, rimangono ossessionati dalla loro morte finchè un vivo non li aiuti, sono ancorati alle confuse memorie della loro precedente esistenza e spesso anche ai luoghi che hanno abitato. Tentano di comunicare con i mortali in modo caotico anche perché, come si diceva, spesso rifiutano l’idea di essere defunti. Non hanno finalità e progetti come i veri esterni, ma si limitano ad azioni istintive e, spesso, infantili. Possono desiderare la vendetta e spingere i vivi a compierla per loro, ma non vi sono prove di fantasmi che siano riusciti a superare questo livello di intelligenza.

Cose vere sul loro conto:
la loro presenza abbassa di molti gradi la temperatura di un ambiente in cui si manifestino, possono interagire con oggetti semplici e, con l’aiuto di un medium, comporre anche frasi, purchè elementari e dal significato piuttosto vago. Sono confusi, irrazionali e irascibili, come se la mancanza di un supporto corporeo abbia causato seri danni al pensiero della loro essenza superstite. Possono essere dispettosi e vendicativi, a seconda dell’indole che avevano da vivi. I fantasmi generati da morti violente sono quelli che meglio riescono a stabilire un contatto con chi li evoca, ma il loro modus comunicandi è comunque più emotivo che verbale. Gli esorcismi sono inutili: i fantasmi non sono demoni, e la religione esclude che lo spirito dei morti possa tornare dall’oltretomba.

Cose non vere sul loro conto: non è vero che possono trasformare i mobili di una casa in draghi sputa fuoco, non è vero che possono scagliarti contro un lampadario come fosse una freccetta e non sono dei cecchini, quindi non abbiate paura: nessun fantasma vi colpirà con un attizzatoio dal camino a venti metri da voi. La loro interazione con l’ambiente è parziale e confusa, come se non riuscissero più a capirlo e gli fosse quasi impossibile orientarsi al suo interno. Immaginate i fantasmi come uomini sotto effetto di droga o alcol che non riescano a camminare in linea retta e sentano suoni ovattati con una parziale comprensione di quello che stavano facendo.

L’Espertone consiglia: poca roba, i fantasmi, di norma, non sono pericolosi. In ogni caso, evitate di fare domande del tipo: “Nonna, dove hai nascosto i gioielli di famiglia? Vorrei rivenderli, tanto ti ricorderemo comunque.” Non restateci male se poi la presenza dovesse tentare di colpirvi con un bicchiere o un cuscino del divano: simili domande fanno incazzare anche i vivi.
Se siete religiosi, sappiate che la Chiesa considera peccaminose le sedute spiritiche.
Potrebbe sembrare il suggerimento di un idiota, ma non sparategli. Capite che non potreste fargli nulla, no? Alcuni registi americani non ne sono tanto sicuri e ci provano, per questo andava detto.
Non fate la solita confusione tra fantasmi, demoni, angeli custodi e santi. Da quel che si può comprendere, l’oltretomba è uno spazio caotico ed in perenne mutamento, gli spiriti che lo abitano non hanno o non hanno più la nostra stessa percezione, dunque non disturbate il nome di un parente defunto perché vi aiuti a ricordare la combinazione della cassaforte che avete in camera d’albergo. Numeri e forme geometriche perdono di senso nell’universo oltremondano. Nel caso suddetto, rivolgetevi alla reception.

E’ legittimo pensare che l’ultimo retaggio della religiosità politeista risieda proprio nel nostro desiderio di credere ai fantasmi. L’oltretomba omerica, quella destinata ai non eroi, era un luogo buio, polveroso, lontanissimo, popolato da fragili ombre che vagano in eterno senza scopo, con remoti ricordi e confusi pensieri. Larve silenziose, la cui volontà è stata spezzata dalla morte, deboli memorie quasi invisibili di quel poco che furono in vita. Ecco cosa sono i fantasmi: memorie invisibili, da un mondo invisibile. Dotate di pensiero? Forse sì, anche se Stephen King, nel suo romanzo “Mucchio d’ossa”, si domanda se qualunque cosa sopravviva dopo la morte riesca a mantenere la propria sanità mentale. In effetti, il supremo dei traumi muterebbe o farebbe impazzire quello che di noi dovesse sopravvivere, o ci renderebbe  disorientati, senza più una forma e un tempo, dopo decenni di pesantezza, dolore fisico, limitazioni di spazio e di ore, necessità primarie. La domanda che da piccoli ci si pone è: come sarà vivere solo da anime? I dubbi che ci si pongono da grandi hanno un carattere più scientifico e delle risposte meno romantiche. Se il pensiero è un processo elettro-chimico del cervello, può esistere pensiero senza un cervello? Ammettendo una risposta affermativa, che ne sarebbe di lui? Di certo cambierà, si adatterà ad un cosmo in continuo divenire. Oppure resterà immobile, fermo all’ultima sensazione corporea, o a quella più piacevole, o a quella più terribile. Amanti eterni, vecchie signore che si aggirano fra i labirinti delle biblioteche in cerca di romanzi ottocenteschi, ma senza più toccare terra, soldati in perenne attesa di un nemico ormai estinto, vittime che contemplano il sangue sgorgare dalle proprie ferite ma senza provare alcun dolore, se non una sensazione di freddo. Da Edith Wharton a Benson, da Maupassant a William Blake, fino a Ray Bradbury, gli spettri sono stati questo: una cosa che c’è e non c’è al contempo, un cigolio della porta, lo scricchiolare del legno di una antica dimora, un lampo di luce, la fiammella della candela che improvvisamente trema senza correnti d’aria. L’elettricità e dunque l’assenza di zone d’ombra nei luoghi abitabili ha reso i fantasmi più prudenti, ma non li ha estinti. Nessuno potrà mai estinguerli finchè noi li chiameremo, generati dall’estrema volontà di non perdere chi amiamo, ed essendo noi disposti ad accettarli anche profondamente mutati. Lovecraft e Edgar Allan Poe sono stati fra i primi scrittori a trattare di fantasmi in modo diverso, ispirando i moderni e tutta quella cinematografia americana che ha partorito idiozie come “Haunting Presenze”, con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones. Ma le intenzioni di Lovecraft e prima di Poe non erano votate a rendere gli spiriti dei mostri orridi e geniali, in grado di far impazzire i vivi attirandoli in cavillose trappole. Essi tentavano solo di dar forma compiuta al visionario misticismo di Blake, animista e oscuro profeta di un mondo dei defunti che, ai suoi occhi, non era mai del tutto separato da quello dei vivi. La percezione sciamanica del cosmo, i corvi e i lupi a far da tramite con gli estinti, i punti di contatto fra l’esistenza terrena e quella oltre, invece di confluire nelle minacciose ma pur sempre deliranti atmosfere di “Lijeia” e “La rovina della casa degli Usher”, per il cinema è stata la chiave d’accesso ad un horror che si credeva perduto nelle nebbie inglesi dei primi del novecento. Ma la confusione, ormai, era compiuta: gli spettri non erano più larve omeriche, bensì una via intermedia fra i demoni e le altre variegate mostruosità esterne. C’era bisogno di sangue, di rumore e di spari, e la nuova tecnologia non lasciava spazio al respiro rarefatto dei morti. Il ritorno al vero fantasma arriva dall’oriente, anche se in modo parziale. La raffinata visione giapponese dell’horror ha proposto film di estremo interesse come “The Ring” e “Dark Water”, magari trascurando il meno ispirato “The Call”. In queste pellicole, e menzioniamo anche “Ombre dal passato” per l’agghiacciante finale e “Pulse” per gli scenari da apocalisse interiore, i movimenti, ciò che avviene, le modalità stesse per provocare angoscia nello spettatore seguono i tempi degli spiriti di una volta, con le loro ossessioni a tormentarli in eterno, gli amori ormai ciechi e crudeli, le ferree e illogiche necessità di vendetta applicate a caso. Se la tecnologia esiste, allora perché non usarla per veicolare gli spettri in questa dimensione, come in passato si faceva col buio e le soffitte? Una voce sconosciuta che piange al telefono, una connessione internet imprevista che mostra immagini in apparenza senza senso, un televisore che lascia correre un fugace, terrificante fotogramma sullo schermo LSD. E’ questa la paura dell’effimero, l’inquietudine che tutti noi abbiamo provato non si sa quante volte spegnendo la luce, e la sensazione inconscia di non essere mai completamente soli. La paura e il sollievo, si badi bene. Perché credere negli spettri è sperare nella vita eterna, e se molti hanno rinunciato all’idea di una gioia infinita, forse anche una landa desolata e perennemente al crepuscolo è pur sempre meglio del nulla.

Carlo Baroni