Il colore del melodramma

16/05/2008

Lo hanno tirato in ballo per il mediocre “8 donne e un mistero” per via dei costumi e delle scene, e per il bellissimo “Lontano dal paradiso” per i colori, le luci, le ambientazioni, gli arredi, le atmosfere, i temi e certi aspetti della trama. Si tratta di Douglas Sirk (1897 ? – 1987). Nato ad Amburgo, giornalista e pittore, esordisce in Germania negli anni ’20 come regista teatrale, e nel cinema nel decennio successivo. Trasferitosi negli USA dirige ancora diverse pellicole ed esplode negli anni ’50 con film indimenticabili come i bellissimi, esagerati “Magnifica Ossessione” ( Magnificent obsession) e “Come le foglie al vento” ( Written on the wind), il faulkneriano “Il trapezio della vita” (The tarnished angels),  lo struggente e decadente “Tempo di vivere” (A time to live and a time to die), da Remarque, o anche il meno riuscito “Interludio” (col nostro Rossano Brazzi). Nel ’59 però, dopo aver realizzato il suo film-simbolo, “Lo specchio della vita” (Imitation of life), si ritira, per ragioni di salute fisica e mentale, e torna in patria fino alla morte.

Nonostante il successo di pubblico, la critica lo bistratta, giudicandolo solo l’autore di lacrimevoli film rosa, finché, negli anni ’70,  viene rivalutato da Reiner Werner Fassbinder, che lo cita come suo padre putativo per la medesima passione per il melodramma, e realizza un remake dal suo “Secondo amore” (All that Heaven allows), “La paura mangia l’anima”. Passata però anche la cotta critica per Fassbinder, ecco Sirk ricadere nell’oblio. Ma ora, finalmente, con le pellicole citate e grazie alla rivalutazione generale del melò (vedi per esempio la rassegna veronese Schermi d’Amore – cfr. articolo qui a lato – o gli elogi al cinema di Almodovar e di Ozpetek), il nome di Sirk sta tornando alla ribalta, oscurando anzi quello di colleghi come il grande Vincente Minnelli , Delmer Daves, George Stevens, Michael Curtiz (per tacere dei maestri Vidor, Dieterle, Sthal e Mankiewicz….), che pure spesso utilizzavano gli stessi stilemi o le stesse muse (come la divina Lana Turner o il romantico Rock Hudson). Cosa lo distingue dagli altri?

Forse proprio i colori. Mentre il technicolor veniva usato solo per i tramonti, Sirk utilizzò tinte e luci in maniera espressionistica e pittorica, per sottolineare condizioni e stati d’animo dei protagonisti: si pensi ai giubbotti del giardiniere Rock Hudson, intonati ai colori della natura, o a “Magnifica Ossessione”, che in mano a un onesto mestierante sarebbe stato solo un film lacrimevole, ma che ha delle luci di taglio e dei colori sul verde e sul blu che raffreddano magistralmente la materia incandescente.

E poi lo “style”. Costumi e oggetti esistevano nella realtà dell’epoca, ma fu Sirk ad assemblare quelle spyder, gonne, foulard, scale, “inventando” gli anni ’50 americani nell’immaginario collettivo. Quanto ai temi, egli riuscì a sdoganare in confezione di lussuoso melodramma degli argomenti “scabrosi”.

Perché allora fu sempre considerato un autore di serie B? l’innegabile limite del suo cinema consiste in un’irresistibile attrazione per il kitch. Provate, per esempio, a paragonare i finali dei suoi due film più celebrati, “Secondo amore” e “Lo specchio della vita”, con il succitato “Lontano dal paradiso” di Todd Haynes. Quest’ultimo punta più sulla drammaticità psicologica della vicenda che sulla tragedia conclamata, e non termina né con morti, né con happy end, bensì con un doppio abbandono. “Secondo amore”, invece, potrebbe concludersi con una scena capolavoro, quella in cui la protagonista, disperata per la forzata fine della sua love story, si vede regalare un televisore, e mentre gli amici ne tessono gli elogi (“ …potete avere tutta la compagnia che volete: drammi, commedie, lo spettacolo della vita a portata di mano”) lei vede il proprio volto riflesso nell’apparecchio. Invece no, Sirk deve colpire basso e fa avere al suo giovane innamorato un incidente quasi mortale. Non basta: a questo punto la donna, stavolta col consenso della società che fino ad allora l’aveva osteggiata, corre tra le sue braccia e lui – udite udite – si riprende  e le sorride: finalmente riuniti! E che dire de “Lo specchio della vita”, dove non solo ci tocca subire la morte della serva negra, con tanto di agonia e ultime volontà, ma al suo funerale la figlia, che l’aveva rinnegata, si getta sulla sua bara singhiozzando “ Volevo tornare da te, e tu non l’hai mai saputo!”…..

Ma, per un sottile e perverso scherzo estetico, forse è proprio questo suo spudorato puntare alla lacrima, questo suo non vergognarsi d’essere sfacciatamente sentimentale rinunciando ad essere “grande”, la vera ragione della sua riscoperta, e del nostro amore per i suoi film.

Elena Aguzzi