John Cassavetes

03/05/2008

Ci sono due John Cassavetes: il regista che ha pressappoco inventato il cinema indipendente, e l’attore specializzato in ruoli nevrotici. A noi stanno a cuore entrambi i due volti dell’artista newyorkese, ma, per quanto la sua più celebrata importanza consista nell’essere stato un autore innovativo ( “spiritual father of the filmakers” è il motto con cui lo si definisce e che gli è valso un francobollo commemorativo), è con particolare affetto che pensiamo al suo volto ragazzino in memorabili pellicole di serie B.

John Nicholas Cassavetes nasce a New York nel ‘29 da una famiglia greca. Da subito vuole fare l’attore: il padre non è entusiasta, e nemmeno l’Actor’s Studio lo è, tanto che il giovane John si diploma presso il più tradizionale Istituto d’Arte Drammatica. I suoi esordi datano 1956, grazie a Don Siegel, col film “Delitto nella strada”. Alla regia, invece, giunge nel 1960 con “Ombre”, un film semi sperimentale girato in 16mm che l’anno dopo giungerà addirittura al Festival di Venezia.
Nel ’54 sposa la collega Gena Rowlands, che apparirà in ben 10 film diretti dal marito, dando il meglio di sé e candidandosi all’Oscar, e che resterà con lui fino alla fine, avvenuta per cancro il 3 febbraio dell’89. Insieme hanno 3 figli, uno dei quali, Nick, è oggi a sua volta un apprezzato regista.
Si diceva del regista indipendente, che con cinepresa a mano segue a distanza ravvicinatissima i volti dei suoi attori-feticcio (oltre alla Rowlands, Pater Falk, Ben Gazzara, Seymour Cassell, tutti suoi amici), in un riuscito cinema – verità di finzione (cioè, storie inventate e attori che recitano ruoli e non se stessi, ma il tutto con un tono che può sembrare documentaristico o improvvisato e che rispecchia la realtà quotidiana). Dopo “Ombre” Cassavetes ha un po’ di incertezza e cerca di mettersi in riga con Hollywood con due film che invece risultano stridenti e impacciati, “Blues di Mezzanotte” e “Gli esclusi”. Ma nel ’68 con “Volti” il suo modo di fare cinema diventa una lezione anche per gli altri cineasti. Seguono “Mariti”(in cui lo stesso Cassavetes recita accanto a Falk e Gazzara), “Minnie e Moskowitz”, “Una moglie”, dove giganteggia Gena Rowlands. Con “Assassinio di un allibratore cinese” reinterpreta a suo modo il noir. In “La sera della prima” si confronta con la moglie in uno psicodramma che seduce Almodovar, e alla stessa dedica il ruolo di indimenticabile protagonista di “Gloria”, dove trova il magico equilibrio tra cinema ispirato e personale e esigenze “di cassetta”. Sempre coerente con se stesso, ma un po’ in calo, interpreta e dirige “Love Streams”, mentre nell’85 dirige il suo ultimo film, che è invece una divertente farsa girata per compiacere all’amico Falk, “Il grande imbroglio”.
E poi c’è quel John Cassavetes che recita per gli altri e che assomiglia tanto a Paul Newman. È fragile e tenero, con una punta di pazzia. Fa coppia con Sidney Poitier in “Nel fango della periferia”, e gli dà vita. Dà vita anche a un western che , grazie alla sua presenza, può definirsi anomalo, “Lo sperone insanguinato”. Si ritaglia un ruolo che spicca tra gli altri nel film culto per machos “Quella sporca dozzina”.
Soprattutto, è il protagonista di una pellicola di serie B che farà la storia del cinema, “Contratto per uccidere” di Don Siegel, in cui è un appassionato di corse automobilistiche che per amore partecipa a una rapina e che, all’inizio del film, verrà ucciso dal killer Lee Marvin (ed è proprio Marvin che dà inizio al lungo flash back chiedendosi: perché un uomo che sa che lo stanno per uccidere non cerca di fuggire?). Per il grande pubblico, è il diabolico marito di Mia Farrow nel capolavoro di Polansky “Rosemary’s baby”: il suo volto ambiguamente sospeso tra amore e satanismo contribuisce alla perfetta riuscita orrorifica del film.
Nel 69 sbarca in Italia, dove interpreta due polizieschi, “Gli intoccabili” di Giuliano Montaldo, un buon film di genere che proprio in Cassavetes e Falk ha il suo asso nella manica (però non va dimenticato Salvo Rnadone nel suo ennesimo ruolo di mafioso), e il più piatto “Roma come Chicago – Banditi a Roma” di Alberto de Martino.
L’amicizia con Peter Falk lo porta anche a rendere superbo un episodio della serie “Colombo”, e sulla loro sintonia nel duettare è costruito lo straziante film di Elaine May “Mikey e Nicky”, mentre è accanto a Gazzara in un bel film su Al Capone che in Italia gira con un titolo fesso, “Quella sporca ultima notte”. Ma negli anni ’70-‘80 è la carriera di regista che lo assorbe maggiormente, e se recita lo fa soprattutto per se stesso, o in film che non eccellono e in cui spesso ha ruoli di spalla , evidentemente distratto dalla realizzazione delle proprie opere (“ Panico allo stadio”, “Fury”, “Obiettivo Brass”, “Di chi è la mia vita”, “Incubus”). Prima di ammalarsi fa in tempo a interpretare un film strambo accanto alla moglie, “Tempesta”, che Paul Mazursky trae da quella di Shakespeare ma in chiave moderna. Poi Cassavetes è ancora diretto da Cassavetes, per lasciarci negli occhi e nel cuore il suo sorriso storto e il suo sguardo dal basso all’alto che hanno illuminato tante pellicole.

Elena Aguzzi