“Little” Joe Dallesandro

12/11/2013

“Little Joe never once gave it away, everybody had to pay and pay....”. D'accordo, non sono esattamente le parole che uno vorrebbe come epitaffio, ma è comunque lusinghiero diventare i protagonisti di una canzone, specialmente se questa è “Walk on the wild side”. “Little” Joe Dallesandro si è conquistato tale onore diventando una star della Factory di Andy Warhol, e ciò in virtù di una bellezza da togliere il fiato.
Joseph Angelo D'Allesandro III nasce il 31 dicembre del 48 in Florida, e da bambino si trasferisce a New York al seguito del padre, separato. Ha un'infanzia e una adolescenza agitate, segnate da affidi ai nonni, collegi e anche riformatorio. A 17 anni si mantiene facendo il modello di nudi. Il ragazzo infatti è piuttosto bassino, ma ben fatto: capelli fini, lineamenti angelici, sorriso seducente e un bel corpicino che mostra spesso e volentieri (la nostra linea editoriale ci spinge ad usare illustrazioni  castigate, ma cercate su google, troverete sicuramente immagini soddisfacenti). Da lì a poco viene notato da Andy Warhol e Paul Morrissey e comincia ad apparire in film che lo lanciano come oggetto di culto dell'avanguardia artistica e gay.
Con “Flesh”, del 68, comincia ad essere riconosciuto anche al di fuori del circuito amatoriale: viene fotografato dai maggiori fotografi dell'epoca, e non solo dal suo mentore, e nel '71 ottiene una copertina  di “Rolling Stone” ed una dei Rolling Stones (Sticky Fingers: quella con la cerniera dei pantaloni apribile...).

Gli anni d'oro come attore sono i '70. Pur non arrivando mai al cinema “mainstream”, esce definitivamente dalla gabbia della sottocultura gay (anche se ne rimane un simbolo) e lavora sia negli Stati Uniti che in Europa. La prima pellicola a porlo all'attenzione di pubblico e critica è “Trash”, del '70 (foto a lato). In bilico tra cinema-verità e fiction, semi improvvisato, ruvido e crudo e non privo di feroce ironia, racconta la vita quotidiana di un drogato ed è considerato ancora oggi uno dei migliori realizzati da Morrissey. Segue, l'anno dopo, quello che è considerato, dopo “Flesh” e “Trash” il terzo capitolo di una trilogia, “Heat” (“Calore”). È un film più maturo, o per meglio dire meno documentaristico, fuori dagli schemi della factory, che strizza l'occhio con ironia a “Viale del tramonto” ma resta intriso di pessimismo. Qui Joe non è più un battone o un drogato, ma un aspirante attore che arriva ad Hollywood pieno di speranze ma si riduce a diventare l'amante di una vecchia attrice, e di molte altre persone, tutte attratte da lui come calamite.
Seguono due pellicole “weird”, “Flesh for Frankenstein” e “Blood for Dracula” (che in italiano hanno dei titoli ancor più “stracult”: Il mostro è in tavola barone F. e Dracula cerca sangue di vergine e morì di sete ) e la lunga trasferta europea, che lo porta a recitare spesso nel cinema italiano di serie B (ricordiamo solo “L'ultima volta” di Aldo Lado, accanto a Massimo Ranieri ) ma anche con registi intellettuali come Serge Gainsbourg (“Je t'aime moi non plus”, del 76, con Jane Birkin) e Walerian Borowczyk (“Il margine”, dello stesso anno, con Sylvia Kristel: uno dei film più riusciti di Dallesandro, che coniuga amore e morte, sesso e desolazione).
Poi sembra svanire. Quando appare in “Cotton Club” nei panni di Lucky Luciano, sembra che Coppola abbia riesumato un volto passato della controcultura pop, eppure è solo l'84.

In realtà Joe Dallesandro, l'attore, non è mai sparito: in tutti questi anni ha continuato a lavorare, anche in film importanti, o in televisione, anche se non assiduamente. A sparire è stato Little Joe. La pop art e la cultura degli anni 60-70 sono passate di moda, il sottobosco umano che popolava quel mondo è morto: tutto spazzato via dall' aids, dagli anni '80, dalla globalizzazione. Oggi il signor Dallesandro è nonno, e sarà difficile vederlo in un calendario di nudi.
Tuttavia dagli scaffali dei dvd i suoi film fanno ancora capolino e il web, si diceva all'inizio, non è avaro di sue immagini e filmati. Ciclicamente, certe culture e certi volti ritornano, specie in periodi di crisi. Ai poveri ragazzi di oggi senza prospettive, che si cibano di Robert Pattison, fa certo bene poter riscoprire la mitica bellezza di Little Joe, quello per cui tutti devono pagare.

Elena Aguzzi