Sciaf, sbam, spatapum! - in ricordo di Dario Fo

16/10/2016

Gli anni in cui ho cominciato a conoscere e apprezzare Dario Fo sono quelli della mia infanzia, di quegli anni '70 in cui la riscoperta della canzone e del teatro popolare erano veicolati persino, e sottolineo persino, dalla televisione.
Per intenderci, quelli in cui Gabriella Ferri e Mia Martini riscoprivano gli stornelli romani e la canzone napoletana mentre sul giradischi di mio padre imperversavano la Nuova Compagnia di Canto Popolare e Nanni Svampa intervallati ogni tanto da “Vitti 'na crozza”.
Insomma, io il grammelot italico ce l'avevo in casa senza distinzioni di classifica o di appartenenza regionale.
D'altronde a quel tempo un anziano ma energico Eduardo De Filippo presentava le sue opere in televisione, finalmente a colori, e anche la mia nonna abruzzese ricordava le goldoniane vicende di Mirandolina grazie a uno sceneggiato tratto da “La locandiera” negli anni '60.
Questo per dire che aldilà della visibilità, Dario Fo e Franca Rame facevano parte della mia personale walk of fame di bambina assieme a Gaber, Jannacci e Cochi e Renato che consideravo una specie di loro fratelli più giovani.
Eppure vivevo a Roma, allora ero romana a tutti gli effetti, prima di diventare abruzzese (e poi tante altre cose) ma né prima né dopo io e i miei parenti ci siamo posti il problema che oggi si pongono molti “puristi della territorialità” ovvero “bravo sì ma non capisco quello che dice”.
Oggi a tanti sembrerà strano ma Dario Fo lo capivamo e si rideva quando era il caso di ridere e si rifletteva quando era il caso di riflettere, oltre la lingua, oltre i dialetti perché è proprio così l'Italia un miscuglio di voci solo apparentemente incomprensibili tra loro e questo la coppia Fo-Rame lo aveva capito, forse lo aveva sempre saputo.
Quella coppia che faceva sospirare mia madre e dire “che bravi tutti e due e come sono uniti” altro che i Pitt e Jolie di oggi.
Il loro continuo lavoro sulla lingua antica e popolare era un messaggio di universalità e non di specificità, era proprio quel teatro che, come quello di Eduardo per il Sud, pur espresso attraverso una cifra dialettale del Nord scardinava ogni confine fino a diventare internazionale, altrimenti come immaginare un premio Nobel a Dario Fo?
Crescendo ho poi imparato tante altre cose su di lui come il fatto che era anche un pittore e che aveva studiato a Brera, non c'era da stupirsi, in fondo le arti visive sono una lingua e per giunta una lingua universale.
Mi piaceva ascoltare le interviste di quei due comunisti che si tenevano sempre per mano: la signora bellissima che aveva sposato uno un po' bruttino ma pieno di talento e forza. Una coppia indivisibile come non sono capaci di essere tanti baciapile timorati di Dio. Questo mi faceva sorridere e mi faceva mitizzare l'amore tra due persone laiche e libere come la sua massima espressione: due che stanno insieme perché lo vogliono perché non potrebbero stare separati e non perché lo ha sancito qualche invisibile entità superiore.
Quando mi trasferii a Milano lasciando Bologna qualcuno mi disse che lasciavo una città speciale per andare nella Milano spietata degli squali della finanza, a quelli risposi che Milano era anche quella di Jannacci e Dario Fo e non poteva farmi paura.
Sono sempre stata convinta che per costruirsi una tale carriera bisogna essere speciali ma per avere una famiglia e degli amici come li avuti lui bisogna davvero essere eccezionali, unici.
A tutti quelli che oggi vogliono mettere un cartellino di appartenenza sull'opera e la vita di un uomo così mi vien solo da dire: fate pure tanto anche le vostre parole finiranno in un grammelot insieme agli sciaf, sbam, spatapum!

Katia Ceccarelli