PelŔ, O Rei

26/05/2016

La prima partita che ricordo con nitidezza ed emozione è la Finale di Messico 70. Ripenso a quella ragazzina che di calcio capiva poco, ma che si incantava davanti al gioco di Pelè e che mai avrebbe immaginato che un giorno avrebbe incontrato dal vivo la Leggenda. Quella Finale, che per noi coincide con un momento amaro, è invece per O Rei la partita più importante. Non quella che si racconta nel film “Pelè”, da oggi sugli schermi, che Pelè in persona è venuto a presentare a Milano, ospite della Gazzetta dello Sport, in una settimana che lo porta dalla Zanetti & Bocelli Night, dove è stato accolto con una commossa standing ovation, alla Finale di Champions League.
La vittoria raccontata nel film di Jeff e Michael Zimbalist è quella del Mondiale del 58 dove il Brasile arrivò a vincere il Mondiale trascinato da un ragazzino di 17 anni che nella Finale mise a segno due reti marcando quello che è considerato il terzo più bel gol nella storia della Coppa del Mondo (Pelè detiene tuttora il record di calciatore più giovane ad aver segnato in una Finale e ad aver vinto un Mondiale). Il film ne racconta (forse con eccessiva retorica) il cammino, il riscatto dalla bruciante sconfitta di otto anni prima, la promessa di far vincere al Brasile il Mondiale e la parabola di Pelè da ragazzo di strada a campione. Tuttavia Pelè spiega perché il suo ricordo preferito cada invece sulla sua terza vittoria nei Mondiali di Calcio.
“Se si fa riferimento agli inizi della mia carriera il Mondiale in Svezia è stato senza dubbio un momento molto importante, sia per me che per il mio Paese. Quando siamo arrivati in Svezia non ci conoscevano, da quel momento tutti hanno saputo chi eravamo. Ma al Mondiale in Messico ero un giocatore esperto ed ero cosciente di quello che stava accadendo”.
Il gol che considera più bello? Quello dei 4 sombreri segnato col Santos. Quello più emozionante? Il rigore con cui, nel 69, segnò il  gol numero 1000 della sua carriera “Ho segnato 1281 gol eppure solo quella volta ho sentito che mi tremavano le gambe”.
Anche per noi, che lo stiamo ascoltando, l’emozione è grande. Edson Arantes do Nascimento, il miglior giocatore di tutti i tempi, Pallone d’Oro del Secolo, il calciatore che detiene il maggior numero di reti segnate in carriera, il solo ad aver vinto tre Coppe del Mondo. Ma non parlano solo i numeri, parla la magia. Parla quella “ginga” che sta nel cuore del film, espressione autentica del talento e della fantasia.
E’ quindi con emozione che gli chiediamo “Ma lei cosa ha provato rivedendo nel film i momenti di quella magica partita? Cosa l’ha emozionata di più?”
Sono molto emotivo. Si pensa che crescendo si diventi più forti e si impari a dominare le emozioni, ma in molti momenti della vita mi sono emozionato e così anche vedendo le scene del film che mi hanno riportato a quando ero ragazzo, con la mia famiglia, e ci sono dei momenti in cui devo essere davvero duro per non piangere. Ma se c’è un messaggio, ed è quello che voglio dare alle giovani generazioni, è che anche un ragazzo di strada può farcela”.

E’ il messaggio che ripete alla serata benefica voluta da Bocelli e Zanetti per aiutare i bambini. Nella luminosa notte all’Open Air Theatre dell’Area Expo, sorridendo tra Leonardo e Roberto Carlos, Pelè ricorda che i ragazzi di strada possono inseguire i loro sogni e trasformarli in realtà. Ed è quanto racconta il film, che si sofferma sulla prima parte della vita di Pelè, combattuto tra le incertezze dei genitori che si chiedono se sia giusto lasciarlo inseguire il folle sogno, fino al trionfo del Mondiale 58.
Pelè e il Cinema si sono incrociati altre volte “Ho lavorato con John Huston, Michael Caine, Sylvester Stallone, Max Von Sidow, ma ora è diverso, perché hanno chiesto di fare un film su di me”.
E il film esalta quella Ginga che è esplosione del gioco brasiliano e di quanto pulsa nelle vene di un vero campione, il trionfo del bel gioco. Il Brasile, dice il film, vince il Mondiale perché anziché inseguire la freddezza del gioco tattico si abbandona a quanto gli suggerisce la sua vera natura.
“La ginga è una cosa molto personale che uno ha dentro di sé – ci ha raccontato Pelè – E’ i movimenti che facciamo con la palla, l’intesa coi compagni, è spettacolo. Oggi ci sono molti bravi calciatori, ma il gioco è molto più chiuso, è difficile tirar fuori le capacità individuali. Garrincha era un giocatore pieno di ginga. Oggi Messi è quello che ne ha di più”.

Foto di Elena Aguzzi

Gabriella Aguzzi