La Trilogia di Orson Welles

06/05/2015

Inquadrature distorte, un bianco e nero potente che proietta ombre gigantesche, solitudini in palazzi immensi, barocchismi preziosi: ciò che contraddistingue in modo indelebile le regie di Orson Welles (“Quarto Potere”, “L’Orgoglio degli Amberson”, “L’Infernale Quinlan”) è rintracciabile anche nelle sue traduzioni shakespeariane per lo schermo. A differenza delle fedeli trasposizioni di Olivier, i film di Orson Welles sono in tutto e per tutto film di Orson Welles, a servizio della sua inventiva e recitazione, ma senza mai tradire il genio shakespeariano. Così Macbeth ruota attorno ad una landa nuda e desolata su cui si ergono le mura di una cupa rocca, il dramma della gelosia di Otello esplode tra le bifore e gli spalti di un palazzo veneziano e la storia di Falstaff passa dalla taverna alle volte gotiche e alle navate attraversate da raggi obliqui di un castello-cattedrale.

Il Macbeth di Welles ha il sapore medievale di antiche lotte e superstiziose profezie, è un Macbeth cupo e fangoso che si distingue da quello horror di Polanski (là il castello aveva più le sembianze di una fattoria) con costumi dal gusto orientale che anticipano le visioni registiche di Kurosawa. Welles trasforma la povertà di mezzi in arte avvolgendo il suo Macbeth nell’inquietudine di una nebbia infida. La solitudine del potente al culmine dell’ascesa, la stessa che è tema dominante del film che ha segnato il suo folgorante esordio e l’ha consacrato all’olimpo degli immortali del Cinema, e il tormento acuto del rimorso sono esacerbati dalla crudezza dello scenario.
Una messa in scena quasi teatrale ed al contempo fortemente cinematografica che Welles replica con Othello, in una scenografia che sa essere sfarzosa e scarna. Anche Otello è solo tra le sue torri, così come era solo Charles Foster Kane a Xanadu, è in balìa dei raggiri di Jago  e dell’ossessione del mostro verde della gelosia che gli ottenebra la mente.

Falstaff (“Chimes at Midnight”) è un’operazione più complessa perché  adatta in un unico film l’ “Enrico IV”, il “Riccardo II” e “Le allegre comari di Windsor”, opere che vedono tutte protagonista il furfante millantatore Falstaff. Un personaggio, questo vitale disgustoso bugiardo, che ha affascinato Welles fin dal ’39, quando, ventiquattrenne, mise in scena i cinque drammi storici di Shakespeare e che solo nel ’66 fu portato al Cinema e girato in una Spagna donquisciottesca con un cast unico: lo stesso Welles, John Guielgud, Margareth Rutherford, Jeanne Moreau, Ralph Richardson, Fernando Rey e il nostro Walter Chiari. Come spesso accade con Shakespeare tutto può essere letto in una doppia chiave (Shylock è un viscido vendicativo usuraio o un povero ebreo ingiustamente disprezzato?): non possiamo dire se il futuro Enrico V è un irresponsabile ragazzino che infine assume i doveri di Re abbandonando l’influenza di quell’insopportabile beone di Falstaff, o se, costretto dal padre a “mettere la testa a posto”, volta di colpo le spalle ai vecchi amici lasciandoli morire di crepacuore. Welles non dà risposte, mostrandosi sullo schermo come un orripilante obeso cialtrone, ripugnate quasi come Quinlan, che marcia ignaro verso il declino della vecchiaia, in un “inverno del nostro scontento” costellato di alberi nudi dove non c’è più posto per la comprensione degli amici e le bravate un tempo commesse insieme.

Gabriella Aguzzi